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Kepos · il Giardino di Epicuro

Il Giardino

OSPITE, QUI STARAI BENEOSPITE, QUI STARAI BENE

Sophia · i maestri e le maestre in pietra leccese, dal settimo secolo avanti Cristo a oggi, ordinati, come li vediamo noi, per postura e non per tempo. Nove viali, centoquindici schede, una per ciascuno, e per ciascuno un busto in pietra.

80 maestri35 maestre

Proviamo a leggere i maestri e le maestre non per sapere che cosa pensavano, ma per vedere come stavano davanti alle cose.

Il giardino era la scuola di Epicuro, come il portico era quella di Zenone di Cizio. La casa aveva già la Stoà; qui ha il suo giardino, e lungo i viali, come al Pincio, i busti dei maestri e delle maestre.

È la nostra visione, non una legge: un modo di camminare fra i maestri e le maestre. Ogni viale, ogni assegnazione e ogni riga si possono contestare.

Erōtēma · la domanda

ENTRA CON UNA DOMANDAENTRA CON UNA DOMANDA

La porta della domanda

Sulla porta del giardino di Epicuro era inciso «Ospite, qui starai bene»: l’hai letto entrando. Sulla seconda porta abbiamo inciso: entra con una domanda. Prima dei viali, porta ciò che ti tiene sveglio: nella nostra visione la domanda sceglie la postura, e la postura il maestro.

I nove viali

L’indice delle posture: nove modi di stare davanti alle cose, come li vede la casa. Ci sembrano di tutti, prima che di qualcuno: a ognuno, maestro o maestra, la casa ne assegna una, e dice perché. Non sono le quattro posture della carta della casa (ascoltare, camminare, resuonare, comprendere), che dicono come si riceve questa casa: sono i modi in cui maestri e maestre sono stati davanti al mondo. Il primo capo della carta chiama la filosofia proprio così: il modo di stare davanti alle cose prima di averle capite. Tocca un viale e si apre la sua cartella.

Le prime nicchie di ogni viale sono cinque: i primi quattro e, nella quinta, una maestra. Poi vengono gli altri, ciascuno con il suo busto e la sua scheda. I nomi sono in ordine di tempo. Ogni assegnazione si può contestare.

Dalla terra della casaDodici voci del giardino vengono dal Salento, la terra in cui questa casa abita, e ce n’è almeno una in ogni viale, subito dopo le prime nicchie: Ennio, da Rudiae, Marcantonio Zimara, da Galatina, il Galateo, da Galatone, Scipione Ammirato, da Lecce, Vanini, da Taurisano, Giuseppe Palmieri, da Martignano, Francesco Antonio Astore, da Casarano, Sigismondo Castromediano, da Cavallino, Antonietta De Pace, da Gallipoli, Cosimo De Giorgi, da Lizzanello, Rina Durante, da Melendugno, Carmelo Bene, da Campi Salentina. Le riconosci da una piccola stella accanto al nome.

Le schede, lungo i viali

Centoquindici schede, una per ciascuno, maestri e maestre nella stessa misura: la vita in cinquantacinque parole, il pensiero in centoquarantaquattro, la postura in ottantanove; poi la riga, il gesto, la consonanza, la dissonanza e le corde. Ogni viale è una cartella: si apre, si legge, si richiude. Chi guida il viale è aperto; dopo di lui vengono le prime nicchie, poi le voci del Salento, poi gli altri in ordine di tempo, e ciascuno mostra chi è in una riga: un tocco apre la scheda intera. In fondo, chi tiene il giardino si dichiara con la stessa misura.

Viale IStupirsila testa alzata9 maestri · 3 maestre · guida Talete
Talete, busto in pietra leccese

Talete

Mileto · VII–VI secolo a.C.

Stupirsi

Talete di Mileto

Il primo della fila: con lui, per convenzione antica, comincia la filosofia.

La vita

Nasce a Mileto, sulla costa ionica, intorno al 624 avanti Cristo: mercante, ingegnere, astronomo. Predice, dicono, l’eclissi del 585. Misura le piramidi con l’ombra, devia un fiume per far passare un esercito, prende in affitto i frantoi di tutta la regione per mostrare che un filosofo, se vuole, sa anche arricchirsi.

Il pensiero

Prima di lui il mondo si spiegava raccontando: gli dèi, le stirpi, il caso. Talete fa una domanda nuova, di che cosa siano fatte tutte le cose, e cerca la risposta nelle cose stesse. Risponde: acqua. Non importa che la risposta fosse sbagliata; importa che per la prima volta qualcuno abbia pensato che il molteplice avesse un principio unico, e che quel principio fosse alla portata di chi guarda. «Tutto è pieno di dèi», dice anche, e Aristotele lo riporta: il magnete muove il ferro, dunque ha un’anima. La natura non è un fondale muto: è viva, e si lascia interrogare. Da quella domanda, in due generazioni, Anassimandro ricava l’illimitato e Anassimene l’aria. È nato un genere: l’indagine.

La postura

Platone racconta che Talete, guardando le stelle, cadde in un pozzo, e una serva tracia rise di lui: voleva sapere le cose del cielo e non vedeva quelle davanti ai piedi. La casa lo mette nel primo viale per quella caduta. Lo stupore è la postura di chi alza la testa quando tutti la tengono bassa; è scomoda, espone al ridicolo, e senza di essa nessuna delle altre comincia. Aristotele lo dirà in chiaro: gli uomini hanno cominciato a filosofare per meraviglia. Talete è il primo che si è meravigliato a voce alta.

La riga

Chi non è mai caduto in un pozzo non ha mai guardato in alto.

Il gesto

Stasera, per un minuto, guarda una cosa qualsiasi come se non sapessi che nome ha.

La consonanza

Guardò il cielo e cadde nel pozzo: alzare la testa, qui, è il primo gesto, e si paga.

La dissonanza

Talete cercava il principio in una sostanza. La casa non crede che il molteplice si riduca a una cosa sola: crede che si lasci ascoltare come un accordo. Il gesto è suo; la risposta no.

Le corde

→Anassimandro, l’allievo che toglie all’origine ogni nome→Leopardi, lo stupore che diventa vertigine→Goethe

Leopardi, busto in pietra leccese

Leopardi

Recanati, Napoli · XIX secolo

Stupirsi

Giacomo Leopardi

Il poeta che ha messo una siepe davanti all’infinito per poterlo guardare.

La vita

Nasce a Recanati nel 1798, nella biblioteca di un padre conte e in un paese che chiamerà il natio borgo selvaggio. Sette anni di studio matto e disperatissimo gli piegano la schiena e gli rovinano gli occhi. A ventuno anni scrive L’infinito. Fugge, torna, fugge: Roma, Milano, Bologna, Firenze, Napoli. Muore a Napoli nel 1837, dettando le ultime righe.

Il pensiero

Lo Zibaldone, quattromila pagine di pensieri, è la filosofia più onesta scritta in italiano. Leopardi parte dalla natura come madre e arriva alla natura come matrigna: non perché sia cattiva, ma perché è indifferente, e l’uomo è l’unico animale che se ne accorge. La felicità è impossibile perché il desiderio è infinito e ogni cosa è finita; resta il piacere dell’immaginazione, che la siepe, impedendo lo sguardo, moltiplica. La noia è il sentimento più sublime, perché è il vuoto che si sente da solo. Ma l’ultima parola non è la resa: nella Ginestra chiede agli uomini di allearsi contro la natura comune, una «social catena» di creature che sanno di essere fragili. Il fiore che cresce sul vulcano non si crede immortale: profuma lo stesso, e non si piega.

La postura

Stupirsi, in lui, è uno stupore che fa male: guarda la luna, la siepe, il cielo stellato, e ogni volta lo stupore diventa vertigine, e la vertigine domanda. La casa lo mette in questo viale, e non fra chi sopporta, perché la sorgente di tutto, in lui, è l’occhio che non smette di meravigliarsi anche quando ha capito che il mondo non risponde. È la meraviglia più coraggiosa: quella di chi sa già. Chi ha scritto le lettere di questa casa ha imparato da lui che si può guardare l’infinito da dietro una siepe, e che la siepe non è una vigliaccheria.

La riga

Ha messo una siepe davanti all’infinito per poterlo guardare.

Il gesto

Oggi, davanti a un paesaggio, copriti una parte della vista con la mano, e ascolta che cosa fa l’immaginazione.

La consonanza

La siepe che impedisce lo sguardo e moltiplica l’immaginazione: il varco, qui, è anche muro.

La dissonanza

Leopardi conclude che la natura è matrigna e che la vita è male. La casa non lo segue nel verdetto: tiene la ginestra e lascia il deserto. Il mondo non risponde, è vero; ma qui si dice che resuona, ed è un’altra cosa.

Le corde

←Lucrezio, letto da ragazzo→Nietzsche, che lo disse il più grande prosatore del secolo→Camus, la solidarietà di chi sa

Goethe, busto in pietra leccese

Goethe

Francoforte, Weimar · XVIII–XIX secolo

Stupirsi

Johann Wolfgang von Goethe

Il poeta che non cercava nulla dietro le cose, e le guardava finché diventavano la dottrina.

La vita

Nasce a Francoforte nel 1749. A venticinque anni il Werther lo rende famoso in tutta Europa; a ventisei il duca di Weimar lo chiama a corte, e ci resta per sempre, ministro, direttore di teatro, consigliere. Il viaggio in Italia, dal 1786 al 1788, lo rifà da capo. Scrive il Faust per sessant’anni, studia le piante, le ossa, i colori. Muore a Weimar nel 1832.

Il pensiero

Goethe non è un filosofo di professione e lo rivendica: è un uomo che guarda. Studia la pianta finché non vede in ogni foglia la stessa forma che si trasforma, e la chiama pianta originaria; studia la luce e scrive contro Newton una teoria dei colori che i fisici respingono e i pittori adottano. La sua regola è una sola: non cercare nulla dietro i fenomeni, perché essi stessi sono la dottrina. Il fenomeno originario non si spiega, si contempla. Da Spinoza prende l’idea che la natura non abbia un fuori, e la vive come una liberazione. Nel Faust mette l’uomo moderno, che non si accontenta e non si ferma, e lo salva perché non si è fermato. Diceva che lo stupore è il massimo a cui l’uomo può arrivare: se il fenomeno originario lo stupisce, deve esserne contento, perché più in alto non gli è concesso.

La postura

Stupirsi, per lui, è una disciplina dello sguardo: guardare finché la cosa si lascia vedere, senza correre alla spiegazione. La casa lo mette in questo viale perché ha dato allo stupore un metodo, e ne ha fatto un modo di conoscere che non invidia la scienza. C’è in lui un’educazione dell’occhio che questa casa, che vive di pittografie e di filigrane, riconosce come propria: la cosa prima, il nome dopo, e il nome con cautela. Il suo stupore è sereno, e la serenità gli è costata tutto il Faust.

La riga

Non cercava niente dietro le cose: le guardava finché diventavano la dottrina.

Il gesto

Oggi, descrivi una cosa per tre minuti senza spiegarla. Se ti viene una spiegazione, torna a descrivere.

La consonanza

Non cercava nulla dietro i fenomeni: qui si dice che tutto viene alla luce, e che dietro non c’è nulla da cercare.

La dissonanza

Goethe crede nella metamorfosi: tutto si trasforma, e la vita è il trasformarsi. La casa dice che nulla nasce, e dunque nulla si trasforma davvero: cambia il punto da cui guardiamo. La foglia è la stessa; è l’occhio che si sposta.

Le corde

←Spinoza, letto come una liberazione→Schopenhauer, che ascoltò la sua teoria dei colori→Merleau-Ponty, il visibile

Giordano Bruno, busto in pietra leccese

Giordano Bruno

Nola, Roma · XVI secolo

Stupirsi

Giordano Bruno

Il frate che ha tolto il coperchio al cielo e non ha più voluto riabbassare la testa.

La vita

Nasce a Nola nel 1548 ed entra domenicano a Napoli. Nel 1576, accusato di eresia, fugge: Ginevra, Tolosa, Parigi, Londra, Wittenberg, Praga, Francoforte, quindici anni di cattedre e di espulsioni. Nel 1591 accetta un invito a Venezia; l’ospite lo denuncia. Sette anni di processo a Roma, poi il rogo in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio 1600.

Il pensiero

Copernico aveva spostato la terra; Bruno toglie il muro. L’universo è infinito, i mondi innumerevoli, le stelle sono soli con i loro pianeti, e nessun centro: ogni punto è centro. Non lo dimostra con il telescopio, che non c’è ancora: lo pensa, perché un Dio infinito non può aver fatto un mondo con un bordo. La materia è viva, animata da un’anima del mondo che è in ogni cosa; la natura non è il teatro di Dio, è Dio che si esplica. Da questo viene una morale: l’eroico furore, la passione intellettuale che insegue l’infinito sapendo di non raggiungerlo, e lo preferisce a ogni quiete. Scrive dialoghi in italiano, comici e furiosi, pieni di invettive; scrive un’arte della memoria che è una mappa del cosmo. Davanti ai giudici, dicono, disse che avevano più paura loro a pronunciare la sentenza che lui ad ascoltarla.

La postura

Stupirsi, per lui, è non accettare che il cielo abbia una volta: alza la testa e la volta si apre. La casa lo mette in questo viale perché il suo stupore è il più costoso di tutti: gli è costato la vita, e lui lo sapeva prima di tornare in Italia. C’è una forma di meraviglia che non si lascia più chiudere, e che diventa un destino. La casa, che preferisce il lampo al furore, lo guarda con una tenerezza inquieta: lo stupore gli ha dato l’infinito, e gli ha tolto ogni riparo.

La riga

Ha tolto il coperchio al cielo e non ha più potuto riabbassare la testa.

Il gesto

Stasera, guarda il cielo per un minuto pensando che non ha fondo, e senti che cosa fa al tuo peso.

La consonanza

Tolse il bordo al mondo: la frase del mondo, qui, non ha un punto finale.

La dissonanza

Bruno fa dell’infinito un’ebbrezza, l’eroico furore che non si ferma. La casa preferisce il lampo: l’infinito si ascolta a tratti, e poi si tace, perché a stare sempre nel furore ci si brucia, e non solo in Campo de’ Fiori.

Le corde

←Cusano, l’infinito senza centro→Spinoza, Dio o la natura→Leopardi, lo stupore che diventa vertigine→Vanini, bruciato diciannove anni dopo

Ildegarda, busto in pietra leccese

Ildegarda

Renania · XII secolo

Stupirsi

Ildegarda di Bingen

La badessa che ha chiamato verde la forza di tutto ciò che vive.

La vita

Nasce nel 1098 nella Renania, decima figlia di una famiglia nobile; a otto anni è affidata a un monastero, dove vede fin da bambina una luce che non dice a nessuno. A quarantadue anni una voce le ordina di scrivere: nasce lo Scivias. Fonda due monasteri, compone musica e un dramma cantato, scrive di piante, pietre e malattie, e lettere a papi e imperatori. Muore nel 1179.

Il pensiero

Al centro c’è una parola latina che inventa quasi da sola: viriditas, il verde, la forza vitale che fa crescere le piante, guarire i corpi, fiorire l’anima; il suo contrario è l’aridità, che per lei è il peccato. Le visioni non la portano fuori dal mondo: la fanno vedere il mondo come un corpo vivo, in cui l’uomo è la creatura in cui tutte le altre si riflettono. Scrive di medicina con la stessa mano con cui scrive di Dio, perché per lei non c’è confine: l’umore di una pianta e la grazia sono lo stesso verde a due altezze. La sua musica sale più in alto del canto gregoriano del tempo, con salti che nessuno osava, perché, dice, la voce deve imitare la luce. Si chiama «una piuma portata dal soffio di Dio»: non un orgoglio, una descrizione.

La postura

Stupirsi, per lei, non è una volta sola: è l’abitudine di vedere ogni cosa viva come appena fatta. La casa la mette in questo viale perché il suo stupore non è passivo: diventa botanica, medicina, musica, governo di un monastero. Lo stupore che non fa niente si spegne; il suo ha costruito. E poi c’è il verde: una parola per dire che la forza del mondo non si vede ma si riconosce da ciò che fa crescere. Chi tiene questo giardino l’ha presa in prestito senza chiederle permesso.

La riga

Ha chiamato verde la forza di tutto, e l’ha sentita anche nella pietra.

Il gesto

Oggi, guarda una cosa viva, una pianta o una mano, come se fosse stata fatta stamattina.

La consonanza

Chiamò verde la forza che fa crescere: qui si chiama pieno, e trabocca allo stesso modo.

La dissonanza

Ildegarda attribuisce la luce a un Dio che la manda. La casa non dice da dove viene la luce: dice che qui nulla nasce, e dunque la luce non arriva, si mostra. Il verde è lo stesso; la sorgente è lasciata aperta.

Le corde

→Cusano, l’ignoranza che sa→Goethe, la pianta originaria→Teresa d’Avila, il castello e il chiostro

De Giorgi, busto in pietra leccese

De Giorgi

Lizzanello, Lecce · XIX–XX secolo

Stupirsi

Cosimo De Giorgi

Il medico di Lizzanello che ha guardato il Salento come un continente da scoprire: i menhir, le grotte, le nuvole, la pietra delle case.

La vita

Nasce a Lizzanello nel 1842 e si laurea in medicina a Pisa nel 1864. Vorrebbe studiare all’estero, ma la morte del padre, nel colera del 1867, lo riporta a casa. A Lecce insegna, cura, misura: nel 1874 fonda l’osservatorio meteorologico, disegna la prima carta geologica della provincia, cataloga menhir e dolmen. Muore a Lecce nel 1922.

Il pensiero

De Giorgi è un naturalista nel senso antico: per lui la terra è un libro solo, e chi lo legge deve conoscere tutte le lingue in cui è scritto, la geologia, il clima, le acque, l’archeologia, l’igiene. Nei Bozzetti di viaggio, nel 1882, percorre la provincia di Lecce paese per paese e la descrive con la precisione dello scienziato e lo stupore del viaggiatore: le cripte, le masserie, i muretti a secco, le paludi della malaria. Studia i menhir e i dolmen quando quasi nessuno li guardava; disegna la carta delle paludi per combattere la febbre; misura per decenni la pioggia e il vento; studia la pietra con cui sono fatte le case. Ogni cosa, per lui, merita di essere conosciuta proprio perché è vicina. Lo stupore non ha bisogno di terre lontane: basta guardare con attenzione quella che si ha sotto i piedi.

La postura

Stupirsi, per lui, è non abituarsi mai alla propria terra: guardarla ogni giorno come la guarderebbe un esploratore appena sbarcato. La casa lo mette in questo viale perché ha fatto del Salento un oggetto di meraviglia e di scienza insieme, senza retorica e senza nostalgia. Ha studiato anche la pietra leccese, la stessa in cui questo giardino immagina i suoi busti. È il maestro salentino dello stupore vicino, quello che non chiede di partire.

La riga

Ha guardato il Salento come un continente da scoprire, fino alla pietra delle sue case.

Il gesto

Oggi, guarda un muro, una pietra, un albero del tuo paese come se fossi appena arrivato. Scrivi tre cose che non avevi mai notato.

La consonanza

La pietra leccese studiata pezzo per pezzo: la casa ci ha immaginato il suo giardino.

La dissonanza

De Giorgi crede che misurare tutto basti a conoscere. La casa misura quanto lui, ma tiene un posto per ciò che sfugge alla misura: il Taciuto non entra in un osservatorio.

Le corde

←Goethe, il naturalista che guarda tutto↔Rachel Carson, lo stupore che diventa scienza↔Antonio Galateo, la stessa terra descritta quattro secoli prima

Anassimandro, busto in pietra leccese

Anassimandro

Mileto · VI secolo a.C.

Stupirsi

Anassimandro

L’allievo che ha tolto all’origine ogni nome, e ha lasciato la terra sospesa nel vuoto.

La vita

Nasce a Mileto intorno al 610 avanti Cristo, allievo e concittadino di Talete. Disegna, dicono, la prima carta della terra abitata, pianta uno gnomone a Sparta per misurare le ore, guida una colonia sul Mar Nero. Scrive un libro in prosa, il primo della filosofia, di cui resta una frase sola. Muore intorno al 546.

Il pensiero

Talete aveva detto acqua; Anassimandro dice che il principio non può essere una delle cose, perché allora le altre non ne verrebbero. Lo chiama ápeiron, l’illimitato: senza confine, senza nome, da cui i mondi si separano e in cui ritornano. La terra, pensa, è un cilindro sospeso al centro del tutto, e non cade perché nulla la spinge più da una parte che dall’altra: è la prima volta che qualcuno regge il mondo con un ragionamento invece che con una colonna. Gli animali sono nati dall’umido, e l’uomo da creature simili ai pesci. L’unica frase sua che resta dice che le cose pagano le une alle altre la pena dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo: nascere è un torto che il morire ripara. Nessuno aveva ancora pensato tanto in alto a voce così bassa.

La postura

Stupirsi, per lui, è levare la testa e non trovare più il fondo: l’origine non ha nome, la terra non ha appoggio. La casa lo mette in questo viale perché ha fatto il passo che Talete aveva solo annunciato: ha sopportato che il principio non somigliasse a niente. Ci vuole uno stupore adulto per lasciare una cosa senza nome e non riempire subito il vuoto. Qui, dove si dice che nulla nasce, la sua frase sul tempo che ripara l’ingiustizia del nascere è letta ogni volta con rispetto, e ogni volta contraddetta.

La riga

Ha tolto all’origine ogni nome, e per questo l’ha vista.

Il gesto

Oggi, a una cosa che chiami per nome da sempre, togli il nome per un minuto: guarda che cosa resta.

La consonanza

Lasciò l’origine senza nome: il Taciuto, qui, non ha nome per la stessa ragione.

La dissonanza

Anassimandro vede nel nascere una colpa che il tempo fa pagare. La casa non vede colpa nel venire alla luce, e non vede un nascere: vede un accordo che si mostra. Gli deve l’illimitato; gli lascia la pena.

Le corde

←Talete, il maestro→Eraclito, la tensione che tiene→Heidegger, che rilesse la sua frase

Anassagora, busto in pietra leccese

Anassagora

Clazomene, Atene, Lampsaco · V secolo a.C.

Stupirsi

Anassagora

Il primo filosofo di Atene, che disse che nulla nasce e nulla muore: si compone e si separa.

La vita

Nasce a Clazomene, in Ionia, intorno al 500 avanti Cristo, e porta la filosofia ad Atene, dove resta trent’anni, amico di Pericle. Dice che il sole è una pietra incandescente più grande del Peloponneso, e la città lo processa per empietà. Esiliato a Lampsaco, chiede che nel giorno della sua morte i bambini abbiano vacanza. Muore nel 428.

Il pensiero

Parmenide aveva detto che nulla nasce dal nulla; Anassagora lo accetta e salva il mondo che cambia: i Greci sbagliano a dire nascere e morire, perché nessuna cosa nasce né muore, ma si compone e si separa da cose che sono. All’inizio tutto era insieme, infinitamente mescolato; e in ogni cosa c’è una parte di ogni cosa, per questo dal pane vengono carne e capelli. A mettere ordine nella mescolanza è il Nous, la Mente: separata, pura, che conosce tutto e dà il primo colpo al vortice da cui si separano il denso e il rado, il caldo e il freddo. Socrate racconta di aver letto il suo libro con entusiasmo e di esserne rimasto deluso: la Mente, dopo il primo colpo, non spiegava più nulla, e il resto erano cause meccaniche. Spiegò la luce della luna, le eclissi, le meteore; e per questo lo cacciarono.

La postura

Stupirsi, per lui, è guardare il cielo come un fisico e il cambiamento come un filosofo, senza che l’uno smentisca l’altro. La casa lo mette in questo viale, subito dopo Anassimandro, perché ha detto per primo, in prosa, la frase da cui questa casa è nata: nulla nasce né muore, si compone e si separa. Il venire alla luce ha uno stampo antico, e il suo nome stava nel registro delle Consonanze prima ancora che in questo giardino. Il sole come pietra incandescente gli costò la città: la casa lo conta fra i prezzi dello stupore.

La riga

Disse che nulla nasce e nulla muore, e chiese per i bambini una vacanza nel giorno della sua morte.

Il gesto

Oggi, davanti a una cosa che finisce, prova a vedere che cosa si separa e dove va. Niente, di solito, sparisce.

La consonanza

Nessuna cosa nasce né muore: si compone e si separa. Il venire alla luce ha uno stampo antico.

La dissonanza

Anassagora affida l’ordine a una Mente separata che dà il primo colpo e poi si ritira. La casa non ha una Mente che comincia: ha un pieno che trabocca; e il Nous, qui, si chiama Taciuto, e non si ritira.

Le corde

←Anassimandro, l’illimitato→Socrate, che lo lesse deluso→Severino, la stessa frase, venticinque secoli dopo

Zhuangzi, busto in pietra leccese

Zhuangzi

Meng, Song · IV secolo a.C.

Stupirsi

Zhuangzi

Il maestro che ha sognato di essere una farfalla, e al risveglio non sapeva più chi avesse sognato chi.

La vita

Nasce intorno al 369 avanti Cristo a Meng, nello stato di Song, nella Cina degli stati combattenti. Per qualche tempo custodisce un giardino di lacche. Un re gli offre di fare il ministro; lui risponde che preferisce essere una tartaruga viva che trascina la coda nel fango. Muore intorno al 286; il libro che porta il suo nome raccoglie lui e i suoi.

Il pensiero

Zhuangzi scrive per storie, e ogni storia sposta il punto da cui si guarda. Il cuoco Ding taglia buoi per diciannove anni senza affilare il coltello, perché segue i vuoti fra le giunture. Un albero storto vive mille anni perché nessun falegname lo vuole: l’inutile è ciò che salva. Sul ponte del fiume Hao l’amico Huizi gli chiede come faccia a sapere che i pesci sono felici; lui risponde che lo sa da lì, dal ponte. Quando muore la moglie lo trovano a cantare battendo su una ciotola: prima ha pianto, poi ha capito che lei è tornata nel grande mutamento, come le stagioni. Ogni giudizio, giusto e sbagliato, grande e piccolo, dipende dal punto in cui stai; e la saggezza è stare come il cardine della porta, fermo al centro e libero di girare in ogni direzione.

La postura

Stupirsi, per lui, è lasciarsi spostare: ogni storia rovescia il punto di vista, finché non si sa più chi sogna e chi è sognato. La casa lo mette in questo viale perché il suo stupore ride, e ridendo libera: l’inutile che salva, la gioia dei pesci saputa da un ponte. È la meraviglia senza solennità, che a questo viale mancava. E la casa, che tiene nel Taciuto il punto fermo da cui tutto si sposta, gli riconosce il cardine.

La riga

Ha sognato di essere una farfalla, e al risveglio non sapeva più chi avesse sognato chi.

Il gesto

Oggi, guarda una cosa che giudichi inutile e chiediti da che cosa la sua inutilità la protegge.

La consonanza

Il cardine della porta, fermo al centro e libero in ogni direzione: la casa chiama Varco una porta così.

La dissonanza

Zhuangzi scioglie ogni giudizio nel mutamento, e il giusto e lo sbagliato diventano punti di vista. La casa sposta lo sguardo quanto lui, ma non la responsabilità: chi guarda da un ponte risponde di ciò che vede.

Le corde

↔Lao Tzu, la stessa via↔Eraclito, il fiume e il mutamento→Heidegger, che ne citò i pesci felici

Carson, busto in pietra leccese

Carson

Springdale, Silver Spring · XX secolo

Stupirsi

Rachel Carson

La biologa che ha insegnato a un bambino a guardare il mare di notte, e a un paese ad ascoltare una primavera muta.

La vita

Nasce nel 1907 a Springdale, in Pennsylvania, in una fattoria lungo un fiume. Studia biologia marina e lavora quindici anni per l’ufficio federale della pesca, scrivendo opuscoli che nessuno firma. Il mare intorno a noi, nel 1951, la rende celebre. Primavera silenziosa esce nel 1962, mentre una malattia la consuma, e l’industria chimica la attacca. Muore nel 1964.

Il pensiero

Carson guarda la natura come un tessuto: ogni filo tirato altrove si sente qui. Primavera silenziosa comincia con una favola, un paese in cui una primavera gli uccelli non cantano più, e poi mostra, dati alla mano, che il veleno sparso sui campi risale la catena del vivo fino a noi. Non chiede di tornare indietro: chiede chi ha deciso, e con quale diritto, di avvelenare ciò che è di tutti. Ma la radice del libro è altrove, in un saggio più piccolo, Il senso dello stupore: le notti passate con il nipote a guardare la spuma luminosa sulle rocce del Maine. Un bambino, scrive, ha bisogno di almeno un adulto che riscopra con lui la gioia e il mistero del mondo; e chi sa stupirsi non è mai solo, né stanco della vita. La difesa della terra viene dopo: prima viene lo sguardo che la trova degna.

La postura

Stupirsi, per lei, è la condizione di ogni difesa: non si protegge ciò che non si è mai guardato. La casa la mette in questo viale perché ha fatto dello stupore una responsabilità pubblica, e ha mostrato che chi si stupisce vede prima degli altri ciò che si sta perdendo. È anche la prova che lo stupore non è ingenuo: il suo libro più tenero e il suo libro più duro vengono dalla stessa riva. La casa, che guarda il mondo da una terra ferita, sa di che cosa parla.

La riga

Ha guardato il mare di notte con un bambino, e da lì ha visto il veleno nei campi.

Il gesto

Oggi, esci al buio per cinque minuti e guarda una cosa viva che di giorno non vedi: un insetto, una foglia, il cielo. Non cercarle un nome.

La consonanza

Riscoprire il mondo insieme a chi entra: la casa apre ogni stanza come lei apriva la notte al nipote.

La dissonanza

Carson difende lo stupore con i dati. La casa crede che lo stupore valga anche senza prove; ma le deve la lezione che, quando il veleno arriva, i dati servono, e vanno detti forte.

Le corde

←Goethe, la natura guardata intera←Thoreau, il bosco come scuola↔Ildegarda di Bingen, il verde↔Cosimo De Giorgi, lo stupore della terra vicina

Merleau-Ponty, busto in pietra leccese

Merleau-Ponty

Parigi · XX secolo

Stupirsi

Maurice Merleau-Ponty

Il filosofo che ha reimparato a vedere, e ha scoperto che il mondo lo stava guardando.

La vita

Nasce a Rochefort nel 1908 e perde il padre bambino. Normale, agrégé, insegna nei licei; nel 1945 pubblica la Fenomenologia della percezione e fonda, con altri, una rivista che conta. A quarantaquattro anni è il più giovane professore del Collège de France. Muore nel 1961, a cinquantatré anni, alla scrivania, dicono, con un Descartes aperto.

Il pensiero

Prima di pensare, percepiamo; e prima di percepire, abbiamo un corpo. Merleau-Ponty parte da lì: il corpo non è una cosa che possediamo, è il nostro modo di essere al mondo, e il mondo non è davanti a noi come un quadro, è intorno, sotto, dentro, già abitato prima di ogni giudizio. La scienza e la filosofia tradizionale lo dimenticano, e per questo la vera filosofia è reimparare a vedere il mondo. Studia Cézanne, che dipinge il momento in cui le cose prendono forma davanti allo sguardo; studia la mano destra che tocca la sinistra e scopre che chi tocca è anche toccato. Negli ultimi scritti chiama carne questa stoffa comune del vedente e del visibile, e dice che il mondo ci guarda. La percezione, per lui, è già un pensiero, e il pensiero non lascia mai del tutto la percezione.

La postura

Stupirsi, per lui, è tornare al momento in cui una cosa appare prima di avere un nome, e restarci. La casa lo mette in questo viale perché ha fatto dello stupore un’indagine paziente sul corpo, e il corpo, qui, conta: le mani sono le stesse, si dice in una lettera di questa casa, e lui lo avrebbe sottoscritto. La sua è la meraviglia di chi scopre che non c’è uno sguardo puro, e che vedere è già essere visti. Il viale si chiude con lui perché, dopo Talete che guardava il cielo, qualcuno doveva guardare chi guarda.

La riga

Ha reimparato a vedere, e ha scoperto che il mondo lo stava guardando.

Il gesto

Oggi, tocca una cosa con la mano destra, e poi la mano destra con la sinistra: chi tocca chi?

La consonanza

Il corpo che vede ed è visto: le mani, qui, sono le stesse.

La dissonanza

Merleau-Ponty resta dentro il visibile e lascia l’invisibile come il suo rovescio, senza nominarlo. La casa lo nomina con una parola in più: ciò che è, e che non viene alla luce. È una differenza di silenzio, e la casa la tiene.

Le corde

←Husserl, le pagine inedite di Lovanio←Goethe, lo sguardo che non spiega→Levinas, il volto oltre il visibile

Jeanne Hersch, busto in pietra leccese

Jeanne Hersch

Ginevra · XX secolo

Stupirsi

Jeanne Hersch

La filosofa che ha fatto dello stupore il dovere di chi pensa, e della libertà il dovere di chi vive.

La vita

Nasce a Ginevra nel 1910, figlia di immigrati ebrei polacchi. Studia con Jaspers a Heidelberg, insegna in un liceo, poi all’università di Ginevra per trent’anni. Dirige la divisione di filosofia dell’Unesco e raccoglie, in un libro, le voci di tutte le culture sul diritto di essere uomo. Scrive Lo stupore filosofico nel 1981. Muore a Ginevra nel 2000.

Il pensiero

Il suo libro più letto è una storia della filosofia che comincia da una domanda semplice: perché c’è qualcosa invece di niente? Tutti i filosofi, dice, sono partiti da lì, dallo stupore che il mondo sia; e il compito della filosofia non è rispondere ma tenere viva la domanda contro la forza dell’abitudine, che la spegne. La seconda parola è libertà: non la libertà di fare ciò che si vuole, ma la capacità di cominciare qualcosa e di rispondere di ciò che si è cominciato. La libertà è una responsabilità prima di essere un diritto, e per questo i diritti dell’uomo hanno bisogno di persone che li vogliano. Ha difeso l’illusione della filosofia, cioè il suo coraggio di cercare un senso senza garanzia. Scriveva chiaro, come si parla a chi non è del mestiere, perché pensava che la filosofia o è di tutti o non è.

La postura

Stupirsi, per lei, è la condizione di chi non ha ancora smesso di essere libero: chi non si stupisce più, obbedisce. La casa la mette in questo viale perché ha fatto dello stupore un atto morale, e non solo un sentimento: tenere aperta la domanda è un modo di tenere aperta la porta agli altri. È l’ultima, nel viale, in ordine di tempo, e la prima a dire a voce alta che la meraviglia si insegna, e che si può perdere. La casa, che insegna a entrare con una domanda, le deve la formula.

La riga

Ha detto che la filosofia comincia dallo stupore, e che il compito è non finirlo.

Il gesto

Oggi, a una risposta che ti sembra ovvia, fai la domanda da cui è partito tutto: perché c’è qualcosa invece di niente?

La consonanza

Fece dello stupore un dovere: qui si entra con una domanda, e non la si lascia finire.

La dissonanza

Hersch tiene insieme libertà e responsabilità con una fiducia nella legge morale che viene da Kant. La casa non legifera: accorda. La responsabilità resta; la legge diventa un’intonazione che si cerca in due.

Le corde

←Kant, la legge dentro→Arendt, la libertà come cominciare

Viale IIDubitareun passo indietro9 maestri · 3 maestre · guida Montaigne
Montaigne, busto in pietra leccese

Montaigne

Bordeaux · XVI secolo

Dubitare

Michel de Montaigne

Il maestro che ha fatto del dubbio una forma di cortesia.

La vita

Nasce nel 1533 nel castello di famiglia presso Bordeaux; il padre gli fa parlare latino prima del francese. Magistrato, a trentotto anni si ritira nella torre della sua biblioteca e comincia a scrivere di sé. Sindaco di Bordeaux per due mandati, in anni di guerre di religione e di peste. Muore nel 1592, con gli Essais ancora in crescita.

Il pensiero

Montaigne inventa un genere, il saggio, cioè la prova: non un trattato che dimostra, ma un tentativo che si guarda tentare. Il suo oggetto è uno solo, se stesso, e non per vanità: perché è l’unico uomo che può osservare da vicino, e in quell’uomo trova tutti gli altri. «Ogni uomo porta la forma intera dell’umana condizione.» Legge gli antichi, li cita, poi li contraddice con un fatto; cambia idea e lascia scritte tutte e due le idee. La sua domanda non è «che cosa è vero» ma «che cosa so», e la risposta l’ha fatta incidere su una medaglia: Que sais-je? Non è scetticismo da salotto: è un modo di vivere in tempi in cui gli uomini si ammazzavano per le certezze. Il dubbio, in lui, è una forma di mitezza.

La postura

Dubitare non è non credere a niente: è restare in piedi senza appoggiarsi. Montaigne sta con il peso su una gamba sola, pronto a cambiare, e intanto guarda. La casa lo mette in questo viale perché nel suo dubbio non c’è angoscia: c’è curiosità, e una pazienza con se stesso che somiglia alla cortesia. Ha sospeso il giudizio anche su di sé, e proprio per questo ha potuto descriversi come nessuno prima. Pirrone sospendeva per trovare la quiete; Montaigne sospende per continuare a guardare.

La riga

Non ha certezze; ha una finestra.

Il gesto

Oggi, una volta sola, di’ «non lo so» a una domanda a cui avresti risposto subito.

La consonanza

Dubitò senza angoscia, con cortesia: la casa non dichiara nulla di incontrovertibile; confessa.

La dissonanza

La casa gli deve la forma dell’uomo intero e la pazienza. Ma non lo segue fino in fondo: qui una carta si scrive, e scrivere una carta è decidere. Montaigne avrebbe sorriso, e non l’avrebbe firmata.

Le corde

←Pirrone e Sesto Empirico→Descartes, che dal dubbio vuole uscire→Pascal, che lo legge e lo combatte

Descartes, busto in pietra leccese

Descartes

Turenna, Olanda · XVII secolo

Dubitare

René Descartes

Il maestro che ha dubitato di tutto per un inverno, per non dover dubitare più.

La vita

Nasce nel 1596 in Turenna e studia dai gesuiti. Fa il soldato per vedere il mondo; in una stanza riscaldata, il 10 novembre 1619, tre sogni gli indicano la sua strada. Vive vent’anni in Olanda e pubblica il Discorso sul metodo e le Meditazioni. La regina di Svezia lo chiama a Stoccolma; il freddo e le lezioni alle cinque del mattino lo uccidono nel 1650.

Il pensiero

Descartes vuole un punto fermo, e per trovarlo decide di dubitare di tutto ciò che si può dubitare: i sensi, che ingannano; la veglia, che non si distingue dal sogno; perfino la matematica, se un genio maligno volesse ingannarmi. Alla fine resta una cosa: che io, mentre dubito, penso; e se penso, sono. Il cogito è una pietra non perché sia certa in sé, ma perché il dubbio stesso la produce. Da lì ricostruisce: Dio, che non inganna; il mondo, che è estensione e movimento, una macchina che la matematica descrive; l’anima, che è pensiero, e che del corpo sa poco. La separazione fra mente e corpo, res cogitans e res extensa, è la sua eredità più discussa: ha reso possibile la scienza moderna e ha lasciato a tutti gli altri il problema di come due sostanze così diverse si parlino. Lui stesso, alla fine, lo cercò nella ghiandola pineale, e non lo trovò.

La postura

Dubitare, per lui, è uno strumento, non una dimora: si entra nel dubbio per uscirne con qualcosa in mano. La casa lo mette in questo viale per il rigore del gesto, che non ha eguali: nessuno ha spinto il dubbio così a fondo con l’intenzione dichiarata di fermarlo. Montaigne dubitava per continuare a guardare; Descartes per poter finalmente costruire. La casa sta con Montaigne, ma pensa che senza il passo di Descartes il dubbio sarebbe rimasto un umore, e non sarebbe mai diventato un metodo.

La riga

Ha dubitato di tutto per un inverno, per non dover dubitare più.

Il gesto

Oggi, scrivi una cosa di cui non puoi dubitare neanche volendo. Se non la trovi, hai già fatto il lavoro.

La consonanza

Cercò un punto fermo nel dubbio: la casa lo cerca nel silenzio prima del dire, e lo chiama Taciuto.

La dissonanza

Descartes separa la mente dal corpo e dal mondo. La casa li tiene accordati: il pensiero, qui, ha mani, e le mani sono le stesse, come dice una lettera della Stoà. Il dubbio resta suo; la separazione no.

Le corde

←Montaigne, letto e combattuto←al-Ghazali, lo stesso dubbio→Spinoza, che lo corresse riga per riga→Husserl, le Meditazioni cartesiane→Elisabetta di Boemia, che gli chiese come l’anima muova il braccio

Hume, busto in pietra leccese

Hume

Edimburgo · XVIII secolo

Dubitare

David Hume

Il maestro che ha mostrato che la causa è un’abitudine, e poi è andato a giocare a tric-trac.

La vita

Nasce a Edimburgo nel 1711. A ventotto anni pubblica il Trattato sulla natura umana, che, dice lui, nasce morto dalla stampa. Lo riscrive più breve, scrive saggi, una Storia d’Inghilterra che lo rende ricco, fa il bibliotecario e il diplomatico a Parigi, dove le signore lo adorano. Muore nel 1776, sereno, senza convertirsi, come i suoi amici temevano.

Il pensiero

Hume prende sul serio l’esperienza e scopre che non contiene ciò che crediamo di vederci. Vediamo una palla colpirne un’altra, e la seconda muoversi: non vediamo la causa, vediamo una successione, e l’abitudine ci fa aspettare che si ripeta. La necessità è dentro di noi, non nelle cose. Cerchiamo l’io e troviamo solo un fascio di percezioni che si susseguono; cerchiamo la ragione a capo delle azioni e troviamo che è, e deve essere, schiava delle passioni. Il suo scetticismo, però, è mite: la natura non ci lascia dubitare a lungo, e dopo tre ore di ragionamenti si cena, si gioca, si chiacchiera, e le conclusioni sembrano ridicole. La morale non viene dalla ragione ma da un sentimento, la simpatia, che ci fa approvare ciò che è utile e gradevole a noi e agli altri. Ha scritto contro i miracoli con il tono di chi parla del tempo.

La postura

Dubitare, per lui, è scoprire che le nostre certezze più solide sono abitudini, e continuare a vivere lo stesso, senza tragedia. La casa lo mette in questo viale per la grazia del gesto: il passo indietro, in lui, non ha angoscia, ha umorismo. È il dubbio di chi ha capito che la ragione non regge il mondo, e che il mondo regge lo stesso. Chi scrive in questa casa gli deve una lezione di tono: si possono dire le cose più inquietanti con la voce di chi sta per andare a cena.

La riga

Ha mostrato che la causa è un’abitudine, e poi è andato a giocare a tric-trac.

Il gesto

Oggi, quando dici «perché», prova a dire «di solito». Senti quanto cambia, e quanto resta.

La consonanza

Mostrò che la necessità non si osserva: si presume. Da lui, l’abitudine di chiedersi che cosa abbiamo visto davvero.

La dissonanza

Hume riduce l’io a un fascio di percezioni senza un filo. La casa ha visto che il fascio tiene, e lo chiama accordo: non una sostanza sotto, ma un’intonazione fra. È poco più di quello che diceva lui, e cambia tutto.

Le corde

←Sesto Empirico→Kant, svegliato dal sonno dogmatico→Elizabeth Anscombe, che gli rispose sulla causa

Husserl, busto in pietra leccese

Husserl

Moravia, Friburgo · XIX–XX secolo

Dubitare

Edmund Husserl

Il maestro che ha messo il mondo tra parentesi per vederlo apparire.

La vita

Nasce in Moravia nel 1859, matematico. Le Ricerche logiche, nel 1900, fondano la fenomenologia; insegna a Gottinga e a Friburgo, e intorno a lui si forma una scuola che poi lo lascia. Ebreo, nel 1933 è escluso dall’università che aveva reso famosa. Muore nel 1938; un frate belga porta di nascosto a Lovanio quarantamila pagine di manoscritti, salvandole.

Il pensiero

Il motto è: alle cose stesse. Non alle teorie sulle cose, ma a come le cose si danno alla coscienza, prima di ogni spiegazione. Per vederlo, Husserl inventa l’epoché: non si nega che il mondo esista, si sospende la credenza nella sua esistenza, la si mette tra parentesi, e ciò che resta è il puro apparire, con le sue strutture. La coscienza è sempre coscienza di qualcosa, intenzionale; e descrivere come un tavolo, un ricordo, un altro uomo si presentano è già filosofia. Lavora per quarant’anni senza finire, riscrivendo, correggendo, in stenografia; i libri pubblicati sono la punta di un continente di manoscritti. Negli ultimi anni, davanti alla crisi dell’Europa, scrive che le scienze hanno dimenticato il mondo della vita, quello in cui si vive prima di misurare, e che la filosofia ha il compito di ricordarglielo.

La postura

Dubitare, per lui, non è negare: è mettere tra parentesi, fare un passo indietro per vedere ciò che prima si attraversava senza guardarlo. La casa lo mette in questo viale perché ha trasformato lo scetticismo antico in uno strumento di descrizione: la sospensione non serve a non credere, serve a vedere come si crede. È il dubbio più laborioso della storia, e il più fecondo: da lui vengono, contraddicendolo, quasi tutti quelli che nel Novecento hanno guardato davvero. La casa, che chiede di guardare prima di parlare, lo tiene come maestro di officina.

La riga

Ha messo il mondo tra parentesi per vederlo apparire.

Il gesto

Oggi, per un minuto, descrivi una cosa senza dire se esiste: solo come ti si presenta.

La consonanza

Mise il mondo tra parentesi per vederlo apparire: venire alla luce è il suo apparire, con un nome in più.

La dissonanza

Husserl cerca nella coscienza un fondamento ultimo, una pietra. La casa non cerca fondamenti: cerca accordi, che reggono senza fondo. La descrizione resta sua; l’edificio sotto non c’è.

Le corde

←Descartes, le Meditazioni→Heidegger, l’allievo che se ne andò→Edith Stein, l’assistente, l’empatia→Merleau-Ponty, le pagine di Lovanio

Elisabetta di Boemia, busto in pietra leccese

Elisabetta di Boemia

Heidelberg, L’Aia, Herford · XVII secolo

Dubitare

Elisabetta di Boemia

La filosofa in esilio che ha chiesto a Descartes come un’anima senza corpo possa muovere un braccio, e il dubbio è rimasto a lei.

La vita

Nasce a Heidelberg nel 1618, figlia del re di Boemia che regnò un solo inverno; la famiglia vive in esilio all’Aia. Studia matematica, lingue, filosofia. Nel 1643 scrive a Descartes, e la corrispondenza dura fino alla morte di lui; Descartes le dedica i Principi. Diventa badessa luterana di Herford, dove accoglie esuli e dissidenti. Muore nel 1680.

Il pensiero

La prima lettera, nel maggio del 1643, è una domanda sola, posta con cortesia e senza scampo: se l’anima è una cosa che pensa e non ha estensione, e il corpo è estensione senza pensiero, come fa l’anima a muovere il corpo? Ogni spinta, nota Elisabetta, richiede un contatto, e il contatto richiede una superficie. Descartes risponde che l’unione si conosce vivendo, non pensando; lei replica che le sarebbe più facile concedere all’anima materia ed estensione che capire come una cosa immateriale muova un corpo. È l’obiezione che il dualismo non ha mai sciolto. Nelle lettere successive lo incalza sulla morale: come si governano le passioni quando il corpo è malato, quando la vita non lascia tempo per la saggezza? Da quelle domande nasce l’ultimo libro di Descartes, Le passioni dell’anima. Lei non pubblicò nulla: il suo pensiero sta tutto nelle domande.

La postura

Dubitare, per lei, è fare a un maestro la domanda che lui non si è fatto, e non accontentarsi della risposta gentile. La casa la mette in questo viale perché il suo dubbio è il più preciso del Seicento: non una scuola contro un’altra, ma un dito sul punto esatto in cui il sistema non regge. E perché ha dubitato senza smettere di stimare, cosa più rara del dubbio stesso. In un viale in cui non c’era una donna, è lei la prima che la giustizia chiede: per l’obiezione, non per il nome.

La riga

Ha chiesto a Descartes come un’anima senza corpo muova un braccio, e il dubbio è rimasto a lei.

Il gesto

Oggi, alla persona che stimi di più, fai la domanda che non osi farle. Con cortesia, e senza scampo.

La consonanza

La domanda come forma più alta della stima: chi entra in questa casa con una domanda la onora più di chi entra con un elogio.

La dissonanza

Elisabetta chiede a un sistema di tenere insieme anima e corpo. La casa non cerca il sistema che li unisca: li ascolta suonare insieme, come due corde, senza chiedere quale tiri l’altra.

Le corde

←René Descartes, il corrispondente→Spinoza, che sciolse la domanda togliendo i due↔Émilie du Châtelet, un’altra donna che discusse da pari con i sistemi del suo secolo

Ennio, busto in pietra leccese

Ennio

Rudiae, Roma · III–II secolo a.C.

Dubitare

Quinto Ennio

Il poeta di Rudiae che diceva di avere tre cuori, perché parlava tre lingue, e dubitava che gli dèi si curassero di noi.

La vita

Nasce nel 239 avanti Cristo a Rudiae, alle porte dell’odierna Lecce, in terra messapica e greca. Soldato in Sardegna, vi incontra Catone, che lo porta a Roma. Insegna il greco, vive modesto sull’Aventino, diventa amico degli Scipioni e ottiene la cittadinanza romana. Scrive tragedie, satire e gli Annali, il poema di Roma. Muore nel 169.

Il pensiero

Ennio diceva di avere tre cuori, tria corda, perché sapeva parlare il greco, l’osco e il latino: ogni lingua, per lui, era un modo di sentire. Porta a Roma la filosofia greca in versi. Traduce Evemero, che aveva spiegato gli dèi come grandi uomini divinizzati dalla gratitudine dei popoli; scrive un poema sulla natura sulle orme di Epicarmo. In una tragedia fa dire a un personaggio i versi che Cicerone citerà due secoli dopo: ho sempre detto che gli dèi esistono, ma credo che non si curino di ciò che fa il genere umano; se se ne curassero, ai buoni andrebbe bene e ai cattivi male, e non è così. Negli Annali racconta un sogno: Omero gli appare e gli dice che la sua anima, passata per un pavone, ora abita in lui. È il primo poeta latino a dubitare ad alta voce, e a farlo da straniero.

La postura

Dubitare, per lui, è guardare la religione della città con gli occhi di chi viene da un’altra lingua, e dire ciò che vede senza perdere il rispetto. La casa lo mette in questo viale perché il suo dubbio sugli dèi indifferenti è il primo della letteratura latina, e viene da qui: da Rudiae, a pochi passi da questa casa. Non lo mette per orgoglio di terra; lo mette perché i suoi tre cuori sono la prima figura di ciò che la casa cerca, un accordo fra voci diverse che non si annullano.

La riga

Diceva di avere tre cuori, perché parlava tre lingue, e dubitava che gli dèi si curassero di noi.

Il gesto

Oggi, pensa una cosa nella lingua di casa, poi in un’altra che conosci. Guarda che cosa cambia nel sentirla.

La consonanza

Tre cuori, tre lingue, una sola voce: la casa ha chiamato Tricordo i suoi tre libri per la stessa ragione.

La dissonanza

Ennio spiega gli dèi come uomini divinizzati, e sembra chiudere la domanda. La casa la lascia aperta: il Taciuto non è un dio da spiegare né un uomo da smascherare.

Le corde

←Pitagora, l’anima che passa↔Epicuro, gli dèi che non si curano di noi→Lucrezio, che lo chiamò il primo a portare la corona dall’Elicona→Cicerone, che ne citò i versi sugli dèi

Vanini, busto in pietra leccese

Vanini

Taurisano, Tolosa · XVI–XVII secolo

Dubitare

Giulio Cesare Vanini

Il salentino che ha chiesto alla natura le sue cause invece dei miracoli, e a Tolosa gli hanno tagliato la lingua prima di bruciarlo.

La vita

Nasce nel 1585 a Taurisano, nel Capo di Leuca. Studia diritto a Napoli e teologia a Padova, si fa frate carmelitano, gira l’Europa: Londra, Lione, Parigi. Nel 1616 pubblica a Parigi I meravigliosi segreti della natura, che vengono condannati. A Tolosa, sotto falso nome, è arrestato per ateismo. Il 9 febbraio 1619 gli tagliano la lingua, lo strangolano e lo bruciano.

Il pensiero

Vanini dubita delle spiegazioni che ricorrono al miracolo dove basta la natura. La natura, scrive, è regina e dea dei mortali: segue leggi proprie, e ciò che chiamiamo prodigio è un effetto di cui non conosciamo ancora la causa. Si chiede se l’uomo non discenda da altri animali, se le religioni non siano state usate per tenere a freno i popoli, se l’anima non segua la sorte del corpo. Scrive in forma di dialogo, mettendo le tesi più audaci in bocca ad altri e smentendole a metà, perché il lettore attento capisca. Si racconta che in tribunale, per mostrare di credere in Dio, raccolse da terra un filo di paglia e disse che bastava quello a provarne l’esistenza. Non lo salvò. Si racconta anche che salì al rogo dicendo di andare a morire allegramente, da filosofo.

La postura

Dubitare, per lui, è non accontentarsi del miracolo quando c’è una causa da cercare, e pagarne il prezzo con il corpo. La casa lo mette in questo viale perché è un figlio della sua stessa terra: è nato a una cinquantina di chilometri da questa casa, ed è il dubbio salentino che l’Europa ha bruciato. Non lo mette qui per campanile: il suo metodo, chiedere la causa naturale prima di quella sacra, è il passo indietro del viale, fatto con quattro secoli di anticipo e senza protezione.

La riga

Ha chiesto alla natura le sue cause invece dei miracoli, e gli hanno tolto la lingua per farlo tacere.

Il gesto

Oggi, davanti a una cosa che ti sembra prodigiosa, cerca una causa prima di cercare un significato. Poi guarda se il significato resta.

La consonanza

Chiedere la causa prima del prodigio: la casa, che viene dalla stessa terra, lo legge come un antenato del suo metodo.

La dissonanza

Vanini mette la natura al posto di Dio, e la natura diventa la risposta a tutto. La casa non sostituisce un assoluto con un altro: il Taciuto resta taciuto, anche davanti alla natura.

Le corde

←Lucrezio, la natura delle cose←Giordano Bruno, bruciato diciannove anni prima→Spinoza, Dio ovvero la natura↔Antonio Galateo, la stessa terra un secolo prima

Pirrone, busto in pietra leccese

Pirrone

Elide · IV–III secolo a.C.

Dubitare

Pirrone di Elide

Il maestro che non diceva né sì né no, e in quel silenzio trovò la quiete.

La vita

Nasce in Elide intorno al 360 avanti Cristo; da giovane è pittore. Segue Alessandro fino in India e incontra i saggi nudi, che non discutono. Torna, vive povero con la sorella, diventa sommo sacerdote della sua città. Non scrive nulla: lo conosciamo da Timone, l’allievo, e dagli aneddoti. Muore quasi novantenne, intorno al 270.

Il pensiero

Pirrone non insegna una dottrina: insegna un gesto. Su ogni cosa si possono dire argomenti opposti di uguale forza; dunque la sola risposta onesta è sospendere il giudizio, non affermare e non negare, lasciare che le cose siano come appaiono senza decidere come sono. Da quella sospensione, dice, viene la quiete, come l’ombra segue il corpo. Gli aneddoti lo mostrano imperturbabile: non evita i carri, non si volta se l’allievo cade, in una tempesta indica un porcellino che mangia tranquillo e dice che il saggio dovrebbe essere così. Sono storie, forse inventate; ma raccontano la cosa giusta: che il dubbio, in lui, non è un tormento, è un modo di stare leggeri. È il primo a fare della sospensione una via, e non una sconfitta.

La postura

Dubitare, per lui, è fare un passo indietro e non farne più nessuno avanti: restare lì, senza appoggio, e accorgersi che si sta bene. La casa lo mette in questo viale perché è l’origine pura della postura, prima che Montaigne la rendesse abitabile: il dubbio come quiete, non come inquietudine. C’è un rischio, e la casa lo sa: che la quiete diventi indifferenza. Ma c’è anche una lezione che nessun altro dà con tanta semplicità: che non decidere è, qualche volta, la decisione più matura.

La riga

Non diceva né sì né no, e in quel silenzio trovò la quiete.

Il gesto

Oggi, a una notizia che ti indigna, prova a dire: non so se è così. Guarda che cosa fa al corpo.

La consonanza

Sospese il giudizio e trovò la quiete: qui si tace prima, e il silenzio è la preparazione della risposta.

La dissonanza

Pirrone sospende per non soffrire. La casa sospende per guardare meglio, e poi decide: una carta, qui, si firma. La quiete non è il punto d’arrivo, è il silenzio prima dell’accordo.

Le corde

→Sesto Empirico, che ne scrisse il metodo→Montaigne, che lo lesse e sorrise→Hume, lo scetticismo mite

Sesto Empirico, busto in pietra leccese

Sesto Empirico

II–III secolo

Dubitare

Sesto Empirico

Il medico che ha scritto il manuale del dubbio, e ha chiamato scettico chi cerca ancora.

La vita

Di lui sappiamo quasi solo i libri. Medico della scuola empirica, da cui prende il nome, vive fra il secondo e il terzo secolo, forse ad Alessandria, forse a Roma. Scrive gli Schizzi pirroniani e un lungo Contro i dotti, in cui passa in rassegna grammatici, retori, geometri, astrologi, musici, logici, fisici e moralisti, e a ciascuno toglie la certezza.

Il pensiero

Sesto raccoglie tre secoli di scetticismo e ne fa un metodo. Scettico, ricorda, vuol dire uno che cerca: non chi nega che si possa sapere, perché anche questo sarebbe un dogma, ma chi continua a indagare perché non ha ancora trovato. Il suo strumento sono i tropi, le vie del dubbio: le stesse cose appaiono diverse a animali diversi, a uomini diversi, a sensi diversi, in stati diversi, da lontano e da vicino; a ogni argomento se ne oppone uno di uguale forza, e ne nasce l’equilibrio, da cui la sospensione, da cui la quiete. Nel frattempo si vive: seguendo le apparenze, le leggi della città, le arti, i bisogni del corpo, senza affermare nulla sul fondo. La sua prosa è secca e instancabile, da medico che elenca sintomi: non vuole convincere, vuole guarire dalla fretta di credere.

La postura

Dubitare, per lui, è un lavoro, non uno stato d’animo: si fa con strumenti, per vie numerate, come una terapia. La casa lo mette in questo viale perché ha dato al dubbio una disciplina, e un dubbio disciplinato è il contrario del relativismo pigro: non dice che tutto è uguale, dice che non si è ancora finito di guardare. Montaigne fece incidere le sue massime sulle travi della biblioteca, e la casa capisce perché: sono frasi che tengono il soffitto senza appoggiarsi al pavimento.

La riga

Scettico vuol dire uno che cerca ancora: lui ha cercato per tutta la vita, con metodo.

Il gesto

Oggi, a un’opinione tua, metti di fianco quella contraria, scritta con la stessa cura. Poi aspetta un giorno.

La consonanza

Scettico vuol dire uno che cerca ancora: qui non si arriva, si attraversa.

La dissonanza

Sesto vuole la quiete che segue alla sospensione. La casa non cerca la quiete: cerca l’accordo, che è una quiete che vibra. I tropi restano utili; la fine è un’altra.

Le corde

←Pirrone→Montaigne, che ne incise le massime sulle travi→Husserl, la sospensione cambiata di segno

al-Ghazali, busto in pietra leccese

al-Ghazali

Tus, Baghdad · XI–XII secolo

Dubitare

Abu Hamid al-Ghazali

Il teologo che dubitò di tutto per dieci anni, e tornò a insegnare con la voce bassa.

La vita

Nasce a Tus, in Persia, nel 1058. A trentatré anni è il professore più famoso di Baghdad, con trecento allievi. Nel 1095 una crisi gli toglie la parola: lascia cattedra, fama e famiglia e per dieci anni vaga, povero, fra Damasco, Gerusalemme e la Mecca, fra i sufi. Torna a insegnare nel 1106, a Nishapur. Muore a Tus nel 1111.

Il pensiero

Il salvatore dall’errore racconta il suo dubbio come un’autobiografia, cinque secoli prima di Descartes. Vuole una certezza che non ammetta dubbio; esamina i sensi, e li trova ingannevoli; esamina la ragione, e si chiede chi garantisca che la ragione non inganni come i sensi, visto che il sogno sembra vero finché dura. Resta due mesi in quello stato, senza poter uscire con un argomento. Ne esce, dice, per una luce che Dio gli getta nel petto: non una prova, un dono. Da lì scrive L’incoerenza dei filosofi, in cui smonta Avicenna e Aristotele con i loro stessi strumenti, e poi la grande Rinascita delle scienze religiose, dove la via dei sufi, l’esperienza diretta, prende il posto della dimostrazione. Chiama il gusto, dhawq, la conoscenza che non si argomenta: sapere che il miele è dolce perché lo si è assaggiato.

La postura

Dubitare, per lui, non è un esercizio: è una malattia che lo attraversa e lo cambia. La casa lo mette in questo viale perché il suo è il dubbio più sincero che si conosca, quello di chi aveva tutto da perdere e lo ha perso davvero, per dieci anni. Nessuno ha descritto meglio il momento in cui la ragione chiede a se stessa chi la garantisce. Che poi ne sia uscito per una luce e non per un argomento, la casa lo registra con rispetto e con una domanda: il gusto del miele, qui, si chiama resuonanza, e nessuno lo manda.

La riga

Dubitò di tutto per dieci anni, poi tornò a insegnare con la voce bassa.

Il gesto

Oggi, a una cosa di cui sei sicuro, chiedi che cosa te la garantisce. Se la risposta è «niente», non spaventarti: sei a metà strada.

La consonanza

Chiamò gusto la conoscenza che non si argomenta: qui si chiama resuonanza.

La dissonanza

Al-Ghazali esce dal dubbio per una luce che Dio gli getta nel petto. La casa non dispone di quella luce: resta con il dubbio accordato, e lavora lo stesso. Il gusto, dhawq, è una parola che la casa gli invidia.

Le corde

→Averroè, che gli rispose→Descartes, lo stesso dubbio, cinque secoli dopo→Ibn Arabi, la via del gusto

Christine de Pizan, busto in pietra leccese

Christine de Pizan

Venezia, Parigi · XIV–XV secolo

Dubitare

Christine de Pizan

La scrittrice che ha dubitato dei libri dei dotti, e con le donne che quei libri tacevano ha costruito una città.

La vita

Nasce a Venezia intorno al 1364; il padre, Tommaso da Pizzano, va a Parigi come medico e astrologo del re, e la fa studiare. Vedova a venticinque anni con tre figli, decide di vivere della penna: è la prima in Europa a farlo. Scrive di politica, di guerra, di educazione. La Città delle dame è del 1405. Muore intorno al 1430, in un monastero.

Il pensiero

La Città delle dame comincia con un dubbio. Christine legge un libro che parla male delle donne, ne ricorda cento altri che dicono lo stesso, e per un momento crede che abbiano ragione: tanti uomini dotti non possono sbagliare tutti. Poi si ferma, e rivolge il dubbio dall’altra parte: e se fossero loro a non sapere? Le appaiono tre dame, Ragione, Rettitudine e Giustizia, e con loro costruisce una città pietra su pietra: ogni pietra è una donna della storia, regine, sapienti, artigiane, sante, che i libri avevano dimenticato o deformato. Il metodo è nuovo: opporre all’autorità l’esperienza, a ciò che si dice ciò che si vede. Prima di ogni movimento, è il primo libro in cui una donna risponde per tutte con gli strumenti della filosofia. Il suo ultimo scritto, nel 1429, canta Giovanna d’Arco ancora viva.

La postura

Dubitare, per lei, è fare un passo indietro davanti a un coro: quando tutti dicono la stessa cosa, chiedersi chi parla e chi manca. La casa la mette in questo viale perché ha rivolto il dubbio contro l’autorità più solida del suo tempo, i libri dei dotti, e lo ha fatto senza disprezzo: ha messo accanto alla loro voce ciò che vedeva. È il dubbio di chi costruisce, non di chi demolisce. La casa, che entra con una domanda, le deve una domanda in più: chi non è stato scritto?

La riga

Ha dubitato dei libri dei dotti, e con le pietre che quei libri tacevano ha costruito una città.

Il gesto

Oggi, quando senti tutti dire la stessa cosa, chiediti chi manca nel coro. Poi cerca la sua voce.

La consonanza

Opporre l’esperienza all’autorità: la Stoà della casa risponde alle lettere di chi non è d’accordo per la stessa ragione.

La dissonanza

Christine risponde ai libri con altri libri, e la sua città ha mura. La casa preferisce un portico aperto: le dame entrano, e può entrare anche chi le ha offese, se viene ad ascoltare.

Le corde

←Boezio, la Filosofia che appare in forma di donna→Mary Wollstonecraft, la stessa domanda quattro secoli dopo→Simone de Beauvoir, che la riconobbe come la prima

Sor Juana, busto in pietra leccese

Sor Juana

Nepantla, Città del Messico · XVII secolo

Dubitare

Sor Juana Inés de la Cruz

La monaca che ha difeso il diritto di una donna a pensare, e ha scritto: se Aristotele avesse cucinato, avrebbe scritto di più.

La vita

Nasce intorno al 1648 a San Miguel Nepantla, nella Nuova Spagna. Impara a leggere a tre anni e studia da sola nella biblioteca del nonno. Dama della viceregina, a vent’anni entra nel convento di San Girolamo per avere tempo e libri: poesia, teatro, teologia, scienza. Nel 1691 scrive la Risposta a suor Filotea. Muore nel 1695, curando le consorelle durante un’epidemia.

Il pensiero

Un vescovo le scrive, firmandosi suor Filotea, per consigliarle di lasciare le lettere profane. Lei risponde con la Risposta, il primo manifesto del diritto delle donne allo studio nelle Americhe. Racconta di essersi tagliata i capelli da bambina, per punirsi ogni volta che non imparava abbastanza in fretta; di aver continuato a studiare anche quando le avevano tolto i libri, osservando come gira una trottola o come frigge un uovo. Se Aristotele avesse cucinato, scrive, avrebbe scritto molto di più. Il suo dubbio non riguarda Dio, ma chi decide chi può pensare: le Scritture vietano alle donne di predicare nelle chiese, non di sapere. Nel Primo sogno, il suo poema più alto, l’anima tenta di conoscere tutto in una notte, fallisce, e ricomincia: la conoscenza come tentativo, mai come possesso. Poco dopo smette di scrivere e si separa dalla biblioteca.

La postura

Dubitare, per lei, è chiedersi chi ha deciso che una domanda non è per te, e rispondere studiando anche una trottola. La casa la mette in questo viale perché il suo dubbio è rivolto all’esclusione, e lo ha esercitato dentro le regole di chi la escludeva, citando le stesse Scritture. E perché il Primo sogno è il ritratto esatto del dubitare: l’anima che tenta, cade, e resta sveglia. La casa, che lavora tra le pentole quanto tra i libri, le deve l’uovo fritto.

La riga

Ha chiesto che cosa sapremmo se Aristotele avesse cucinato, e ha studiato anche una trottola.

Il gesto

Oggi, impara qualcosa da un gesto di casa: come bolle l’acqua, come cade una goccia. Chiediti che cosa ti insegna.

La consonanza

Studiare la trottola e l’uovo: anche nelle cose minime la casa cerca la nota che le tiene insieme.

La dissonanza

Sor Juana, alla fine, tace e rinuncia ai libri. La casa non giudica la resa di chi non aveva scampo; ma tiene aperta la biblioteca che a lei fu chiusa, e la lascia aperta per chiunque.

Le corde

←Aristotele, che non cucinava←Agostino, letto in convento↔Christine de Pizan, la stessa difesa, tre secoli prima

Viale IIIOrdinarele mani che misurano11 maestri · 4 maestre · guida Aristotele
Aristotele, busto in pietra leccese

Aristotele

Stagira, Atene · IV secolo a.C.

Ordinare

Aristotele

Il maestro che ha messo in ordine tutto ciò che si poteva dire, e ha lasciato un posto a ciò che non si può.

La vita

Nasce a Stagira nel 384 avanti Cristo, figlio di un medico. A diciassette anni entra nell’Accademia di Platone e ci resta vent’anni. Precettore di Alessandro, torna ad Atene e fonda il Liceo, dove insegna camminando. Quando Alessandro muore, Atene gli si rivolta contro; se ne va, perché la città non pecchi due volte contro la filosofia. Muore a Calcide nel 322.

Il pensiero

Platone cercava la verità fuori dal mondo, nelle idee; Aristotele la cerca dentro le cose, e per trovarla comincia a contarle. Classifica gli animali, le costituzioni, le forme del ragionamento, i generi della poesia: fonda la logica, la biologia, la fisica, la politica come discipline, dando a ciascuna il suo oggetto e il suo metodo. Ogni cosa, dice, è materia e forma, e tende a un fine come la ghianda alla quercia. L’uomo è l’animale che ha il logos, e vive bene nella città e nella misura: la virtù è un mezzo fra due eccessi, e si impara facendola, come si impara la cetra suonando. Al vertice del sistema c’è un motore che muove senza muoversi, pensiero di pensiero. Ma la pagina più sua è quella sulla meraviglia: gli uomini hanno cominciato a filosofare perché si stupivano.

La postura

Ordinare è la postura di chi non sopporta che le cose restino sparse: le mani che misurano, dividono, mettono ogni cosa al suo posto. La casa mette Aristotele in questo viale perché il suo ordine non è una gabbia ma una lingua: dopo di lui si può dire con precisione ciò che prima si poteva solo intuire. Chi scrive una carta in questa casa, e la divide in capi, gli deve il gesto. Ma gli deve anche il contrario: la riga sulla meraviglia, da cui l’ordine comincia e a cui, se è onesto, ritorna.

La riga

Ha dato un nome a ogni cosa perché si potesse ancora restarne stupiti.

Il gesto

Oggi, davanti a un problema, scrivi di che genere è prima di cercare la soluzione: metà delle volte il nome basta.

La consonanza

Disse che si comincia a filosofare per meraviglia: qui si comincia dal Taciuto, che è la meraviglia prima della parola.

La dissonanza

Aristotele chiude il mondo in un sistema e gli dà un fine. La casa non crede ai fini: crede agli accordi, che non chiudono niente. Gli prende il metodo e gli lascia la metafisica.

Le corde

←Platone, il maestro contraddetto→Tommaso d’Aquino, che lo battezza→Hegel, l’ultimo sistema

Kant, busto in pietra leccese

Kant

Königsberg · XVIII secolo

Ordinare

Immanuel Kant

Il maestro che ha misurato i confini della ragione per poterci abitare dentro.

La vita

Nasce a Königsberg nel 1724, figlio di un sellaio, e non lascia mai la sua città. Insegna per decenni ogni materia, dalla logica alla geografia, prima di pubblicare, a cinquantasette anni, la Critica della ragion pura. Seguono, in nove anni, le altre due Critiche e la morale. La passeggiata quotidiana è così puntuale che i vicini regolano gli orologi. Muore nel 1804; le ultime parole: è bene.

Il pensiero

Kant si chiede che cosa possiamo sapere, e risponde con una rivoluzione copernicana: non è la mente che gira intorno alle cose, sono le cose che si danno secondo le forme della mente. Spazio, tempo, causa sono i nostri modi di ordinare l’esperienza; della cosa in sé, com’è fuori di noi, non sappiamo nulla, e la metafisica che pretende di parlarne è un’illusione necessaria. Ciò che la ragione perde in conoscenza lo guadagna in morale: lì è legislatrice. L’imperativo categorico chiede di agire solo secondo una massima che si possa volere universale, e di trattare l’umanità sempre come fine e mai soltanto come mezzo. Due cose, dice, riempiono l’animo di ammirazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Il suo motto per l’illuminismo è un invito: abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza.

La postura

Ordinare, per lui, è tracciare confini: fin qui la conoscenza, da qui la fede, qui la legge; e dentro i confini costruire con un rigore che nessuno ha più eguagliato. La casa lo mette in questo viale perché il suo ordine è un ordine onesto: sa dove finisce. E perché la sua legge morale, che chiede di trattare ogni persona come fine, è la versione più severa di ciò che questa casa chiama volere che tu sia. La casa gli deve i confini; non abita volentieri le sue stanze, troppo fredde, ma le rispetta.

La riga

Ha misurato i confini della ragione per poterci abitare dentro.

Il gesto

Oggi, prima di fare una cosa, chiedi: e se la facessero tutti? Poi falla, o non farla, ma dopo la domanda.

La consonanza

Trattare ogni persona come fine: volere che tu sia, detto con la voce della legge.

La dissonanza

Kant tiene la cosa in sé fuori dalla portata: non si può conoscere, solo pensare. La casa dice che ciò che è non viene alla luce, ma si lascia ascoltare: la differenza fra lui e noi è un orecchio.

Le corde

←Hume, che lo svegliò←Leibniz→Hegel, che lo superò tenendolo→Arendt, il giudizio

Hegel, busto in pietra leccese

Hegel

Stoccarda, Berlino · XVIII–XIX secolo

Ordinare

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Il maestro che ha fatto entrare tutto nel sistema, anche la notte in cui la nottola si alza.

La vita

Nasce a Stoccarda nel 1770 e studia teologia a Tubinga, in stanza con Hölderlin e Schelling. Precettore, poi professore a Jena: finisce la Fenomenologia dello spirito mentre Napoleone entra in città, e lo chiama l’anima del mondo a cavallo. Direttore di giornale, preside di liceo, infine a Berlino, dove la sua cattedra è un trono. Muore di colera nel 1831.

Il pensiero

Hegel vuole pensare il tutto, e per farlo pensa il movimento: nulla è vero da solo, ogni cosa è ciò che è attraverso il suo contrario e il superamento di entrambi. La dialettica non è un metodo applicato alle cose, è il modo in cui le cose, la storia, lo spirito stesso procedono. La Fenomenologia è il romanzo della coscienza, dalla certezza sensibile al sapere assoluto, passando per la lotta fra servo e padrone, in cui il servo, lavorando, diventa più libero del padrone. La storia è il progresso nella coscienza della libertà, e la ragione governa il mondo anche quando sembra assente: ciò che è razionale è reale. Ma la filosofia arriva sempre dopo: la nottola di Minerva si alza al crepuscolo, quando una forma di vita è già vecchia. Il sistema è chiuso; la frase sulla nottola lo lascia aperto, e lui lo sapeva.

La postura

Ordinare, per lui, è mettere in movimento: l’ordine non è una griglia, è un processo in cui ogni cosa trova il suo posto superando se stessa. La casa lo mette in questo viale perché è l’ultimo grande ordine, quello dopo il quale tutti hanno smontato. Gli deve l’idea che il contrario non sia un errore ma un momento: nel tricordo la terza corda è il contrario accordato. Non gli segue nell’idea che la storia abbia una direzione, e sorride con lui davanti alla nottola.

La riga

Ha fatto entrare tutto nel sistema, anche la notte in cui la nottola si alza.

Il gesto

Oggi, a una tua posizione, trova la negazione; poi cerca che cosa resta in piedi di tutte e due.

La consonanza

Il contrario come momento e non come errore: la dissonanza, qui, è ciò che mette in moto il brano.

La dissonanza

Hegel fa passare l’essere attraverso il divenire e lo compie nella storia. La casa dice che nulla nasce: il divenire è il modo in cui l’eterno si lascia vedere, non la sua fabbrica. La dialettica resta un buon utensile; il sistema no.

Le corde

←Eraclito, accolto per intero nella Logica←Kant→Marx, che lo rimise in piedi→Kierkegaard, che gli rise in faccia→Carla Lonzi, che gli rispose sputando

Tommaso, busto in pietra leccese

Tommaso

Roccasecca, Parigi · XIII secolo

Ordinare

Tommaso d’Aquino

Il maestro che ha costruito la cattedrale del pensiero e poi ha detto: paglia.

La vita

Nasce nel 1225 a Roccasecca, da una famiglia che lo vorrebbe abate di Montecassino. A diciannove anni si fa domenicano, un ordine di mendicanti; i fratelli lo rapiscono e lo chiudono un anno in un castello. Studia a Parigi e a Colonia, insegna, detta a più segretari insieme. Il 6 dicembre 1273 smette di scrivere. Muore nel 1274, in viaggio verso un concilio.

Il pensiero

Tommaso prende Aristotele, che la Chiesa guardava con sospetto, e ne fa l’ossatura della teologia cristiana: la ragione e la fede non si contraddicono, perché vengono dallo stesso Dio, e la grazia non distrugge la natura, la compie. La Somma teologica procede per domande, obiezioni, risposte, come un cantiere ordinato: l’esistenza di Dio si dimostra per cinque vie, dal movimento, dalla causa, dal possibile, dai gradi, dall’ordine; l’essere è l’atto di tutti gli atti; la legge naturale è la ragione che riconosce il bene. Tutto ha un posto, e ogni posto ha un perché. Poi, una mattina, durante la messa, qualcosa accade: non scrive più, e all’amico che insiste dice che tutto ciò che ha scritto gli sembra paglia, rispetto a ciò che ha visto. La Somma resta incompiuta. È la pagina più grande che non ha scritto.

La postura

Ordinare, per lui, è costruire: un ordine così vasto e così articolato che per secoli ci si è vissuti dentro. La casa lo mette in questo viale per l’edificio, e lo ammira per la paglia: perché chi ha costruito la cattedrale più alta è anche chi ha detto, alla fine, che non era quello il punto. È la lezione che la casa chiede a ogni ordine: che sappia di essere provvisorio. Ogni carta di questa casa ha i suoi capi numerati, e sotto l’ultimo, non scritta, la parola paglia.

La riga

Ha costruito la cattedrale del pensiero e poi ha detto: paglia.

Il gesto

Oggi, metti in ordine una cosa fino in fondo. Poi, finita, dille: paglia. Guarda se ti alleggerisce.

La consonanza

Disse paglia della sua cattedrale: il difetto custodito è la stessa confessione, lasciata di proposito.

La dissonanza

Tommaso fa salire l’ordine fino a Dio come causa prima. La casa si ferma prima: l’ordine non ha un vertice, ha un centro, e il centro è un accordo che non spiega da dove viene.

Le corde

←Aristotele, battezzato←Averroè, combattuto e usato←Boezio, commentato→Edith Stein, che lo tradusse

Ipazia, busto in pietra leccese

Ipazia

Alessandria · IV–V secolo

Ordinare

Ipazia di Alessandria

La maestra che ha insegnato a misurare il cielo in una città che aveva smesso di misurare.

La vita

Nasce ad Alessandria intorno al 355, figlia di Teone, l’ultimo matematico del Museo. Studia con lui e lo supera: commenta Diofanto, Apollonio, le tavole di Tolomeo, insegna filosofia e geometria a pagani e cristiani, consiglia i governanti. Nel marzo del 415 una folla, nel conflitto fra il vescovo e il prefetto, la trascina in una chiesa e la uccide. Dei suoi scritti non resta nulla.

Il pensiero

Di Ipazia abbiamo le lettere di un allievo, Sinesio, che la chiama madre, sorella, maestra, e la memoria dei suoi commenti, dentro quelli di altri. Insegnava la filosofia di Plotino, in cui il mondo discende dall’Uno per gradi e l’anima risale per conoscenza; ma la sua via era la matematica: le coniche, l’algebra di Diofanto, gli strumenti per misurare le stelle, che faceva costruire agli allievi. Per i neoplatonici i numeri erano la scala verso l’intelligibile; per lei erano anche il modo di tenere una città in ordine quando l’ordine si rompeva. Non apparteneva a nessuna delle fazioni che si combattevano, e fu questo a ucciderla. La sua morte segna, per convenzione, la fine della filosofia antica: non perché fosse l’ultima a pensare, ma perché dopo di lei pensare in pubblico ad Alessandria non fu più possibile.

La postura

Ordinare, per lei, è tenere il cielo misurato mentre la terra si disfa. La casa la mette in questo viale perché la sua è la postura di chi misura per resistere, non per dominare: l’astrolabio come ultima forma di dignità. E perché, nella storia di questo viale, è la prima donna, e la prima a cui l’ordine è stato negato con la violenza. Chi, in questa casa, divide una pagina in capi e un pensiero in righe, lo fa con una memoria di lei: l’ordine non è mai garantito, e per questo va fatto ogni giorno.

La riga

Ha insegnato a misurare il cielo in una città che aveva smesso di misurare.

Il gesto

Oggi, davanti a un litigio, misura qualcosa: un tempo, una distanza, un numero. L’ordine comincia da lì.

La consonanza

Tenne il cielo misurato mentre la città si disfaceva: l’ordine della misura, per noi, ha il suo campo, e lì non sbaglia.

La dissonanza

Ipazia credeva, con i platonici, che il numero salvasse dalla confusione. La casa crede che la misura non basti: ci vuole un orecchio. Le deve il coraggio della misura; aggiunge l’ascolto.

Le corde

←Pitagora, i numeri←Plotino, la scuola→Émilie du Châtelet, la misura di nuovo in mano a una donna

Pitagora, busto in pietra leccese

Pitagora

Samo, Crotone · VI secolo a.C.

Ordinare

Pitagora

Il maestro che ha sentito nei cieli un’ottava e ha chiesto ai discepoli anni di silenzio.

La vita

Nasce a Samo intorno al 570 avanti Cristo e lascia l’isola per sfuggire al tiranno. A Crotone, in Magna Grecia, fonda una comunità che è scuola, setta e partito: beni in comune, regole di vita, cinque anni di silenzio per i nuovi. Non scrive nulla. Una rivolta brucia le case dei suoi; muore a Metaponto, intorno al 495, in esilio dalla sua stessa scuola.

Il pensiero

Pitagora scopre che la musica obbedisce ai numeri: una corda dimezzata dà l’ottava, divisa per tre la quinta, e l’accordo che l’orecchio sente è un rapporto che la mente conta. Da lì il passo: se l’armonia è numero, forse tutto è numero, e il cosmo stesso, con i pianeti che girano a distanze proporzionate, suona una musica che non udiamo perché la udiamo da sempre. Il teorema che porta il suo nome lo sapevano già i babilonesi; suo è l’aver fatto della matematica una via di purificazione. Credeva che l’anima passasse di corpo in corpo, e per questo non mangiava carne, e forse neanche fave. La sua scuola ha inventato una cosa che non esisteva: una comunità che vive per capire, con regole, gradi, segreti. Platone ne ha preso molto, e non sempre lo dice.

La postura

Ordinare, per lui, è scoprire che sotto il disordine del sentire c’è un rapporto che si può contare, e vivere secondo quel rapporto. La casa lo mette in questo viale perché ha trovato l’ordine nel posto più inatteso, l’orecchio, e ne ha fatto una regola di vita. Il tricordo di questa casa, tre corde accordate, è pitagorico senza volerlo: ogni accordo è un numero che si ascolta. Il silenzio imposto ai discepoli, qui, non è una regola: ma la casa conosce il valore di tacere prima di contare.

La riga

Ha sentito nei cieli un’ottava e ha chiesto ai discepoli cinque anni di silenzio.

Il gesto

Oggi, conta una cosa che non hai mai contato: i passi fino alla porta, i respiri in un minuto. Poi ascolta se ha un ritmo.

La consonanza

Impose ai discepoli anni di silenzio e sentì nei cieli un’ottava: il mondo gli tornava per numero e per suono.

La dissonanza

Pitagora riduce il mondo a numero. La casa ascolta il mondo come accordo, e un accordo è numero più silenzio: ciò che fra le corde non si conta, e si sente.

Le corde

→Platone, il Timeo→Parmenide, che forse fu suo allievo→Leibniz, l’armonia prestabilita

Zimara, busto in pietra leccese

Zimara

Galatina, Padova · XV–XVI secolo

Ordinare

Marcantonio Zimara

Il galatinese che ha fatto l’indice di tutto ciò che Aristotele e Averroè avevano detto, perché nessuno si perdesse più fra le loro pagine.

La vita

Nasce a San Pietro in Galatina intorno al 1460. Dal 1497 studia a Padova con Nifo e Pomponazzi, insegna logica mentre studia medicina, e nel 1509 diventa professore di filosofia naturale. Torna per alcuni anni a Galatina, poi insegna a Salerno, a Napoli e di nuovo a Padova. Cura edizioni di Alberto Magno, di Aristotele e di Averroè. Muore nel 1532.

Il pensiero

Zimara lavora dentro la grande disputa del suo tempo, quella sull’anima: se l’intelletto sia uno per tutti gli uomini, come voleva Averroè, o se ciascuno abbia il suo, e se l’anima sopravviva al corpo. A Padova, dove si discute più liberamente che altrove, ascolta Pomponazzi, che negherà che la ragione possa dimostrare l’immortalità. Zimara non cerca lo scandalo: cerca l’esattezza. Raccoglie i passi di Aristotele e di Averroè che sembrano contraddirsi, e prova a scioglierli uno per uno. La sua opera più duratura è la Tavola, pubblicata dopo la sua morte: un indice ragionato di tutto ciò che il filosofo e il suo commentatore hanno detto, voce per voce, con i chiarimenti. Per più di un secolo, chi voleva orientarsi in quel mare di testi ha usato la sua mappa. L’ha fatta, dice, perché chi legge trovi senza fatica.

La postura

Ordinare, per lui, è costruire la mappa che permette agli altri di non perdersi: un indice, una tavola, un elenco delle contraddizioni con le loro soluzioni. La casa lo mette in questo viale perché il suo è l’ordine più umile e più utile, quello di chi lavora perché un altro trovi in un minuto ciò che a lui è costato anni. È un mestiere che la casa conosce: anche questo giardino, con i suoi viali e le sue rubriche, è una tavola per orientarsi. E viene da Galatina, a pochi chilometri da qui.

La riga

Ha fatto l’indice di tutto ciò che Aristotele e Averroè avevano detto, perché chi veniva dopo trovasse senza fatica.

Il gesto

Oggi, metti in ordine una cosa per qualcun altro: una cartella, una ricetta, una strada spiegata bene. Fallo in modo che non debba chiederti niente.

La consonanza

Una tavola per orientarsi: il giardino stesso, con i suoi viali e le sue rubriche, è un indice nel suo spirito.

La dissonanza

Zimara ordina i testi di due maestri come se la verità stesse tutta lì dentro. La casa ordina per accordare voci che non si somigliano, e sa che la mappa non è il territorio.

Le corde

←Aristotele, indicizzato←Averroè, il commentatore↔Vanini, un altro salentino passato per Padova

Ammirato, busto in pietra leccese

Ammirato

Lecce, Firenze · XVI secolo

Ordinare

Scipione Ammirato

Il leccese che ha dato un nome alla ragion di stato e, nello stesso gesto, le ha messo un limite.

La vita

Nasce a Lecce nel 1531; studia legge a Napoli e preferisce i classici. Canonico della cattedrale di Lecce, nel 1558 vi fonda l’Accademia dei Trasformati. Segretario a Venezia, viaggia, scrive. Nel 1569 si stabilisce a Firenze: Cosimo de’ Medici ne fa lo storico dello Stato. Nel 1594 pubblica i Discorsi sopra Cornelio Tacito. Muore a Firenze nel 1601.

Il pensiero

Ammirato scrive i Discorsi sopra Tacito per rispondere a Machiavelli senza mai nominarlo. Tacito, per lui, è il maestro che mostra il potere com’è, senza farne un’arte di ingannare. La ragion di stato, scrive, è una contravvenzione alla ragione ordinaria per rispetto del bene pubblico, cioè di una ragione più grande e più universale. È la prima definizione esatta della parola che il suo secolo usava ovunque, e porta già dentro il suo confine: lo Stato può derogare alle leggi solo per conservarsi, mai contro la legge naturale e divina, mai per la gloria del principe o per un interesse privato. Quando lo fa per questi, non è più ragione di stato: è tirannide. Come storico di Firenze, rimprovera a Machiavelli di aver piegato i fatti alle tesi; e lui stesso scrive la storia dai documenti d’archivio.

La postura

Ordinare, per lui, è dare un nome esatto all’eccezione, perché un’eccezione con un nome ha anche un limite. La casa lo mette in questo viale perché ha messo ordine nella parola più pericolosa della politica moderna senza negarla e senza esaltarla. La sua lezione è semplice e dura: nessun potere è sciolto dalla legge, e chi lo dimentica cambia nome. Da Lecce a Firenze, ha portato con sé questa misura, e l’ha scritta per i principi.

La riga

Ha dato un nome alla ragion di stato e, nello stesso gesto, le ha messo un limite.

Il gesto

Oggi, quando ti concedi un’eccezione a una tua regola, scrivi perché, e fino a quando. Un’eccezione senza limite è un’altra regola.

La consonanza

Nessun potere sciolto dalla legge: la Stoà della casa misura ogni ferita con lo stesso metro, in silenzio.

La dissonanza

Ammirato fida in un principe giusto che sappia quando derogare. La casa non affida a nessuno, da solo, il diritto all’eccezione: preferisce che resti una domanda pubblica.

Le corde

←Machiavelli, mai nominato e sempre contraddetto←Tommaso d’Aquino, la legge naturale sopra lo Stato↔Vico, un altro meridionale che ordina la storia

Confucio, busto in pietra leccese

Confucio

Lu · VI–V secolo a.C.

Ordinare

Confucio

Il maestro che ha messo ordine nei nomi perché le cose tornassero al loro posto.

La vita

Nasce nel 551 avanti Cristo nello stato di Lu, oggi Shandong, da una famiglia decaduta. Piccolo funzionario, poi ministro, lascia il suo stato quando il principe smette di ascoltarlo e per quattordici anni gira la Cina offrendo consiglio a chi non lo vuole. Torna vecchio, insegna, ordina i testi antichi. Muore nel 479. I Dialoghi li scrivono gli allievi.

Il pensiero

Confucio non parla di dèi né di ciò che viene dopo la morte: non sapendo ancora la vita, dice, come posso sapere la morte? Parla di come si sta insieme. Al centro due parole: ren, l’umanità, la benevolenza che fa di un uomo un uomo; e li, i riti, le forme che la rendono visibile, dal modo di salutare al modo di seppellire. Senza forma l’umanità si disperde; senza umanità la forma è vuota. Il governo è una questione di esempio: se il principe è retto, il popolo lo è senza bisogno di leggi. E prima di tutto bisogna rettificare i nomi: chiamare padre il padre, ministro il ministro, perché se i nomi non sono giusti le parole non corrispondono, e se le parole non corrispondono nulla si compie. Si definiva un trasmettitore, non un creatore. Nessun creatore ha avuto tanti allievi.

La postura

Ordinare, per lui, è dare a ogni cosa il suo nome e a ogni persona il suo posto, perché l’umanità abbia una forma in cui stare. La casa lo mette in questo viale perché il suo ordine comincia dalle parole, e questa casa, che scrive carte e lettere, crede che un nome sbagliato guasti tutto quello che viene dopo. La sua idea che la bontà si impari con i gesti, prima che con le idee, è una cosa che la casa condivide. Il resto, la gerarchia, l’obbedienza, lo lascia al suo tempo.

La riga

Ha messo ordine nei nomi perché le cose tornassero al loro posto.

Il gesto

Oggi, chiama una cosa con il suo nome esatto, anche se è scomodo: un ritardo ritardo, un favore favore.

La consonanza

Rettificò i nomi perché le cose tornassero al loro posto: il piccolo canone della casa è una rettifica dei nomi.

La dissonanza

Confucio ordina con il rito e con la gerarchia: ogni posto ha un sopra e un sotto. La casa ordina con l’accordo, che non ha un alto e un basso. La rettificazione dei nomi, però, qui si pratica ogni giorno.

Le corde

↔Lao Tzu, il contrario, suo contemporaneo→Thoreau, che lo cita a Walden→Kant, il dovere

Averroè, busto in pietra leccese

Averroè

Cordova, Marrakech · XII secolo

Ordinare

Averroè

Il giudice che ha commentato tre volte ogni pagina di Aristotele, perché l’ordine si impara ripassando.

La vita

Nasce a Cordova nel 1126, da una famiglia di giudici. È giudice a Siviglia e a Cordova, medico del califfo, e per vent’anni commenta Aristotele: un commento breve, uno medio, uno grande per quasi ogni opera. A sessantanove anni i teologi ottengono il suo esilio e il rogo dei suoi libri; viene richiamato, e muore a Marrakech nel 1198. L’Occidente lo chiama il Commentatore.

Il pensiero

Averroè crede che la verità sia una, e che la filosofia e la religione la dicano in due lingue: la dimostrazione per chi sa, l’immagine per tutti gli altri. Per questo risponde ad al-Ghazali, che aveva scritto l’incoerenza dei filosofi, con L’incoerenza dell’incoerenza: la ragione non è contro la fede, è il suo modo più alto. Su Aristotele è il più fedele e il più ardito: sostiene che l’intelletto che capisce è uno solo per tutti gli uomini, e che ciascuno vi partecipa come alla luce; ne viene che l’immortalità personale non si dimostra, e la cristianità lo seguirà e lo condannerà per questo. Tommaso lo combatte e lo usa; Dante lo mette fra gli spiriti magni. Senza i suoi commenti, l’Aristotele che l’Europa ha letto per quattro secoli sarebbe un altro libro.

La postura

Ordinare, per lui, è ripassare: la stessa pagina tre volte, a tre profondità, finché l’ordine del testo diventa l’ordine della mente. La casa lo mette in questo viale perché la sua è la pazienza dell’ordine, non il suo orgoglio: commentare è servire, e lui ha servito un pensiero straniero come fosse suo. L’idea che una verità sola si dica in lingue diverse, la casa la conosce: le sue stanze si aprono in tre lingue, e il pensiero è uno solo. Il resto, l’intelletto unico, lo lascia alle dispute.

La riga

Ha commentato tre volte ogni pagina, perché l’ordine si impara ripassando.

Il gesto

Oggi, rileggi una pagina che credi di sapere. La terza volta è quella che conta.

La consonanza

Una verità sola in due lingue: la misura e il senso, qui, sono due lingue sullo stesso mondo.

La dissonanza

Averroè pensa un intelletto unico per tutti gli uomini. La casa pensa un accordo fra molti: le voci restano due, tre, nove, e non si fondono. L’unità, qui, è un’intonazione, non una sostanza.

Le corde

←Aristotele, il maestro servito←al-Ghazali, a cui rispose→Tommaso d’Aquino, che lo combatté e lo usò→Ibn Arabi, incontrato da ragazzo→Marcantonio Zimara, che fece l’indice di tutte le sue pagine

Leibniz, busto in pietra leccese

Leibniz

Lipsia, Hannover · XVII–XVIII secolo

Ordinare

Gottfried Wilhelm Leibniz

Il maestro che voleva che ogni disputa finisse con una parola: calcoliamo.

La vita

Nasce a Lipsia nel 1646, figlio di un professore, e legge tutto da bambino. Giurista, diplomatico, inventa il calcolo infinitesimale negli stessi anni di Newton, e la lite su chi fu primo gli avvelena la vecchiaia. Bibliotecario e storico dei duchi di Hannover, fonda l’Accademia di Berlino, scrive migliaia di lettere. Muore nel 1716; al funerale c’è il suo segretario e quasi nessun altro.

Il pensiero

Leibniz vuole un mondo in cui nulla sia senza ragione: il principio di ragion sufficiente dice che per ogni cosa esiste un perché, anche se non lo conosciamo. Il mondo è fatto di monadi, sostanze semplici, senza finestre, ciascuna delle quali rispecchia l’universo dal suo punto di vista; non si toccano, ma sono accordate fra loro da Dio dall’inizio, come orologi regolati insieme: l’armonia prestabilita. Dio, dovendo scegliere fra infiniti mondi possibili, ha creato il migliore, e il male che vediamo è il prezzo di un bene più grande che non vediamo: la Teodicea, che Voltaire deriderà. Sognava una lingua universale in cui ogni concetto fosse un numero, così che per risolvere una controversia bastasse sedersi e dire: calcoliamo. Non l’ha trovata; ne ha trovato, in cambio, la macchina calcolatrice e il sistema binario.

La postura

Ordinare, per lui, è credere che l’ordine ci sia già, intero, e che il nostro compito sia leggerlo. La casa lo mette in questo viale perché, ai nostri occhi, nessuno ha avuto più fiducia nell’ordine, e nessuno l’ha pagata con più solitudine: le monadi senza finestre sono anche un autoritratto. La casa gli deve l’idea di armonia come accordo fra cose che non si toccano, che è quasi la sua; ma la casa pensa che l’accordo si faccia, non che sia prestabilito. La differenza è che qui qualcuno deve accordare, ogni volta.

La riga

Voleva che ogni disputa finisse con «calcoliamo». Non ne è finita nessuna, ma il calcolo è rimasto.

Il gesto

Oggi, a una cosa che ti sembra assurda, chiedi quale ragione sufficiente la fa esistere. Non deve piacerti: deve esserci.

La consonanza

L’armonia fra cose che non si toccano: l’accordo, qui, si fa invece di essere prestabilito, ma è la sua armonia.

La dissonanza

Leibniz dice che questo è il migliore dei mondi possibili. La casa non giudica il mondo: lo accorda; e un accordo non è il migliore, è quello giusto adesso. L’armonia la deve a lui; la prestabilizione no.

Le corde

←Spinoza, visitato e poi nascosto←Pitagora, il numero→Kant, che lo discusse→Émilie du Châtelet, che lo portò in Francia→Ada Lovelace, il calcolo che tesse

Vico, busto in pietra leccese

Vico

Napoli · XVII–XVIII secolo

Ordinare

Giambattista Vico

Il maestro che ha detto che conosciamo davvero solo ciò che abbiamo fatto, e per questo ha cercato l’ordine nella storia.

La vita

Nasce a Napoli nel 1668, figlio di un libraio. A sette anni cade da una scala e resta tre anni lontano dalla scuola. Precettore per nove anni nel Cilento, poi professore di retorica a Napoli, povero tutta la vita; perde il concorso per la cattedra di diritto. La Scienza nuova esce nel 1725, e la riscrive fino alla morte, nel 1744.

Il pensiero

Contro Descartes, che cerca la certezza nelle idee chiare, Vico pone un principio: il vero e il fatto si convertono. Dio conosce il mondo perché lo ha fatto; noi possiamo conoscere davvero solo ciò che facciamo, cioè la storia, le lingue, le leggi, i miti. La Scienza nuova cerca l’ordine di questo mondo fatto dagli uomini: ogni nazione passa per tre età, degli dèi, degli eroi e degli uomini, e ognuna ha la sua lingua, prima muta e fatta di gesti, poi di immagini, poi di parole. I primi uomini, dice, erano tutti fantasia: pensavano per metafore, e la poesia è venuta prima della filosofia. Poi la ragione si raffina, si fa astratta, si fa fredda, e le nazioni ricadono: corsi e ricorsi. Dentro questo moto c’è una provvidenza che usa le passioni degli uomini per fini che loro non vedono.

La postura

Ordinare, per lui, è trovare l’ordine dove sembra non esserci, nel tumulto della storia, e trovarlo con gli strumenti del filologo: le parole, i miti, le leggi antiche. La casa lo mette in questo viale perché ha dato un ordine al mondo umano senza ridurlo a un calcolo, e perché ha difeso la fantasia come il primo modo di conoscere. Il Sud ha qui il suo filosofo più grande dopo Bruno; la casa lo legge da una terra in cui il mito e la legge ancora si parlano.

La riga

Ha detto che conosciamo davvero solo ciò che abbiamo fatto, e ha cercato l’ordine dentro la storia.

Il gesto

Oggi, prendi una parola che usi ogni giorno e cercane l’origine. Guarda quale storia ti porti in bocca.

La consonanza

La poesia prima della filosofia: la casa ha messo la musica e l’immagine prima della carta, per la stessa ragione.

La dissonanza

Vico vede nella storia una provvidenza che porta le nazioni dove devono andare. La casa non legge un disegno nella storia: ascolta gli accordi quando ci sono, e le dissonanze quando non ci sono.

Le corde

←René Descartes, contraddetto←Platone, la sapienza riposta→Hegel, la storia come ordine→Marx, il mondo fatto dagli uomini→Francesco Antonio Astore, che lo lesse

Du Châtelet, busto in pietra leccese

Du Châtelet

Parigi, Lorena · XVIII secolo

Ordinare

Émilie du Châtelet

La filosofa che ha tradotto Newton in francese e la felicità in regole, e le due cose le tornavano.

La vita

Nasce a Parigi nel 1706; il padre, insolitamente, la fa studiare. Sposa a diciannove anni un marchese militare, ha tre figli, e a ventisette decide di dedicarsi alla fisica. Nel castello di Cirey, con Voltaire, allestisce un laboratorio e una biblioteca. Scrive le Istituzioni di fisica, traduce e commenta i Principia di Newton. Muore nel 1749, pochi giorni dopo un parto, a quarantadue anni.

Il pensiero

In un secolo in cui una donna non poteva entrare in un caffè di scienziati, du Châtelet entra nella disputa più grande: Newton contro Leibniz. Dalla parte di Newton, con la traduzione che ancora oggi i francesi leggono; dalla parte di Leibniz, con la difesa delle forze vive, l’idea che l’energia di un corpo in moto cresca con il quadrato della velocità, e che la fisica, oltre ai corpi, debba pensare i principi. Le Istituzioni di fisica sono un manuale scritto per il figlio, e sono il primo libro in cui la fisica newtoniana e la metafisica leibniziana si parlano. Il Discorso sulla felicità, scritto per sé, è di un’altra stoffa: la felicità sta nelle passioni moderate, nello studio, nel saper custodire qualche illusione, e nel non rimpiangere; e la passione per lo studio, dice, è quella che più dipende da noi, e per questo è la più sicura.

La postura

Ordinare, per lei, è mettere in regola due cose che il suo secolo teneva separate: il cielo di Newton e la vita di una donna. La casa la mette in questo viale perché la sua misura è doppia, e tiene: ha ordinato la fisica di un continente e la propria felicità con lo stesso rigore, e senza cedere né a uno né all’altra. La sua idea che lo studio sia la passione più sicura perché dipende solo da noi, in questa casa che vive di lavoro al banco, suona come una carta già scritta.

La riga

Ha tradotto Newton in francese e la felicità in regole, e le due cose le tornavano.

Il gesto

Oggi, prendi una cosa che sai a metà e rifalle i conti da capo, come se dovessi tradurla per qualcuno.

La consonanza

Lo studio come la passione che dipende solo da noi: il banco di questa casa è aperto per la stessa ragione.

La dissonanza

Du Châtelet mette la felicità nei piaceri misurati e in qualche illusione custodita con cura. La casa non custodisce illusioni: tiene i lampi, che non sono illusioni e non durano. Lo studio come passione sicura, invece, è suo e nostro.

Le corde

←Leibniz, difeso in Francia←Ipazia, la misura in mano a una donna, mille anni prima→Mary Wollstonecraft, la generazione dopo

Lovelace, busto in pietra leccese

Lovelace

Londra · XIX secolo

Ordinare

Ada Lovelace

La matematica che ha visto una macchina tessere l’algebra come un telaio tesse i fiori, e ha detto che cosa non avrebbe mai inventato.

La vita

Nasce a Londra nel 1815, figlia di Byron, che non vedrà mai; la madre le impone la matematica come argine contro la poesia del padre. A diciassette anni conosce Charles Babbage e la sua macchina calcolatrice. Nel 1843 traduce un articolo sulla macchina analitica e lo correda di note tre volte più lunghe del testo. Muore nel 1852, a trentasei anni.

Il pensiero

Le Note di Lovelace sono la prima riflessione su che cosa sia una macchina che calcola. Babbage vedeva tabelle di numeri; lei vede che la macchina opera su simboli, e che i simboli possono stare per qualunque cosa: le note musicali, per esempio. La macchina analitica, scrive, tesse configurazioni algebriche come il telaio di Jacquard tesse fiori e foglie. Nella nota G scrive passo per passo il procedimento per calcolare i numeri di Bernoulli: ciò che oggi chiamiamo un programma. E poi pone il limite: la macchina non ha alcuna pretesa di creare qualcosa; può fare tutto ciò che sappiamo ordinarle di fare. Chiamava il suo metodo scienza poetica: l’immaginazione che vede connessioni, il rigore che le verifica. Un secolo dopo, chi costruì le prime macchine pensanti dovette rispondere alla sua obiezione, e la chiamò con il suo nome.

La postura

Ordinare, per lei, è scrivere la sequenza esatta che una macchina eseguirà, e sapere dove l’ordine finisce. La casa la mette in questo viale perché ha dato forma al grande ordinamento del nostro tempo, il programma, e nello stesso gesto ne ha tracciato il confine. La sua scienza poetica, l’immaginazione tenuta in regola dal calcolo, è parente di questa casa, che accorda musica e numero. E la sua obiezione è la domanda della prima lettera della Stoà, posta un secolo e mezzo prima.

La riga

Ha visto una macchina tessere l’algebra come un telaio tesse i fiori, e ha detto che cosa non avrebbe mai inventato.

Il gesto

Oggi, scrivi passo per passo come fai una cosa che fai senza pensarci. Guarda dove la sequenza non basta.

La consonanza

Musica e numero nella stessa trama: la casa accorda le sue stanze come lei vedeva il telaio accordare l’algebra.

La dissonanza

Lovelace crede che la macchina faccia solo ciò che le ordiniamo. La casa sa che oggi la domanda è più difficile: le macchine fanno anche ciò che non sappiamo di aver ordinato. Il suo confine resta, ma va sorvegliato.

Le corde

←Leibniz, il calcolo come lingua universale←Pitagora, la musica come numero↔Émilie du Châtelet, un altro secolo, lo stesso rigore

Anscombe, busto in pietra leccese

Anscombe

Oxford, Cambridge · XX secolo

Ordinare

Elizabeth Anscombe

La filosofa che ha chiesto che cosa fai quando fai una cosa, e la domanda non ha più smesso.

La vita

Nasce a Limerick nel 1919, studia a Oxford, si converte al cattolicesimo da ragazza. Incontra Wittgenstein nel 1942 e ne diventa allieva, traduttrice ed esecutrice: le Ricerche filosofiche in inglese sono sue. Nel 1956 si oppone, da sola, alla laurea di Oxford a Truman, per Hiroshima. Scrive Intention nel 1957. Sette figli, la cattedra che fu di Wittgenstein a Cambridge. Muore nel 2001.

Il pensiero

Intention è un libro di cento pagine che ha riaperto una questione: che cosa vuol dire fare qualcosa intenzionalmente? Non un atto mentale che precede il gesto, risponde, ma il fatto che alla domanda «perché?» si possa rispondere con una ragione, e che la stessa azione abbia più descrizioni vere, muovere il braccio, pompare acqua, avvelenare la casa. Nel saggio sulla filosofia morale moderna sostiene che le parole dovere e obbligo hanno perso il legislatore che le reggeva, e che senza una psicologia della virtù la morale moderna gira a vuoto; conia la parola consequenzialismo per dire ciò che rifiuta: che un fine buono giustifichi qualsiasi mezzo. Contro Hume difende che la causa si vede: non è un’abitudine, è derivazione. Scriveva in modo brusco e preciso, e non chiedeva scusa per nessuna delle due cose.

La postura

Ordinare, per lei, è mettere in ordine le domande prima delle risposte: che cosa chiediamo quando chiediamo perché. La casa la mette in questo viale perché ha ridato ordine alla morale ripartendo dalla grammatica dell’azione, con una precisione che non si vedeva da Aristotele, e lo ha fatto senza sistema, pagina per pagina. La sua obiezione a Truman, sola in un’aula piena, la casa la tiene come esempio di una postura: ordinare è anche dire di no quando i conti non tornano.

La riga

Ha chiesto che cosa fai quando fai una cosa, e la domanda non ha più smesso.

Il gesto

Oggi, a un gesto che stai per fare, chiedi: perché? E alla risposta, ancora: perché? Fermati quando la risposta è «perché sì».

La consonanza

Chiese perché finché non restava che il perché sì: il gesto in fondo a ogni lettera finisce lì.

La dissonanza

Anscombe ancora la morale a una legge divina o a una natura umana data una volta per tutte. La casa la ancora all’accordo, che si rifà ogni giorno. La grammatica dell’azione è sua; il legislatore, qui, non c’è.

Le corde

←Wittgenstein, tradotto e custodito←Aristotele, le virtù←Tommaso d’Aquino→Iris Murdoch, l’amica di Oxford

Viale IVSmontarechino sulla macchina9 maestri · 4 maestre · guida Nietzsche
Nietzsche, busto in pietra leccese

Nietzsche

Röcken, Basilea, Torino · XIX secolo

Smontare

Friedrich Nietzsche

Il maestro col martello, da cui questa casa ha preso lo spirito tragico.

La vita

Nasce nel 1844 a Röcken, in Sassonia, figlio di un pastore luterano morto quando lui ha cinque anni. A ventiquattro anni, senza dottorato, è professore di filologia a Basilea. Lascia per malattia, e per dieci anni vive in pensioni fra le Alpi e la Riviera, scrivendo. Nel gennaio 1889, a Torino, crolla; vive altri undici anni senza più parlare da sé.

Il pensiero

Nietzsche non costruisce: ausculta. «Filosofare col martello» non vuol dire distruggere: vuol dire battere gli idoli per sentire se sono vuoti. Batte la morale e vi sente il risentimento dei deboli travestito da virtù; batte la verità e vi sente un bisogno di consolazione; batte Dio e sente il silenzio. «Dio è morto», e siamo noi che l’abbiamo ucciso: non ci crediamo più, ma viviamo come se. La sua domanda non è «è vero?» ma «chi lo dice, e che cosa gli serve?». Poi, nelle pagine più alte, prova a dire sì: l’eterno ritorno, vorresti questa vita così com’è, ancora e ancora?, e l’amor fati, amare ciò che è necessario. Il martello, alla fine, serve a sentire se il sì è pieno.

La postura

Smontare è la postura di chi si china su una macchina che tutti usano e nessuno guarda, e la apre. La casa lo mette qui, e non fra i costruttori, perché anche il suo sì è un sì che ha prima smontato tutto; e perché la tesi all’origine di questa casa, lo spirito tragico da Schopenhauer a Nietzsche, è nata guardandolo lavorare. Il suo Zarathustra apre con l’ultimo uomo, che ammicca e cede il volante: la prima lettera della Stoà viene da quella pagina.

La riga

Batte per sentire il vuoto, e spera di sentire il pieno.

Il gesto

Prendi una parola che oggi hai usato per approvare, giusto, normale, sano, e chiediti a chi serve.

La consonanza

L’eterno ritorno e l’amor fati: il da capo e la nota data pagano qui il loro debito, volentieri.

La dissonanza

La casa gli deve il martello e lo spirito tragico. Ma non lo segue sulla volontà di potenza: qui ciò che vale non si impone, si accorda; e il sì alla vita non ha bisogno dell’eterno ritorno, perché nulla, qui, passa.

Le corde

←Eraclito e Schopenhauer→Foucault, il metodo genealogico→Severino, che gli rispose

Marx, busto in pietra leccese

Marx

Treviri, Londra · XIX secolo

Smontare

Karl Marx

Il maestro che ha capovolto Hegel per vedere che cosa c’era sotto: c’era il lavoro.

La vita

Nasce a Treviri nel 1818, figlio di un avvocato ebreo convertito. Si laurea con una tesi su Democrito ed Epicuro, fa il giornalista, viene espulso dalla Prussia, dalla Francia, dal Belgio. Nel 1848, con Engels, scrive il Manifesto; dal 1849 vive a Londra, povero, al British Museum, con tre figli morti bambini. Il primo libro del Capitale esce nel 1867. Muore nel 1883.

Il pensiero

Marx prende la dialettica di Hegel, che camminava sulla testa, e la rimette sui piedi: non è lo spirito che muove la storia, sono gli uomini che producono la loro vita, e il modo in cui la producono, chi possiede gli strumenti e chi vende le braccia, fa le classi, le lotte, le idee. Il Capitale è l’anatomia di un sistema: la merce, che nasconde dentro il suo prezzo il lavoro di chi l’ha fatta, il feticismo che fa sembrare rapporti fra cose i rapporti fra persone, il plusvalore, cioè il tempo di lavoro non pagato da cui viene il profitto. L’alienazione è l’operaio che si sente estraneo a ciò che produce, e a sé. I filosofi hanno interpretato il mondo in vari modi, scrive da giovane; si tratta di trasformarlo. Previde il crollo e sbagliò i tempi; descrisse il meccanismo e nessuno, dopo, ha potuto non vederlo.

La postura

Smontare, per lui, è aprire la merce, l’oggetto più innocente, e trovarci dentro il lavoro e il rapporto di forza che lo nasconde. La casa lo mette in questo viale per la precisione del gesto: ha guardato la macchina economica come Machiavelli quella politica, senza lavarsi le mani. Gli deve l’idea che dietro ogni cosa ci siano mani, e la casa, che ha scritto una lettera sulle mani che sono le stesse, lo sa. Non lo segue dove la storia diventa un motore con una direzione: la casa non crede ai motori.

La riga

Ha capovolto Hegel per vedere che cosa c’era sotto: c’era il lavoro.

Il gesto

Oggi, davanti a un oggetto che possiedi, prova a vedere le mani che l’hanno fatto. Poi guarda il prezzo, e chiediti dove sono finite le mani.

La consonanza

Dietro la merce, le mani: la casa non dimentica le mani, che sono le stesse.

La dissonanza

Marx consegna la storia a un movimento necessario. La casa non crede alle necessità della storia: crede alle mani, che sono le stesse, e agli accordi, che non hanno direzione. L’anatomia della merce resta sua.

Le corde

←Hegel, rimesso in piedi←Epicuro, la tesi di laurea→Gramsci→Ernst Bloch, la speranza concreta

Foucault, busto in pietra leccese

Foucault

Poitiers, Parigi · XX secolo

Smontare

Michel Foucault

Il filosofo che ha smontato le istituzioni per vedere chi parlava dentro, e alla fine ha cercato chi dice il vero.

La vita

Nasce a Poitiers nel 1926, figlio di un chirurgo. Normale, psicologia, anni all’estero: Uppsala, Varsavia, Amburgo. La Storia della follia esce nel 1961; Le parole e le cose nel 1966 va in cima alle classifiche. Dal 1970 insegna al Collège de France, lotta per i detenuti, viaggia. Muore a Parigi nel 1984, di una malattia che allora non aveva ancora il suo nome in pubblico.

Il pensiero

Foucault studia le istituzioni che ci sembrano naturali, il manicomio, la clinica, la prigione, la sessualità, e mostra che hanno una data di nascita, e che ogni data nasconde una decisione su chi può parlare e chi deve tacere. Il sapere non è il contrario del potere: lo produce e ne è prodotto. Il carcere moderno non punisce il corpo, lo disciplina, e il modello è il Panopticon, dove si è visti senza vedere chi guarda; la stessa disciplina passa nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche. Il metodo lo chiama genealogia, e viene da Nietzsche: non chiedere che cos’è vero, ma come si è imposto come vero. Negli ultimi corsi cambia: studia gli antichi, la cura di sé, e la parresia, il coraggio di dire il vero a chi ha il potere, pagando. Come se, dopo aver smontato tutto, cercasse una postura in cui restare in piedi.

La postura

Smontare, per lui, è datare: ogni evidenza ha un archivio, e nell’archivio c’è una lotta. La casa lo mette in questo viale come ultimo, perché ha portato il metodo di Nietzsche su tutto ciò che il Novecento chiamava normale, e poi, cosa rara, ha sentito il limite del metodo e ha cambiato oggetto: dalla macchina a chi la guarda. La cura di sé e il coraggio del vero sono la postura su cui finisce, e la casa, che scrive lettere aperte firmate per intero, la riconosce come una parente.

La riga

Ha smontato le istituzioni per vedere chi parlava dentro, e alla fine ha cercato chi dice il vero.

Il gesto

Oggi, in una regola che segui senza pensarci, chiedi: a chi conviene? Poi: a me conviene? Le due risposte raramente coincidono.

La consonanza

Chiese come il vero si sia imposto, e cercò infine il coraggio di dirlo: le lettere aperte, qui, sono firmate per intero.

La dissonanza

Foucault vede il potere ovunque e il soggetto come un suo effetto. La casa vede anche l’accordo, che non è potere: è il modo in cui due si tengono senza comandarsi. Lui, alla fine, lo cercava negli antichi; la casa lo cerca al banco.

Le corde

←Nietzsche, la genealogia←Seneca, la cura di sé→Pierre Hadot, che lo corresse sugli esercizi

Machiavelli, busto in pietra leccese

Machiavelli

Firenze · XV–XVI secolo

Smontare

Niccolò Machiavelli

Il segretario che ha aperto il potere come un orologio e ha scritto quello che ha visto, senza lavarsi le mani.

La vita

Nasce a Firenze nel 1469. Per quattordici anni è segretario della Repubblica: ambasciate, dispacci, la milizia cittadina, Cesare Borgia visto da vicino. Nel 1512 tornano i Medici: è licenziato, accusato, torturato. In esilio a Sant’Andrea in Percussina, la sera, in abiti da corte, entra nelle antiche corti degli antichi uomini, e scrive Il Principe in pochi mesi. Muore nel 1527, senza riavere l’ufficio.

Il pensiero

Machiavelli decide di scrivere la verità effettuale della cosa, e non l’immaginazione di essa: come gli uomini vivono, non come dovrebbero. Da questo viene tutto. Il principe deve saper essere non buono, e usarlo e non usarlo secondo la necessità; deve essere volpe per conoscere i lacci e leone per spaventare i lupi; è meglio essere temuto che amato, se non si può essere entrambi, purché non odiato. La fortuna governa metà delle nostre azioni, e l’altra metà la lascia a chi ha virtù, cioè prontezza, non bontà. Nei Discorsi ama la repubblica più del principe, e dice che i tumulti fra popolo e grandi hanno fatto Roma libera. Non ha mai scritto che il fine giustifica i mezzi; ha scritto che si guarda al fine, e si giudica. Ha separato la politica dalla morale per vedere la politica; la morale, lui, la teneva altrove, e non l’ha detta.

La postura

Smontare, per lui, è aprire il potere e descriverne gli ingranaggi senza distogliere lo sguardo: l’uomo chino sulla macchina che tutti usano e nessuno vuole guardare. La casa lo mette in questo viale perché, ai nostri occhi, nessuno ha guardato con più freddezza, e la freddezza, qui, è un servizio: dopo di lui non si può più fingere che il potere sia un’altra cosa. Chi scrive le lettere aperte di questa casa, sul potere e sulla macchina, gli deve lo sguardo; non gli deve le conclusioni, che restano sul suo tavolo.

La riga

Ha aperto il potere come un orologio e ha scritto quello che ha visto, senza lavarsi le mani.

Il gesto

Oggi, a una decisione, chiedi non «è giusta?» ma «che effetto fa?». Poi rimettici il giusto, da solo.

La consonanza

Guardò la verità effettuale senza distogliere lo sguardo: la Stoà scrive sulla macchina con lo stesso sguardo.

La dissonanza

Machiavelli separa l’efficacia dal bene per poterla vedere. La casa non le separa: un accordo che non è giusto non regge, e si vede dopo, ma si vede. Lo sguardo è suo; la separazione è un ferro che la casa posa.

Le corde

←Lucrezio, copiato a mano da giovane→Gramsci, il principe moderno→Nietzsche, che lo ammirava→Scipione Ammirato, che gli rispose con Tacito

Beauvoir, busto in pietra leccese

Beauvoir

Parigi · XX secolo

Smontare

Simone de Beauvoir

La filosofa che ha smontato la parola «donna» e ha trovato una storia dove dicevano natura.

La vita

Nasce a Parigi nel 1908, in una famiglia borghese impoverita. Seconda all’agrégation di filosofia nel 1929, prima donna così giovane; insegna nei licei finché non scrive abbastanza da vivere. Romanzi, saggi, un premio Goncourt, una rivista, un patto con Sartre che non è un matrimonio e dura cinquant’anni. Il secondo sesso esce nel 1949 e fa scandalo. Muore nel 1986.

Il pensiero

Donna non si nasce, lo si diventa: la frase è il cuore del libro e il suo metodo. Beauvoir prende la condizione femminile e la attraversa tutta, biologia, storia, miti, educazione, matrimonio, maternità, vecchiaia, per mostrare che in nessun punto c’è una natura, e in ogni punto c’è una costruzione: la donna è stata fatta l’Altro, l’inessenziale, lo specchio in cui l’uomo si guarda. Il quadro viene da Hegel, la coscienza che si fa riconoscere, e dall’esistenzialismo: non ci sono essenze, ci sono situazioni e libertà. Per una morale dell’ambiguità aveva già detto che la libertà di ciascuno ha bisogno di quella degli altri. Più tardi smonta allo stesso modo la vecchiaia, l’altro silenzio della società, e racconta la morte della madre con una precisione che non consola. Scriveva per capire, e capire, per lei, era già un modo di non obbedire.

La postura

Smontare, per lei, è passare una condizione intera al setaccio finché non resta nessuna parte che si possa chiamare destino. La casa la mette in questo viale perché ha fatto, su un oggetto grande come metà dell’umanità, ciò che Nietzsche aveva fatto sulla morale: chiedere chi lo dice e a chi serve. La casa condivide il metodo e una parte della risposta; sulla libertà come progetto che si fa contro, ha un’altra idea, e la dice sotto. Ma la frase, donna non si nasce, resta una delle poche che hanno cambiato la vita a chi le ha lette.

La riga

Ha smontato la parola «donna» e ha trovato una storia dove dicevano natura.

Il gesto

Oggi, a una parola che ti definisce, chiedi quando l’hai imparata, e da chi. Poi vedi se la vuoi ancora.

La consonanza

Donna non si nasce: qui nulla nasce, e ciò che si diventa viene alla luce.

La dissonanza

Beauvoir pensa la libertà come un progetto che si fa contro ciò che ti è stato fatto. La casa la pensa come un accordo che si fa con: il legame non è un limite, se è accordato. È una differenza di tono, e il tono, qui, è tutto.

Le corde

←Mary Wollstonecraft, il filo ripreso←Hegel, il servo e il padrone, l’Altro→Iris Murdoch, che la lesse senza seguirla

Astore, busto in pietra leccese

Astore

Casarano, Napoli · XVIII secolo

Smontare

Francesco Antonio Astore

Il giurista di Casarano che ha smontato l’eloquenza vuota per farne una ragione che parla, e nel 1799 ha pagato con la vita la repubblica.

La vita

Nasce a Casarano nel 1742; studia nei seminari di Nardò e di Lecce, poi a Napoli, dove frequenta Antonio Genovesi. Si laurea in legge nel 1763, ma all’aula preferisce lo studio. Nel 1783 pubblica La filosofia dell’eloquenza. Nel 1799 aderisce alla Repubblica napoletana e ne diventa giudice. Tornati i Borboni, è impiccato a Napoli il 30 settembre 1799.

Il pensiero

La filosofia dell’eloquenza, o sia l’eloquenza della ragione: già il titolo è un programma. Astore smonta la retorica dei pedanti, l’erudizione che fa sfoggio e non convince, e chiede una scrittura semplice e calda, in cui la ragione e la passione lavorino insieme. Con Vico crede che filosofia e filologia non si separino; contro Rousseau sostiene che le scienze, le arti e le città migliorano l’uomo. Il fine del parlare è rendere migliori gli uomini, qui e ora. Negli ultimi anni il suo pensiero si sposta: dallo stato di natura al contratto sociale, dalla persuasione ai diritti. Nel 1796 aveva ancora cantato il re; nel 1799 traduce Mably sui diritti e i doveri del cittadino, e scrive un Catechismo repubblicano in dialoghi, dedicato a Mario Pagano, perché il popolo conosca i suoi diritti. Resta cattolico fino all’ultimo.

La postura

Smontare, per lui, è togliere alla parola l’ornamento che la rende inutile, finché resta una ragione che si fa capire. La casa lo mette in questo viale perché ha smontato due cose in una vita sola: la retorica vuota e il trono assoluto, e la seconda è venuta dalla prima. Non nasconde che ha cambiato idea: la casa lo tiene anche per questo, perché cambiare idea davanti ai fatti è una forma di onestà. Il suo catechismo per cittadini è un antenato delle lettere aperte che la casa scrive.

La riga

Ha tolto alla parola l’ornamento finché è rimasta una ragione che si fa capire, e ne ha fatto un catechismo per cittadini.

Il gesto

Oggi, riscrivi una frase importante che hai scritto togliendo ogni parola che serve solo a farti sembrare colto.

La consonanza

Una scrittura semplice e calda, dove ragione e passione lavorano insieme: è la regola della casa per ogni lettera.

La dissonanza

Astore crede che la ragione ben detta basti a rendere migliori gli uomini, e la forca gli ha risposto. La casa crede nella parola chiara, ma sa che non protegge: per questo la firma.

Le corde

←Vico, la filosofia che non si separa dalla filologia←Cicerone, l’eloquenza che serve la città↔Vanini, un altro salentino messo a morte per le sue idee↔Giuseppe Palmieri, la stessa scuola di Genovesi

Zenone di Elea, busto in pietra leccese

Zenone di Elea

Elea · V secolo a.C.

Smontare

Zenone di Elea

L’allievo che ha fermato la freccia in volo per difendere una frase sola.

La vita

Nasce a Elea intorno al 490 avanti Cristo, allievo e, dice Platone, figlio adottivo di Parmenide; con lui, quarantenne, va ad Atene, dove un giovane Socrate li ascolta. Scrive un libro di argomenti, perduto, di cui restano i paradossi raccontati da altri. Congiura contro un tiranno, è torturato, e, raccontano, si morde la lingua e gliela sputa in faccia. Muore intorno al 430.

Il pensiero

Parmenide aveva detto che l’essere è uno e immobile; tutti ridevano. Zenone non difende la tesi: attacca chi ride, mostrando che le loro certezze, il molteplice e il movimento, portano ad assurdità peggiori. Achille non raggiunge mai la tartaruga, perché quando arriva dove lei era, lei è già un poco più avanti, all’infinito. La freccia, in ogni istante, occupa uno spazio uguale a sé, dunque è ferma, e il volo è una somma di immobilità. Per percorrere uno stadio bisogna prima farne metà, e prima la metà della metà, e non si parte mai. Aristotele lo chiama inventore della dialettica, l’arte di confutare partendo dalle premesse dell’avversario; i matematici ci hanno messo duemila anni a rispondergli con l’infinito che converge, e non tutti i filosofi sono convinti che la risposta basti.

La postura

Smontare, per lui, è prendere ciò che è più evidente, che ci si muove, e mostrare che non si lascia pensare senza contraddizione. La casa lo mette in questo viale, accanto a chi ha smontato morali e poteri, perché ha smontato la cosa più solida di tutte: il passo. E lo ha fatto per devozione, non per gusto della rovina: per proteggere il maestro. È lo smontare più nobile, quello che serve una frase; e il più inquietante, perché la freccia, dopo di lui, vola lo stesso, ma non sappiamo più come.

La riga

Ha fermato la freccia in volo per difendere una frase sola.

Il gesto

Oggi, prendi una cosa ovvia, che ti muovi, che il tempo passa, e prova a dimostrarla. Non riuscirci è il punto.

La consonanza

Fermò la freccia per salvare l’essere: qui la freccia vola e nulla nasce, e le due cose si accordano.

La dissonanza

Zenone smonta il movimento per salvare l’essere. La casa tiene tutti e due: nulla nasce, e la freccia vola. Non è una contraddizione: è un accordo, e lui non li ammetteva.

Le corde

←Parmenide, il padre→Aristotele, che gli rispose nella Fisica→Severino, che non gli ha mai dato torto

Diogene, busto in pietra leccese

Diogene

Sinope, Atene, Corinto · IV secolo a.C.

Smontare

Diogene di Sinope

Il cane che ha falsificato la moneta, poi i valori: era lo stesso gesto, e lo sapeva.

La vita

Nasce a Sinope, sul Mar Nero, intorno al 412 avanti Cristo; il padre batte moneta, e padre e figlio vengono esiliati per averla falsificata. Ad Atene vive in una botte, mangia in piazza, dorme dove capita; lo chiamano cane, e lui accetta il nome. Catturato dai pirati, venduto a Corinto, educa i figli del padrone. Muore nel 323, dicono, lo stesso giorno di Alessandro.

Il pensiero

L’oracolo gli aveva detto: falsifica la moneta. Diogene capì tardi che la moneta era il nómisma, ciò che vale per convenzione: le leggi, i costumi, la vergogna, le gerarchie. E si mise a falsificarle una per una, con il corpo: mangiando in pubblico, vivendo senza casa, dicendo al re che gli faceva ombra. Chiamò la sua vita un esercizio, áskesis: ridurre i bisogni al necessario, perché gli dèi non hanno bisogno di nulla e i simili agli dèi di poco. Di giorno, con una lanterna accesa, cercava un uomo. Si disse cittadino del mondo, cosmopolita, ed è la prima volta che la parola si sente. Non lasciò un sistema, ma un metodo: ogni cosa che tutti fanno senza pensarci, falla altrove, o non farla, e guarda la faccia della città. Platone lo chiamò un Socrate impazzito. Era un complimento, e lui lo prese così.

La postura

Smontare, per lui, è vivere smontato: non c’è una critica, c’è un corpo che si rifiuta di stare nella macchina. La casa lo mette in questo viale perché è il primo, e il più completo: smonta con la vita, non con le pagine. E perché la casa ha un Conio, dove si battono monete nuove, e sa che cosa vuol dire falsificare il valore corrente: non truffare, ma rimettere in discussione ciò che vale. La differenza è che la casa, dopo, conia; lui restava nella botte, e ci stava bene.

La riga

Ha falsificato la moneta, poi i valori: era lo stesso gesto, e lo sapeva.

Il gesto

Oggi, fai una cosa normale in un posto in cui non si fa: siediti per terra, mangia per strada. Guarda chi si volta, e perché.

La consonanza

Falsificò la moneta: il Conio di questa casa batte monete nuove per la stessa ragione, e poi le spende.

La dissonanza

Diogene smonta tutto e non rimonta niente. La casa smonta per accordare: ha un Conio, non una botte. La lanterna, però, la tiene accesa.

Le corde

←Socrate, di cui fu detto la versione impazzita→Zenone di Cizio, per via di Cratete→Epitteto, che lo venerava→Nietzsche→Ipparchia, che vestì lo stesso mantello

Ipparchia, busto in pietra leccese

Ipparchia

Maroneia, Atene · IV secolo a.C.

Smontare

Ipparchia di Maroneia

La cinica che ha scelto il mantello di Cratete invece della dote, e a chi le ricordava il telaio ha risposto che aveva scelto di educarsi.

La vita

Nasce a Maroneia, in Tracia, intorno al 350 avanti Cristo, da una famiglia ricca. Ascolta Cratete, il filosofo cinico, e rifiuta tutti i pretendenti che i genitori le propongono. Cratete le mostra la sua bisaccia e il suo mantello: questo è tutto ciò che possiede. Lei accetta. Vivono ad Atene, per strada, da pari. Scrive, dicono, libri che non ci sono arrivati.

Il pensiero

Di Ipparchia sappiamo ciò che racconta Diogene Laerzio, ed è abbastanza. Il cinismo smonta le convenzioni con il corpo: vivere senza casa, senza vergogna, senza bisogni inutili. Per un uomo era uno scandalo; per una donna era impensabile. Lei lo fa: veste lo stesso mantello di Cratete, va con lui ai banchetti, discute in pubblico. A un banchetto il filosofo Teodoro, detto l’ateo, la deride; lei gli propone un argomento: ciò che non è ingiusto se lo fa Teodoro, non è ingiusto neppure se lo fa Ipparchia. Lui, invece di rispondere, le tira il mantello. Lei non si scompone. Allora Teodoro le cita un verso: è questa quella che ha lasciato la spola accanto al telaio? Sono io, risponde; e credi che abbia deciso male, se il tempo che avrei speso al telaio l’ho speso a educarmi?

La postura

Smontare, per lei, è mostrare con il corpo che una regola era solo un’abitudine: una donna che discute in pubblico, e vince. La casa la mette in questo viale accanto a Diogene, perché ha smontato una convenzione che nemmeno i cinici avevano pensato di toccare, e lo ha fatto con calma, con un sillogismo e un mantello. Ha pagato lo scandalo cinico due volte, come filosofa e come donna; ed è la prima, nel viale, a rispondere senza alzare la voce.

La riga

Il tempo che avrebbe speso al telaio l’ha speso a educarsi, e non se ne è pentita.

Il gesto

Oggi, quando qualcuno ti ricorda il tuo posto, rispondi con un argomento, non con un’offesa. Poi resta dove sei.

La consonanza

Rispondere all’offesa con un argomento: la Stoà della casa risponde così anche a chi le tira il mantello.

La dissonanza

Ipparchia smonta la convenzione vivendo senza casa. La casa smonta per abitare meglio: ha una casa, e tiene la porta aperta a chi ne è stato escluso.

Le corde

←Diogene di Sinope, il maestro di Cratete↔Zenone di Cizio, allievo di Cratete→Simone de Beauvoir, il corpo come situazione

Lucrezio, busto in pietra leccese

Lucrezio

Roma · I secolo a.C.

Smontare

Tito Lucrezio Caro

Il poeta che ha smontato la paura della morte con gli atomi, e ha cantato la paura lo stesso.

La vita

Di lui si sa quasi nulla: nasce intorno al 99 avanti Cristo, muore intorno al 55, forse prima di finire il poema, che Cicerone, dicono, rivide. Un padre della Chiesa racconta che impazzì per un filtro d’amore e si uccise: probabilmente è una calunnia. Il De rerum natura dormì mille anni; un umanista lo ritrovò in un monastero nel 1417, e da allora non ha più smesso di inquietare.

Il pensiero

Lucrezio mette in esametri la fisica di Epicuro: tutto è fatto di atomi e di vuoto; gli atomi cadono, e a un certo punto deviano di un nulla, il clinamen, e da quella deviazione nascono gli incontri, i mondi, e la libertà. Gli dèi esistono ma non si occupano di noi; l’anima è materia e si disfa con il corpo; dunque la morte non è nulla per noi, perché quando c’è lei noi non ci siamo. La religione è la paura che inventa i suoi padroni, e il poema la combatte verso per verso. Ma Lucrezio non è sereno come il maestro: descrive la peste di Atene con una precisione che spaventa, e l’amore come una ferita che si allarga a toccarla. Canta per convincere e, cantando, mostra che le immagini sono più forti degli argomenti. È la ragione che prova a guarire, e sa di non guarire tutto.

La postura

Smontare, per lui, è aprire il mondo fino agli atomi per far vedere che dentro non c’è nessun dio che punisce e nessuna anima che resta. La casa lo mette in questo viale perché la sua è la demolizione più onesta: fatta con la poesia, cioè con lo stesso strumento che le paure usano per costruirsi. Chi smonta con la bellezza sa che la bellezza rimonta. La casa gli deve il coraggio della fisica; e nota, con lui, che nessuno smonta la morte fino in fondo, e che il poema finisce sulla peste.

La riga

Ha smontato la paura della morte con gli atomi, e ha cantato la paura lo stesso.

Il gesto

Oggi, a una paura, chiedi di che cosa è fatta, pezzo per pezzo. Alla fine resta un pezzo che non fa paura: tienilo.

La consonanza

Smontò la paura con i versi: la casa crede che si curi cantando.

La dissonanza

Lucrezio dice che la morte non ci riguarda perché non ci saremo. La casa dice che nulla nasce e nulla muore: la morte non è assenza, è una luce che si sposta. Sono due consolazioni; la casa preferisce la sua, e canta anche lei.

Le corde

←Epicuro, messo in versi→Montaigne, che lo annotò a margine→Leopardi→Marx, la tesi di laurea←Ennio, il primo poeta

Nagarjuna, busto in pietra leccese

Nagarjuna

India · II–III secolo

Smontare

Nagarjuna

Il monaco che ha smontato ogni cosa fino a trovare che non c’era niente da smontare, e l’ha chiamato vuoto.

La vita

Nasce nel sud dell’India, forse brahmano, fra il secondo e il terzo secolo; la leggenda lo fa discendere dai serpenti, i naga, che gli avrebbero affidato le scritture nascoste. Monaco buddhista, fonda la scuola della Via di mezzo. Le Stanze fondamentali sono il suo libro; il resto è tradizione, miracoli e discussioni che durano da diciotto secoli.

Il pensiero

Il Buddha aveva detto che tutto sorge in dipendenza da altro; Nagarjuna tira la conseguenza: se ogni cosa dipende da altro, nessuna cosa ha una natura propria, un’essenza che la faccia essere ciò che è da sola. Questo è il vuoto, śūnyatā: non il nulla, ma l’assenza di consistenza propria. Lo dimostra per esaurimento: ogni tesi, il movimento, la causa, il sé, il tempo, viene esaminata nelle quattro possibilità, è, non è, è e non è, né è né non è, e in tutte e quattro si contraddice. Chi fa del vuoto una tesi, dice, è incurabile. Distingue due verità, quella convenzionale, in cui si vive e si parla, e quella ultima, in cui non c’è nulla da dire. È la più radicale smontatura mai scritta, e finisce in un silenzio che non è disperato.

La postura

Smontare, per lui, è un metodo completo: nessuna cosa resta in piedi da sola, e questa è la liberazione. La casa lo mette in questo viale perché, ai nostri occhi, è l’unico che, smontando, non ha lasciato né rovine né una nuova dottrina: ha lasciato il vuoto come spazio abitabile. C’è una parentela con ciò che la casa dice del possesso: nessuna cosa è mia perché nessuna cosa è sua. Ma la casa dice che tutto è, e lui che nulla ha natura propria; ci si capisce sulla porta, e poi ciascuno va per la sua via.

La riga

Ha smontato ogni cosa fino a trovare che non c’era niente da smontare, e l’ha chiamato vuoto.

Il gesto

Oggi, prendi una cosa solida, un tavolo o un rancore, e cerca di che cosa dipende. Quando non trovi più un pezzo che stia da solo, hai capito.

La consonanza

Disse vuota ogni cosa perché nessuna sta da sé; e il suo vuoto, come il nostro, non è mai il nulla.

La dissonanza

Nagarjuna dice che nulla ha natura propria. La casa dice che tutto è, e che nulla nasce: sono due modi di negare il possesso, ma uno svuota e l’altro accorda. Il vuoto, qui, si chiama silenzio, ed è una corda.

Le corde

←Buddha, portato alle conseguenze→Schopenhauer, che lesse i buddhisti dall’Europa↔Pirrone, che forse incontrò i suoi antenati in India

Wollstonecraft, busto in pietra leccese

Wollstonecraft

Londra, Parigi · XVIII secolo

Smontare

Mary Wollstonecraft

La scrittrice che ha smontato la «natura femminile» e ha trovato sotto un’educazione.

La vita

Nasce a Londra nel 1759 da un padre violento che dilapida il patrimonio. Governante, maestra, poi scrittrice per vivere, cosa rarissima per una donna. Nel 1792 pubblica la Rivendicazione dei diritti della donna e va a Parigi a vedere la Rivoluzione. Un amore infelice, una figlia, anni duri; poi il matrimonio con Godwin. Muore nel 1797, dieci giorni dopo il parto della seconda figlia, la futura Mary Shelley.

Il pensiero

Rousseau aveva scritto che la donna è fatta per piacere all’uomo e che la sua educazione deve servire a questo; Wollstonecraft risponde che ciò che si chiama natura femminile, la debolezza, la civetteria, la leggerezza, è il prodotto di un’educazione che la fabbrica, e che la stessa educazione, data a un uomo, produrrebbe lo stesso uomo. La ragione non ha sesso. Chiede scuole comuni, lavoro, indipendenza economica, e chiede alle donne di volere la virtù invece della grazia; chiede agli uomini di volere compagne invece di giocattoli, perché una tirannia domestica corrompe anche il tiranno. Scrive con rabbia e con fretta, in sei settimane, e il libro è disordinato e vivo. Due anni prima, nella Rivendicazione dei diritti degli uomini, aveva già smontato con la stessa mano la difesa delle gerarchie ereditarie. Il metodo era uno: cercare chi ha fabbricato ciò che si chiama naturale.

La postura

Smontare, per lei, è prendere la parola «natura» e aprirla, per vedere che dentro c’è un’abitudine, e dietro l’abitudine un interesse. La casa la mette in questo viale perché è il gesto genealogico un secolo prima che avesse un nome, fatto da chi lo pagava sulla propria pelle. E perché il suo smontare non è un gusto: è una richiesta di dignità, cioè un modo di dire volere che tu sia anche a chi non lo aveva mai sentito dire. La casa la legge come si legge una lettera aperta: con il senso che riguardi chi la riceve.

La riga

Ha smontato la «natura femminile» e ha trovato sotto un’educazione.

Il gesto

Oggi, a una cosa che «è naturale», chiedi chi l’ha insegnata, e a chi conviene che resti così.

La consonanza

Cercò chi avesse fabbricato ciò che chiamavano natura: ogni lettera di questa casa chiede a chi serve.

La dissonanza

Wollstonecraft affida alla ragione, uguale in tutti, il compito di liberare. La casa aggiunge l’accordo: la ragione libera, ma non tiene insieme, e lei stessa, nelle lettere dalla Scandinavia, lo sapeva.

Le corde

←Diotima, la prima a insegnare a un uomo←Émilie du Châtelet, la generazione prima→Simone de Beauvoir, che riprese il filo

Lonzi, busto in pietra leccese

Lonzi

Firenze, Milano · XX secolo

Smontare

Carla Lonzi

La critica che ha lasciato l’arte per smontare Hegel, e ha chiesto alle donne di cercare non l’uguaglianza ma la propria differenza.

La vita

Nasce a Firenze nel 1931, studia storia dell’arte con Roberto Longhi e diventa una delle critiche più acute della sua generazione. Nel 1969 pubblica Autoritratto, un libro di conversazioni con artisti; poi lascia la critica. Nel 1970 fonda con Carla Accardi ed Elvira Banotti Rivolta Femminile e scrive Sputiamo su Hegel. Muore a Milano nel 1982.

Il pensiero

Il titolo è uno schiaffo, il contenuto un’analisi: Hegel ha chiuso la donna nella famiglia, nella legge domestica, e ha consegnato all’uomo la storia e lo Stato; Marx, rovesciando Hegel, ha lasciato intatta quella divisione. Per Lonzi l’uguaglianza è una trappola: chiedere di essere uguali agli uomini significa accettare che il modello sia l’uomo. La donna non deve entrare nella storia degli uomini, ma riconoscersi come soggetto imprevisto, portatore di una differenza. Il metodo è l’autocoscienza: piccoli gruppi di donne che parlano di sé senza esperti, senza capi, senza un programma da eseguire, finché ciascuna non trova la propria voce. Il suo diario, Taci, anzi parla, mostra quanto costi: dubbi, rotture, amicizie perdute. Non ha fondato un partito; ha lasciato un modo di stare, e una domanda che molte filosofe dopo di lei hanno raccolto.

La postura

Smontare, per lei, è togliere il fondamento a ciò che sembrava neutro: lo Stato, la storia, la stessa idea di uguaglianza. La casa la mette in questo viale perché ha smontato un sistema intero, quello di Hegel, partendo da ciò che il sistema taceva, e perché lo ha fatto rinunciando a un posto sicuro. La sua autocoscienza, parlare di sé davanti ad altre senza maestri, è parente del metodo a domande di questa casa: nessuno risponde al posto tuo.

La riga

Ha smesso di chiedere di essere uguale, e ha cominciato a dire chi era.

Il gesto

Oggi, racconta a qualcuno una cosa vera di te senza spiegarla, e ascolta lui fare lo stesso. Nessun consiglio.

La consonanza

Il soggetto imprevisto: la casa, che entra con una domanda, aspetta sempre chi non era previsto.

La dissonanza

Lonzi separa: le donne fra donne, la differenza contro l’uguaglianza. La casa cerca l’accordo fra voci diverse senza fonderle; qui la differenza è la condizione dell’accordo, non il suo contrario.

Le corde

←Hegel, su cui sputò←Simone de Beauvoir, letta e oltrepassata↔Mary Wollstonecraft, l’uguaglianza che lei rifiutò

Viale VSopportarein piedi, sotto il peso8 maestri · 4 maestre · guida Seneca
Seneca, busto in pietra leccese

Seneca

Cordova, Roma · I secolo

Sopportare

Lucio Anneo Seneca

Il filosofo con le mani sporche, che ha scritto dal palazzo e non dalla cella.

La vita

Nasce a Cordova intorno al 4 avanti Cristo e cresce a Roma. Avvocato, senatore, esiliato in Corsica per otto anni, poi precettore e ministro di Nerone: il filosofo più ricco e più potente del suo tempo. Quando Nerone lo accusa di congiura, nel 65, gli ordina di morire; si apre le vene davanti agli amici, dettando.

Il pensiero

Lo stoico non nega il dolore: lo mette al posto giusto. Le cose si dividono in ciò che dipende da noi, il giudizio e la volontà, e ciò che non ne dipende: il corpo, la fama, il tempo che resta. La libertà sta tutta nella prima metà. Seneca lo scrive in lettere a un amico, Lucilio, perché la filosofia per lui è una medicina quotidiana e non un sistema: si prende la sera, ripassando la giornata. Il tempo non è poco, dice: è che lo perdiamo. La morte non è davanti a noi: è dietro, nei giorni già vissuti. La sua è una filosofia per chi ha responsabilità, e lui le aveva, e lo sapeva.

La postura

Sopportare, in latino, è sostenere: tenere un peso senza farsi schiacciare e senza fingere che non pesi. È la postura dell’uomo in piedi sotto il carico, la schiena dritta non per orgoglio ma per non cadere addosso agli altri. La casa mette Seneca qui perché non ha scritto dalla cella di un monaco ma dal palazzo di un tiranno, e ha retto le contraddizioni di quel posto fino alla fine, che ha scelto di reggere come una lezione. Chi tiene tutto insieme, nelle lettere di questa casa, discende da lui.

La riga

Non ti chiede di non sentire il peso: ti chiede di non farlo cadere su altri.

Il gesto

Stasera, prima di dormire, ripassa la giornata e chiedi a una cosa sola: dipendeva da me?

La consonanza

La filosofia come medicina quotidiana, presa la sera: il gesto in fondo a ogni lettera di questa casa si prende così.

La dissonanza

Seneca prepara la morte come si prepara un viaggio. La casa, che dice «qui nulla nasce» e dunque nulla muore, non la prepara: la accorda. È una differenza di fondo, e vale la pena di tenerla scritta.

Le corde

←Epitteto e Marco Aurelio→Boezio, la Consolazione→Montaigne, che lo legge ogni giorno

Marco Aurelio, busto in pietra leccese

Marco Aurelio

Roma, Danubio · II secolo

Sopportare

Marco Aurelio

L’imperatore che governava il mondo di giorno e la sera scriveva a se stesso per non crederci.

La vita

Nasce a Roma nel 121; Adriano lo nota bambino e lo fa adottare dal suo successore. Imperatore dal 161, passa quasi tutto il regno al fronte, sul Danubio, contro i Marcomanni, mentre la peste svuota l’impero. Nelle tende, in greco, scrive i Pensieri, che non chiama così: li chiama a se stesso. Muore a Vindobona nel 180, lasciando l’impero a un figlio che non lo merita.

Il pensiero

I Pensieri non sono un libro: sono dodici quaderni di esercizi in cui un uomo si ripete ciò che sa, perché sa di dimenticarlo. Le idee sono quelle della Stoà, imparate da Epitteto: la divisione fra ciò che dipende da noi e ciò che no, l’accettazione del destino, la ragione comune che fa di tutti gli uomini concittadini. Ma il tono è suo: la brevità del tempo, la fama che svanisce, gli imperatori che l’hanno preceduto e di cui resta polvere, il corpo come carne e sangue e ossa, la morte come dissoluzione in elementi. Ciò che non giova all’alveare, scrive, non giova all’ape. Al mattino si ricorda che incontrerà ingrati, arroganti, invidiosi, e che sono suoi fratelli. Non c’è un sistema; c’è un uomo con il massimo potere che ogni sera si rimpicciolisce, per potersi alzare.

La postura

Sopportare, per lui, è il peso più grande che un uomo possa portare, l’impero, portato ogni giorno senza illusione sul suo valore. La casa lo mette in questo viale perché la postura dello stare in piedi, in lui, si vede fisicamente: in tenda, di notte, con la peste fuori, a scrivere note che nessuno doveva leggere. È il sopportare più solitario della storia, e il più onesto, perché non spera in nulla. La casa gli deve la forma: scrivere a se stessi, la sera, è un esercizio che qui si pratica, e si consiglia.

La riga

Governava il mondo di giorno e la sera scriveva a se stesso per non crederci.

Il gesto

Stasera, scrivi tre righe a te stesso, non a un lettore. Se ti vergogni, è il segno che sono vere.

La consonanza

Scriveva a se stesso la sera per non credersi: si esiste piano, qui, per la stessa ragione.

La dissonanza

Marco Aurelio accetta tutto come parte di un ordine razionale. La casa accetta per accordo, non per ordine: il tutto, qui, non ha una ragione, ha un’intonazione; e la differenza, in una notte di peste, è grande.

Le corde

←Epitteto, letto in tenda←Zenone di Cizio→Pierre Hadot, che ne fece una cittadella→Montaigne, che lo tenne vicino

Epitteto, busto in pietra leccese

Epitteto

Frigia, Roma, Nicopoli · I–II secolo

Sopportare

Epitteto

Lo schiavo zoppo che ha scritto il manuale della libertà.

La vita

Nasce in Frigia intorno al 50, schiavo; il nome vuol dire «acquistato». Il padrone, un liberto di Nerone, lo lascia studiare con il filosofo Musonio; una gamba spezzata, forse dal padrone, lo rende zoppo per sempre. Liberato, insegna a Roma finché Domiziano espelle i filosofi; apre scuola a Nicopoli, in Grecia. Non scrive: l’allievo Arriano prende appunti. Muore intorno al 135.

Il pensiero

Tutto comincia da una divisione: ci sono cose che dipendono da noi, il giudizio, il desiderio, l’impulso, e cose che non ne dipendono, il corpo, i beni, la reputazione, la vita stessa. Confondere le due è l’origine di ogni infelicità; tenerle distinte è la libertà, che uno schiavo può avere e un imperatore no. Non sono le cose a turbarci, ma i giudizi che diamo delle cose: la morte non è terribile, è terribile l’opinione che lo sia. Da questo vengono gli esercizi: cominciare dalle cose piccole, una brocca rotta, prima di passare alle grandi; dire di ciò che si ama «è una cosa che si può perdere», per non essere sorpresi; recitare la propria parte, qualunque sia, bene. Il motto è due verbi: sopporta e astieniti. La sua scuola è una palestra, e lui non promette altro che la fatica.

La postura

Sopportare, per lui, è il mestiere di chi non ha mai avuto la scelta: nato schiavo, zoppo, esiliato, ha trasformato la necessità in una disciplina della libertà interiore. La casa lo mette in questo viale perché, ai nostri occhi, nessuno ha reso così concreto il tenere: con esercizi, non con consolazioni. Il suo manuale è il più breve e il più usato di tutta la filosofia, e la casa ne tiene una copia idealmente sul banco. Gli deve la divisione delle cose; non gli deve la rinuncia a ciò che non dipende da noi, che qui si accorda invece di lasciare.

La riga

Era schiavo e zoppo, e ha scritto il manuale della libertà.

Il gesto

Oggi, a ogni contrarietà, una domanda sola: dipende da me? Se no, posala come un oggetto prestato.

La consonanza

Ciò che dipende da noi: non scegli ciò che accade, scegli se accordarti.

La dissonanza

Epitteto consegna alla volontà ciò che dipende da noi e lascia il resto. La casa non lascia il resto: lo accorda, che è un modo di tenerlo senza possederlo. La divisione è sua; la seconda metà, qui, non si abbandona.

Le corde

←Diogene, venerato←Zenone di Cizio, la scuola→Marco Aurelio, che lo lesse in tenda→Simone Weil, la necessità amata

Zenone di Cizio, busto in pietra leccese

Zenone di Cizio

Cipro, Atene · IV–III secolo a.C.

Sopportare

Zenone di Cizio

Il mercante che naufragò, perse tutto, e aprì scuola sotto un portico: la Stoà ha preso da lui il tetto.

La vita

Nasce a Cizio, a Cipro, intorno al 334 avanti Cristo, figlio di un mercante fenicio. Naufraga, dicono, con un carico di porpora, arriva ad Atene senza nulla, entra in una libreria, legge Socrate e chiede dove si trovi un uomo così: gli indicano Cratete il cinico. Intorno al 300 apre scuola nel Portico dipinto, la Stoà Poikile. Atene lo onora con una corona d’oro. Muore intorno al 262.

Il pensiero

Zenone divide la filosofia in tre parti, logica, fisica, etica, e le paragona a un uovo o a un frutteto: il muro, gli alberi, i frutti. Il mondo è un vivente unico, governato da una ragione, il logos, che è anche fuoco e destino; vivere bene è vivere secondo natura, cioè secondo quella ragione, accettando ciò che accade come parte di un ordine che non vediamo intero. Le passioni sono giudizi sbagliati, e il saggio ne è libero: non insensibile, ma senza turbamento. Il bene è uno solo, la virtù; tutto il resto, salute, ricchezza, vita, è indifferente, anche se preferibile. Dalla sua scuola vengono cinque secoli di stoici, Cleante, Crisippo, Seneca, Epitteto, Marco Aurelio, e una parola che tutti usano senza saperne la storia. Dei suoi libri non resta nulla: resta il portico.

La postura

Sopportare, per lui, comincia da un naufragio: ha perso tutto, e ha detto che la fortuna gli aveva fatto un favore spingendolo alla filosofia. La casa lo mette in questo viale perché la postura dello stare in piedi sotto il peso è nata con lui, letteralmente sotto un tetto: il portico aperto, dove si insegnava in pubblico, nel rumore della piazza. Questa casa ha la sua Stoà, dove scrive le lettere aperte, e la deve a lui: il nome e l’idea che si pensi all’aperto, con la città che passa.

La riga

Naufragò, perse tutto, e aprì scuola sotto un portico: la casa ha preso da lui il tetto.

Il gesto

Oggi, davanti a una perdita, chiedi: che cosa posso fare in piedi, adesso? Fallo, anche piccolo.

La consonanza

Insegnò sotto un portico, con la città che passava: la Stoà di questa casa è il suo tetto.

La dissonanza

Zenone chiede di estinguere le passioni, perché sono giudizi sbagliati. La casa chiede di accordarle: il tricordo ha corde, non silenzi, e una corda muta non suona. Il portico resta; l’apatia no.

Le corde

←Diogene, per via di Cratete←Socrate, letto in una libreria→Epitteto→Seneca, il portico a Roma

Etty Hillesum, busto in pietra leccese

Etty Hillesum

Amsterdam, Westerbork · XX secolo

Sopportare

Etty Hillesum

La donna che nella baracca ha voluto essere il cuore pensante, e lo è stata fino al treno.

La vita

Nasce a Middelburg, in Olanda, nel 1914, in una famiglia ebrea difficile e colta. Studia legge e russo ad Amsterdam; nel 1941 incontra uno psicologo che le cambia la vita, e comincia un diario. Rifiuta di nascondersi: va volontaria nel campo di transito di Westerbork, per aiutare. Nel settembre 1943 è deportata con la famiglia; da un treno getta una cartolina. Muore ad Auschwitz il 30 novembre 1943.

Il pensiero

Il diario comincia come il resoconto di una ragazza inquieta, con troppi amori e troppi libri, e diventa, in due anni, uno dei testi spirituali del secolo. Etty impara a inginocchiarsi, lei che non era credente, in bagno, per non farsi vedere; impara a parlare con un Dio che non può aiutarla, e che è lei, dice, a dover aiutare, difendendo in sé quel pezzo di lui che resta. Guarda i tedeschi senza odio, non per debolezza ma perché l’odio, scrive, è una malattia dell’anima, e non vuole ammalarsi. A Westerbork vede tutto, i vecchi, i bambini, i treni del martedì, e scrive che vorrebbe essere il cuore pensante della baracca, poi di un intero campo. Vuole che la vita, anche quella, sia trovata bella: non perché lo sia, ma perché ha deciso di guardarla così, e la decisione regge.

La postura

Sopportare, per lei, è portare il peso del secolo in un corpo giovane, e tenere gli occhi aperti e il cuore pensante. La casa la mette in questo viale accanto a Rosa Luxemburg, un’altra cella, la stessa finestra, perché la sua è la postura dello stare in piedi quando tutto spinge in terra, e senza la consolazione di una causa. Lo fa con il diario, cioè scrivendo a sé e a nessuno: la pratica di questa casa, portata dove non si credeva possibile. Il treno l’ha presa cantando, dice la cartolina.

La riga

Nella baracca ha voluto essere il cuore pensante, e lo è stata fino al treno.

Il gesto

Oggi, in mezzo a un rumore, fai un minuto di silenzio dentro. Lei lo chiamava inginocchiarsi, e lo faceva in piedi.

La consonanza

Il cuore pensante della baracca: resuonare è rispondere col proprio suono anche dove non c’è più suono.

La dissonanza

Hillesum arriva ad accettare tutto, anche l’orrore, come parte di un disegno da trovare bello. La casa accetta meno: regge il peso, ma non gli dà un senso che non ha. Il cuore pensante, invece, è esattamente ciò che chiede.

Le corde

←Agostino, letto nel diario↔Simone Weil, la sorella che non incontrò↔Rosa Luxemburg, un’altra cella↔Charlotte Delbo, che tornò

Rina Durante, busto in pietra leccese

Rina Durante

Melendugno, Lecce · XX secolo

Sopportare

Rina Durante

La scrittrice di Melendugno che ha cercato nelle case del Salento i canti con cui i poveri reggevano la vita, prima che diventassero spettacolo.

La vita

Nasce a Melendugno nel 1928 e passa l’infanzia sull’isola albanese di Saseno, dove il padre è ufficiale di marina. Studia lettere a Bari, insegna, scrive per i giornali. La malapianta, nel 1964, vince il premio Salento. Nel 1975 fonda con altri il Canzoniere Grecanico Salentino, il primo gruppo di ricerca sulla musica popolare in Puglia. Muore a Lecce nel 2004.

Il pensiero

Rina Durante non ha scritto un trattato; ha lasciato un lavoro, e il lavoro è il suo pensiero. Per lei la cultura popolare del Salento non è folklore da cartolina ma una conoscenza: i canti dei tabacchini, delle raccoglitrici di olive, degli emigranti, le pizziche delle tarantate, sono il modo in cui una gente ha retto il peso della fatica, della fame, del lutto, e l’ha trasformato in forma. Raccoglierli significa restituire la parola a chi non l’aveva avuta nei libri. Nei romanzi e nei racconti guarda il paese dal basso, con le sue durezze e le sue ironie; in un’antologia mette in fila gli scrittori che hanno detto la condizione del Sud, da Verga a oggi. Scrive per la radio e per il cinema, sempre dalla stessa terra. Prima che la pizzica tornasse nelle piazze, lei la cercava nelle case.

La postura

Sopportare, per lei, è riconoscere nei canti di una terra povera la forma con cui quella terra ha retto ciò che non dipendeva da lei. La casa la mette in questo viale perché ha capito che il peso, nel Salento, non si portava in silenzio: si portava cantando, e chi raccoglie quei canti raccoglie un sapere. È una maestra di questa terra, e una maestra di metodo: ascoltare prima di spiegare. La casa, che guarda il mondo dal Sud, le deve il diritto di prendere sul serio ciò che altri chiamavano folklore.

La riga

Ha cercato nelle case i canti con cui i poveri reggevano la vita, e li ha presi sul serio.

Il gesto

Oggi, chiedi a una persona anziana una canzone o un modo di dire della sua giovinezza. Ascolta anche perché la ricorda.

La consonanza

Ascoltare prima di spiegare: la prima delle quattro posture della carta della casa è proprio questa.

La dissonanza

Rina Durante difende la cultura popolare contro chi la disprezza, e a volte la difende come un’identità da custodire. La casa non custodisce identità: cerca accordi. Ma senza chi ha raccolto quei canti, non ci sarebbe niente da accordare.

Le corde

↔Ernesto de Martino, la stessa terra guardata da fuori↔Antonio Gramsci, la cultura dei subalterni↔Lorenzo Milani, la parola restituita ai poveri

Boezio, busto in pietra leccese

Boezio

Roma, Pavia · V–VI secolo

Sopportare

Severino Boezio

Il senatore che in cella ha scritto che l’eternità è tutta la vita posseduta in un istante: e l’ha avuta.

La vita

Nasce a Roma intorno al 480, in una delle ultime grandi famiglie, quando l’impero d’Occidente non c’è più. Console a trent’anni, primo ministro del re goto Teodorico, traduce Aristotele perché i latini non lo perdano. Accusato di tradimento, è imprigionato a Pavia; lì, aspettando la morte, scrive La consolazione della filosofia. Viene giustiziato nel 524.

Il pensiero

Nella cella entra una donna altissima, con gli occhi di fuoco: è la Filosofia, che viene a curare il suo allievo. Lui si lamenta della Fortuna; lei gli mostra che la Fortuna è una ruota, e che chi ci sale accetta di scendere. Il bene vero non è nelle cose che si possono togliere; è uno, ed è Dio, e il male non ha potere perché non è. Resta il problema più duro: se Dio prevede tutto, dove sta la libertà? Boezio risponde con una definizione che ha retto per mille anni: l’eternità è il possesso intero e simultaneo di una vita senza termine; Dio non prevede, vede, in un presente che non passa; e ciò che per lui è presente, per noi è libero. Il libro alterna prosa e versi, come un uomo che tiene il ritmo per non cadere.

La postura

Sopportare, per lui, è l’ultimo lavoro: condannato, scrive la cosa più serena che il suo secolo abbia prodotto. La casa lo mette in questo viale perché ha mostrato che il peso massimo, la morte ingiusta e vicina, può essere portato con la filosofia e con il ritmo, e perché la sua definizione dell’eternità è vicina a ciò che la casa dice con tre parole: qui nulla nasce. Se tutto è posseduto in un istante, nulla viene e nulla va. Lui lo diceva di Dio; la casa lo dice di ciò che è.

La riga

In cella ha scritto che l’eternità è tutta la vita posseduta in un istante: e l’ha avuta.

Il gesto

Oggi, in un’attesa, invece di contare i minuti, prova a tenerli tutti insieme: è un esercizio di eternità.

La consonanza

L’eternità come possesso intero di una vita: qui nulla nasce, e tutto è tenuto insieme.

La dissonanza

Boezio si consola con la Provvidenza, che vede e regge. La casa non ha una Provvidenza: ha un’eternità in cui nulla nasce, che consola in un altro modo, senza qualcuno che guardi. La definizione resta sua.

Le corde

←Platone, la Filosofia che viene a trovarlo←Seneca→Tommaso d’Aquino, che lo commentò→Christine de Pizan, la Filosofia di nuovo in forma di donna

Rosa Luxemburg, busto in pietra leccese

Rosa Luxemburg

Polonia, Berlino · XIX–XX secolo

Sopportare

Rosa Luxemburg

La rivoluzionaria che dal carcere scriveva dei merli e di un bufalo frustato: sopportare non le ha chiuso gli occhi.

La vita

Nasce nel 1871 in Polonia, ebrea; a diciotto anni fugge in Svizzera, si laurea in economia, sposa un tedesco per avere la cittadinanza. Nella socialdemocrazia tedesca è la voce più netta contro la guerra, e per questo passa gli anni dal 1915 al 1918 in prigione. Fonda la Lega di Spartaco; nel gennaio 1919 è uccisa a Berlino e gettata in un canale.

Il pensiero

Contro chi voleva arrivare al socialismo per riforme, difende la rivoluzione; contro chi la fece in Russia con il terrore, scrive che la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente, e che senza elezioni e stampa libera la vita si spegne in ogni istituzione. Nell’Accumulazione del capitale sostiene che il capitalismo ha bisogno di territori non capitalisti da conquistare, e che quando finiscono, finisce. Lo sciopero di massa, per lei, non si decide a tavolino: nasce. Ma il suo lascito più vivo sono le lettere dal carcere: i merli che cantano, una cincia alla finestra, e un bufalo rumeno frustato dal soldato nel cortile, a cui si sente sorella. Scrive a un’amica di restare serena e allegra, qualunque cosa accada, perché la vita è bella anche così. Lo scriveva dalla cella, senza retorica, e per questo si crede.

La postura

Sopportare, per lei, non è sopportare in silenzio: è reggere la prigione tenendo gli occhi aperti sulla vita che continua fuori, e dentro. La casa la mette in questo viale per le lettere, prima che per i libri: perché nessuno ha mostrato meglio che il peso si regge guardando un uccello, e che questo non è una fuga ma una forza. La sua frase sulla libertà di chi la pensa diversamente è incisa, idealmente, sulla porta della Stoà, dove si risponde alle lettere di chi non è d’accordo.

La riga

Dal carcere scriveva dei merli e di un bufalo frustato: sopportare non le ha chiuso gli occhi.

Il gesto

Oggi, in un giorno pesante, trova una cosa viva da guardare per un minuto. Non è una fuga: è il modo di reggere.

La consonanza

Dal carcere guardava i merli: soffrire in chiave è questo, patire restando accordati.

La dissonanza

Luxemburg crede che la storia si risolva nella rivoluzione. La casa non scommette sulla storia: scommette sull’accordo, che è una rivoluzione piccola, quotidiana, e senza canale alla fine.

Le corde

←Marx→Gramsci→Arendt, che la difese→Etty Hillesum, un’altra cella, la stessa finestra

Gramsci, busto in pietra leccese

Gramsci

Sardegna, Torino, carcere · XX secolo

Sopportare

Antonio Gramsci

Il prigioniero a cui hanno voluto fermare il cervello, e che ha scritto trentatré quaderni.

La vita

Nasce ad Ales, in Sardegna, nel 1891, gracile, con una schiena malata e un padre in prigione. A Torino, studente povero, scopre le fabbriche; fonda un giornale, poi un partito. Deputato, è arrestato nel 1926 contro l’immunità; al processo il pubblico ministero chiede di impedire a quel cervello di funzionare per vent’anni. In cella scrive i Quaderni. Muore nel 1937, pochi giorni dopo la liberazione.

Il pensiero

I Quaderni del carcere sono tremila pagine scritte senza libri, senza interlocutori, con una grafia minuta per far durare la carta. Gramsci si chiede perché la rivoluzione non sia arrivata in Occidente come in Russia, e risponde con una parola: egemonia. Il potere non sta solo nello Stato, che si prende con la forza; sta nella società civile, nelle scuole, nei giornali, nelle chiese, nel senso comune, dove si costruisce il consenso. Chi vuole cambiare deve prima cambiare lì, con una lunga guerra di posizione, e ha bisogno di intellettuali organici, cioè di persone che pensino dentro un gruppo e non sopra. Legge Machiavelli e chiama il partito il principe moderno. Il suo motto, preso in prestito e reso suo: pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà. Pensava che ogni uomo fosse un filosofo, anche quando non lo sa, perché ha un modo di vedere il mondo; e che il compito fosse renderlo consapevole.

La postura

Sopportare, per lui, è portare il peso di una cella, di un corpo che si disfa e di un partito che da lontano lo rinnega, e trasformarlo in trentatré quaderni. La casa lo mette in questo viale perché la sua è la postura più italiana di tutte: tenere, con la schiena rotta, e lavorare. L’idea che ogni uomo sia un filosofo senza saperlo è vicina a questa casa, che scrive per chiunque e non per i filosofi. La sua guerra di posizione, qui, si chiama una lettera alla settimana.

La riga

In cella hanno voluto fermargli il cervello: ha scritto trentatré quaderni.

Il gesto

Oggi, davanti a una cosa che non puoi cambiare, fai la cosa piccola che puoi: una pagina, una lettera, un quaderno.

La consonanza

Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà: la misura e il senso, nella stessa persona.

La dissonanza

Gramsci pensa il cambiamento come conquista dell’egemonia. La casa non vuole egemonie, nemmeno buone: vuole accordi, che non vincono e non durano per forza. Il pessimismo dell’intelligenza, però, lo condivide; l’ottimismo della volontà pure.

Le corde

←Marx←Machiavelli, il principe moderno←Rosa Luxemburg, letta e discussa↔Lorenzo Milani, la lingua ai subalterni→Ernesto de Martino, il folklore come storia

Camus, busto in pietra leccese

Camus

Algeria, Parigi · XX secolo

Sopportare

Albert Camus

Il maestro che ha spinto il masso sapendo che ricade, e ha chiesto di immaginarlo felice.

La vita

Nasce in Algeria nel 1913; il padre muore nella prima guerra, la madre è analfabeta e quasi sorda. La tubercolosi a diciassette anni gli toglie il calcio e gli lascia i libri. Nella Resistenza dirige un giornale. Lo straniero e Il mito di Sisifo nel 1942, La peste, L’uomo in rivolta, il Nobel a quarantaquattro anni. Muore in un incidente d’auto nel 1960.

Il pensiero

C’è un solo problema filosofico serio, scrive: il suicidio, cioè se la vita valga la pena di essere vissuta. L’assurdo è il divorzio fra l’uomo che chiede un senso e il mondo che tace; non si risolve, si tiene, e tenerlo è già una forma di rivolta. Sisifo, condannato a spingere il masso che ricade, è l’eroe assurdo: nel momento in cui ridiscende a prenderlo è più forte del suo destino, e bisogna immaginarlo felice. Ne La peste la rivolta diventa solidale: il medico cura senza credere di vincere, perché c’è nel mondo più da ammirare che da disprezzare. Ne L’uomo in rivolta mette un limite alla rivolta stessa: mi rivolto, dunque siamo; e chi, in nome del futuro, uccide nel presente, ha tradito. Lo pagò con la rottura dei suoi amici parigini. Scriveva chiaro, con il sole di Tipasa nelle frasi, e con la misura greca che chiamava il pensiero meridiano.

La postura

Sopportare, per lui, è reggere l’assurdo senza fuggire né nella fede né nel suicidio, e farlo con una specie di allegria. La casa lo mette in questo viale, e lo mette per ultimo, perché è la versione moderna di Sisifo, senza dèi: il peso ricade, e si risale. Il pensiero meridiano, la misura mediterranea contro gli eccessi della storia, è parente della misura di questa casa, che sta sullo stesso mare. Ha pubblicato Simone Weil quando nessuno la conosceva: lo si ricorda qui, dove lei chiude l’ultimo viale.

La riga

Ha spinto il masso sapendo che ricade, e ha chiesto di immaginarlo felice.

Il gesto

Oggi, fai un lavoro che si disfa, i piatti, un letto, e fallo bene lo stesso. Mentre lo fai, nota se sei infelice: di solito no.

La consonanza

Sisifo che ridiscende a prendere il masso: il da capo, qui, è un segno musicale, e si torna un poco più in alto.

La dissonanza

Camus parte dall’assurdo, dal silenzio del mondo. La casa non sente silenzio nel mondo: sente un accordo basso, e la rivolta diventa ascolto. Il masso resta; la salita è meno sola.

Le corde

←Nietzsche←Epitteto, la parte recitata bene→Simone Weil, che pubblicò quando nessuno la leggeva→Carmelo Bene, che debuttò con il suo Caligola

Delbo, busto in pietra leccese

Delbo

Vigneux, Auschwitz, Parigi · XX secolo

Sopportare

Charlotte Delbo

La testimone che è tornata da Auschwitz e ha chiesto a chi legge una cosa sola: provate a guardare.

La vita

Nasce nel 1913 a Vigneux-sur-Seine; lavora come assistente di Louis Jouvet, il grande uomo di teatro. Nella Resistenza, è arrestata a Parigi nel marzo 1942 con il marito, che viene fucilato. Nel gennaio 1943 parte per Auschwitz con duecentotrenta donne francesi: ne tornano quarantanove. Scrive subito, pubblica vent’anni dopo. Muore a Parigi nel 1985.

Il pensiero

Nessuno di noi ritornerà è scritto nel 1946 e lasciato in un cassetto: Delbo voleva essere sicura che resistesse al tempo. Non è un racconto ma una serie di quadri, frammenti in prosa e in versi, e molti cominciano con un invito: voi che sapete, voi che passate, provate a guardare. Il problema che pone non è ricordare, ma come si possa far vedere ciò che non si può dire. Nell’ultimo libro distingue due memorie: quella comune, con cui racconta Auschwitz come una storia passata, e una memoria profonda, del corpo, in cui la sete e il freddo ritornano intatti. Lei vive con tutte e due, separate da una pelle sottile: l’io che è tornato non è del tutto lo stesso che era là. Il compito del testimone non è far piangere: è far guardare, finché chi legge non possa più dire di non sapere.

La postura

Sopportare, per lei, è tenere insieme due memorie senza che una cancelli l’altra, e intanto continuare a vivere, a lavorare, a scrivere teatro. La casa la mette in questo viale accanto a Primo Levi, perché sono due voci dello stesso peso, e la sua è stata ascoltata meno. Il suo provate a guardare è una forma di rispetto per chi legge: non impone il dolore, lo offre allo sguardo. La casa, che scrive lettere aperte, la tiene come misura di che cosa voglia dire chiedere attenzione.

La riga

È tornata da dove nessuno doveva tornare, e ha chiesto soltanto: provate a guardare.

Il gesto

Oggi, davanti a un dolore che vedi da lontano, non distogliere lo sguardo per un minuto intero. Non commentarlo.

La consonanza

Provate a guardare: ogni lettera aperta della casa comincia, in fondo, con lo stesso invito.

La dissonanza

Delbo affida tutto allo sguardo e diffida di ogni consolazione. La casa consola, quando può; ma non prima di aver guardato abbastanza.

Le corde

↔Primo Levi, l’altra voce dello stesso peso↔Etty Hillesum, che non tornò↔Hannah Arendt, il male guardato in faccia

Primo Levi, busto in pietra leccese

Primo Levi

Torino, Auschwitz · XX secolo

Sopportare

Primo Levi

Il chimico che è tornato da Auschwitz con il bisogno di raccontare, e ha chiesto a chi legge di considerare se questo è un uomo.

La vita

Nasce a Torino nel 1919, in una famiglia ebrea; si laurea in chimica nel 1941, nonostante le leggi razziali. Partigiano, è catturato nel dicembre 1943 e deportato ad Auschwitz-Monowitz. Torna nell’ottobre 1945. Se questo è un uomo esce nel 1947 e quasi nessuno lo legge. Lavora per trent’anni in una fabbrica di vernici. Muore a Torino nel 1987.

Il pensiero

Levi scrive come un chimico: pesa, distingue, non urla. Se questo è un uomo descrive il Lager come un esperimento feroce su ciò che resta di un uomo quando gli si toglie tutto: il nome, i vestiti, il tempo, la lingua. Non cerca colpevoli astratti: osserva come il sistema riesca a rendere complici anche le vittime, e chiama zona grigia questo spazio in cui le parole innocente e colpevole non bastano più. Nei Sommersi e i salvati, quarant’anni dopo, torna sulla vergogna di chi è sopravvissuto: chi è tornato non è il testimone integrale, perché i sommersi, quelli che hanno toccato il fondo, non sono tornati a raccontare. Nel Sistema periodico ogni elemento è una storia, e la materia insegna una morale: resiste, si lascia conoscere solo con pazienza, non mente. Contro l’odio, la precisione; contro la retorica, i fatti.

La postura

Sopportare, per lui, è portare il peso di ciò che si è visto e trasformarlo in conoscenza, con la pazienza del chimico che non forza la materia. La casa lo mette in questo viale perché ha sopportato due volte: nel Lager, e poi per quarant’anni nel compito di dire il vero senza semplificarlo. La sua zona grigia è un insegnamento per chiunque giudichi: la casa, che propone una visione e non detta una legge, la tiene davanti a ogni sentenza troppo facile.

La riga

Ha pesato l’orrore come si pesa una sostanza, e ci ha chiesto di considerare se questo è un uomo.

Il gesto

Oggi, prima di giudicare qualcuno, chiediti che cosa avresti fatto al suo posto, con la sua fame. Non per assolverlo: per vedere.

La consonanza

Contro la retorica, la precisione: la casa pesa ogni parola prima di consegnarla per la stessa ragione.

La dissonanza

Levi non trova un senso al Lager, e diffida di chi lo cerca. La casa non cerca un senso al male; ma crede che guardarlo insieme sia già un accordo, il più povero e il più necessario.

Le corde

↔Charlotte Delbo, l’altra voce dello stesso peso↔Hannah Arendt, la banalità del male↔Etty Hillesum, la stessa ferrovia

Viale VICurarela mano sulla spalla9 maestri · 3 maestre · guida Socrate
Socrate, busto in pietra leccese

Socrate

Atene · V secolo a.C.

Curare

Socrate

Il maestro che non ha scritto una riga e ha curato una città a domande.

La vita

Nasce ad Atene intorno al 470 avanti Cristo, figlio di uno scalpellino e di una levatrice. Combatte da oplita, ha moglie e figli, è povero per scelta. Passa la vita in piazza a fare domande. Nel 399, accusato di corrompere i giovani e di empietà, è condannato a morte; rifiuta la fuga e beve la cicuta parlando dell’anima.

Il pensiero

Non ha lasciato nulla di scritto: lo conosciamo da Platone, da Senofonte, da chi lo ha amato o deriso. Il suo metodo è una domanda, poi un’altra: che cos’è il coraggio, che cos’è il giusto; e l’interlocutore, che credeva di saperlo, scopre di non saperlo. Chiamava questo lavoro maieutica, l’arte della levatrice: non mette idee nella testa di nessuno, aiuta a partorire quelle che ci sono già, e a riconoscere quelle nate morte. Sapeva di non sapere, e per questo l’oracolo lo disse il più sapiente. Nessuno fa il male volontariamente, diceva: chi sbaglia non ha capito, e dunque si cura con la conoscenza, non con la pena. Una voce interiore, il daimonion, lo fermava quando stava per sbagliare. Non ha mai dato una definizione: ha dato un modo di cercarla, e una morte che lo garantisce.

La postura

Curare è la postura della mano sulla spalla: trattare il pensiero come una medicina, con diagnosi e rimedio, prima che come dottrina. La casa mette Socrate in questo viale, e prima di chiunque, perché questa casa porta il suo nome: maieutica è la sua parola, e il torchio di Sophia, che restituisce un pensiero senza aggiungere parole, è la sua levatrice al lavoro. Socrate non consola e non insegna: fa partorire. Chi entra qui con una domanda sta già facendo quello che lui faceva in piazza.

La riga

Non ti dà la risposta: ti leva le mani dalla domanda.

Il gesto

Oggi, a una convinzione che hai da sempre, fai la domanda che faresti a uno sconosciuto: che cosa vuol dire, esattamente?

La consonanza

Interrogava chiunque incontrasse, e aiutava i pensieri a nascere: la levatrice da cui questa casa prende il nome.

La dissonanza

Socrate credeva che bastasse capire per fare il bene. La casa ha visto troppe persone capire e non fare: alla conoscenza aggiunge l’accordo, che è una cosa del corpo. Il metodo è suo; la fiducia è temperata.

Le corde

→Platone, che lo scrisse→Montaigne, che lo cita in ogni pagina→Pierre Hadot, la filosofia come esercizio→Maria Montessori, la levatrice dei bambini

Epicuro, busto in pietra leccese

Epicuro

Samo, Atene · IV–III secolo a.C.

Curare

Epicuro

Il maestro che ha aperto un giardino per curare la paura, e sulla porta ha scritto che si stava bene.

La vita

Nasce a Samo nel 341 avanti Cristo, figlio di un maestro di scuola ateniese. Studia, insegna a Mitilene e a Lampsaco, e nel 306 compra ad Atene una casa con un orto: il Giardino, dove vivono insieme amici, donne, schiavi, cosa che la città trova scandalosa. Scrive trecento rotoli, quasi tutti perduti. Muore nel 270, di calcoli, scrivendo a un amico che quel giorno era beato.

Il pensiero

La filosofia, dice, è vuota se non cura qualche sofferenza dell’anima. Le sofferenze hanno quattro radici, e la cura è un farmaco in quattro parti: gli dèi non sono da temere, perché non si occupano di noi; la morte non è nulla per noi, perché quando c’è lei noi non ci siamo; il bene è facile da procurare, perché i bisogni necessari sono pochi; il male è facile da sopportare, perché se è intenso è breve e se è lungo è lieve. Il piacere è il principio e il fine della vita felice, ma il piacere vero è l’assenza di dolore nel corpo e di turbamento nell’anima, non l’eccesso: pane, acqua, un po’ di formaggio nei giorni di festa, e gli amici, che sono il bene più grande. Il mondo è fatto di atomi, e gli atomi deviano: per questo siamo liberi. Vivi nascosto, consiglia; e il suo Giardino è durato cinque secoli.

La postura

Curare, per lui, è la sola ragione di pensare: la filosofia è una medicina, e il giardino è l’ospedale dove si guarisce dalla paura, insieme. La casa lo mette in questo viale, e gli deve il nome del luogo in cui lo mette: questo è il suo giardino, e sulla porta c’è la sua frase. Qui, fra i viali, è di casa più di chiunque. L’amicizia come cura, la misura come piacere, il vivere nascosto come forma di libertà: la casa ha preso tutto, e lo dice sulla porta.

La riga

Ha aperto un giardino per curare la paura, e sulla porta ha scritto che si stava bene.

Il gesto

Oggi, scrivi le quattro cose che ti fanno paura e, accanto a ciascuna, se davvero può toccarti adesso. Di solito ne restano due.

La consonanza

Sulla porta del suo giardino c’era scritto che si stava bene: la porta di questo giardino è la sua.

La dissonanza

Epicuro riduce la cura al piacere stabile e all’assenza di turbamento. La casa cerca un’altra quiete: accordata, non anestetizzata; e tiene i lampi, che lui avrebbe spento per non turbarsi. Il giardino è suo; i lampi sono nostri.

Le corde

←Pirrone, la quiete cercata per un’altra via→Lucrezio, che lo cantò→Marx, la tesi di laurea→Montaigne, che lo cita in ogni pagina

Buddha, busto in pietra leccese

Buddha

India del nord · VI–V secolo a.C.

Curare

Siddhartha Gautama, il Buddha

Il principe che ha fatto la diagnosi, c’è il dolore, e ha scritto la cura in otto righe.

La vita

Nasce a Lumbini, principe degli Shakya, forse nel 563 avanti Cristo. Il padre lo tiene lontano da tutto ciò che fa soffrire; a ventinove anni vede un vecchio, un malato, un morto e un asceta, e lascia il palazzo. Sei anni di ascesi quasi mortale non servono; una notte, sotto un fico, capisce. Insegna per quarantacinque anni e muore a ottanta, dicendo: impegnatevi.

Il pensiero

Il Buddha parla come un medico: ecco la malattia, ecco la causa, ecco la guarigione, ecco la cura. La malattia è dukkha, il dolore, o meglio l’insoddisfazione che accompagna tutto ciò che passa; la causa è la sete, l’attaccamento a ciò che non può restare; la guarigione è l’estinzione della sete, il nirvana; la cura è l’ottuplice sentiero, retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto vivere, retto sforzo, retta attenzione, retta concentrazione. Non c’è un sé permanente dietro i pensieri: c’è un fiume di stati che si condizionano, e crederci un io è la radice della sete. Rifiuta gli estremi, il piacere e la mortificazione: la via di mezzo. Alle domande metafisiche, se il mondo sia eterno, se il santo sopravviva, non risponde: chi è ferito da una freccia non chiede chi l’abbia tirata, chiede che gliela tolgano.

La postura

Curare, per lui, è tutto: non ha una dottrina del mondo, ha una terapia, e rifiuta di dire ciò che non guarisce. La casa lo mette in questo viale, accanto a Socrate, perché sono i due medici dell’anima più grandi, uno con le domande e l’altro con il silenzio; e tutti e due non hanno scritto una riga. La freccia da togliere prima di chiedere chi l’ha tirata è una regola che la casa applica alle sue lettere: prima la cura, poi, se resta tempo, la metafisica. Il suo sentiero ha otto passi; il tricordo ne ha tre; si cammina lo stesso.

La riga

Ha fatto la diagnosi, c’è il dolore, e ha scritto la cura in otto righe.

Il gesto

Oggi, a un malessere, chiedi: che cosa sto trattenendo? Lasciane andare un pezzo, uno solo. Il resto domani.

La consonanza

Alle domande ultime rispose tacendo; e una volta, per tutto sermone, sollevò un fiore.

La dissonanza

Il Buddha spegne la sete per spegnere il dolore. La casa non spegne: accorda, e un desiderio accordato non brucia. La diagnosi è sua, e la casa la sottoscrive; sulla cura, tiene il fuoco basso invece di spegnerlo.

Le corde

→Nagarjuna, che ne tirò le conseguenze→Schopenhauer, che lo riconobbe dall’Europa↔Lao Tzu, un’altra via di mezzo

Cicerone, busto in pietra leccese

Cicerone

Arpino, Roma · I secolo a.C.

Curare

Marco Tullio Cicerone

L’avvocato che ha tradotto la filosofia greca in latino perché curasse anche i romani, e l’ha fatto piangendo la figlia.

La vita

Nasce ad Arpino nel 106 avanti Cristo e arriva al consolato con la parola. Nel 63 sventa la congiura di Catilina; l’esilio e la guerra civile lo mettono ai margini. Quando nel 45 muore la figlia Tullia, scrive in due anni quasi tutta la sua filosofia. Attacca Antonio, viene proscritto; lo uccidono il 7 dicembre del 43, e le mani e la testa finiscono sui rostri.

Il pensiero

Cicerone non è un filosofo originale e lo sa: si dice un traduttore, e inventa, traducendo, le parole latine della filosofia, qualitas, essentia, humanitas, che ancora usiamo. Il suo metodo è quello dell’Accademia scettica: esporre tutte le scuole, stoici, epicurei, platonici, e scegliere il più probabile. Le Tuscolane sono un libro di cura: sulla paura della morte, sul dolore, sulle passioni, scritto da un uomo che stava provando a guarire se stesso. Il De officiis, per il figlio, dice che l’utile non può essere contro l’onesto, e che se lo sembra abbiamo capito male l’utile. Nel De re publica immagina Scipione che guarda la terra dall’alto e vede quanto è piccola la gloria. L’Hortensius, perduto, convertì Agostino alla filosofia a diciannove anni. Petrarca lo lesse e nacque l’umanesimo. È il maestro di tutti quelli che hanno voluto parlare chiaro.

La postura

Curare, per lui, è tradurre: rendere disponibile a tutti, nella lingua di tutti, una medicina che era di pochi. La casa lo mette in questo viale per questo, e per le Tuscolane, scritte nel lutto come cura del lutto. La casa, che scrive in italiano e apre le sue stanze in altre due lingue, lo riconosce: non si cura in una lingua che l’altro non parla. E gli deve il nome della postura: humanitas, l’umanità che si coltiva, è parola sua.

La riga

Ha tradotto la filosofia greca in latino perché curasse anche i romani, e l’ha fatto piangendo la figlia.

Il gesto

Oggi, spiega a qualcuno una cosa difficile con parole semplici. Se non ci riesci, non l’hai ancora capita abbastanza per curarci.

La consonanza

Tradusse la filosofia nella lingua di tutti: questa casa parla tre lingue per la stessa ragione.

La dissonanza

Cicerone affida la cura alla parola che persuade. La casa diffida della persuasione: una carta non convince, si accorda, e chi legge resta libero di non firmare. La chiarezza, però, è la stessa.

Le corde

←Platone←Zenone di Cizio, letto attraverso i suoi→Agostino, convertito dall’Hortensius→Boezio, l’ultimo romano

Caterina, busto in pietra leccese

Caterina

Siena, Roma · XIV secolo

Curare

Caterina da Siena

La mantellata che ha scritto ai papi e lavato gli appestati con la stessa mano.

La vita

Nasce a Siena nel 1347, ventiquattresima di venticinque figli di un tintore. Rifiuta il matrimonio, veste l’abito delle terziarie domenicane, cura i malati e gli appestati, e detta, perché scrive a fatica, quasi quattrocento lettere a papi, re, condottieri e madri di famiglia. Convince Gregorio XI a lasciare Avignone per Roma. Muore a Roma nel 1380, a trentatré anni.

Il pensiero

Il suo libro è il Dialogo, dettato in estasi: un’anima chiede, Dio risponde, e il centro è una frase, l’amore di Dio e quello del prossimo sono una cosa sola, e l’uno si misura con l’altro. La conoscenza di sé è la cella interiore dove si impara di non essere, e Dio di essere; da quella cella si esce per servire. Caterina parla il volgare senese, con immagini di sangue, di ponte, di fuoco, di cucina, e con un’autorità che nessuna donna aveva mai preso: dice al papa «fate da uomo», e il papa obbedisce. Nella peste del 1374 resta in città, nei lazzaretti; scrive a un condannato a morte e lo accompagna fino al ceppo, tenendogli la testa. La cura, in lei, non è mai separata dalla verità: dice ciò che vede, a chiunque, e poi cura. È dottore della Chiesa dal 1970, la prima donna insieme a Teresa.

La postura

Curare, per lei, è una mano sola: la stessa che scrive al papa lava gli appestati, e lei non vede differenza. La casa la mette in questo viale perché ha tenuto insieme la cura dei corpi e la cura delle istituzioni, cosa rarissima, e lo ha fatto dettando, lei che aveva imparato a scrivere tardi. La sua idea che la cura cominci dal dire il vero, anche al potente, anche al condannato, è una regola che la Stoà di questa casa pratica. La casa, che non ha un Dio a cui riferire, tiene la mano.

La riga

Ha scritto ai papi e lavato gli appestati con la stessa mano.

Il gesto

Oggi, cura una cosa che nessuno ti ha chiesto di curare. Non dirlo, e guarda se ti basta.

La consonanza

Scrisse ai papi e lavò gli appestati con la stessa mano: le mani accanto, qui, sono quelle.

La dissonanza

Caterina cura per amore di Dio e vede nel dolore un passaggio verso di lui. La casa cura per accordo e non dà al dolore un compito. La mano è la stessa; la ragione della mano, no.

Le corde

←Cristo, lo sposo delle visioni→Teresa d’Avila, due secoli dopo, lo stesso dottorato→Simone Weil, l’attenzione come carità

Galateo, busto in pietra leccese

Galateo

Galatone, Napoli, Lecce · XV–XVI secolo

Curare

Antonio Galateo

Il medico di Galatone che ha scritto: greci siamo, e ce ne gloriamo, e ha curato i re e le loro ipocrisie.

La vita

Antonio de Ferraris nasce a Galatone intorno al 1444, in una famiglia di rito greco, e dal paese prende il nome: Galateo. Studia medicina a Ferrara, entra nell’Accademia di Pontano a Napoli, diventa medico del re aragonese. Caduti gli Aragonesi, torna nel Salento e scrive la Descrizione della Iapigia, la sua terra. Muore a Lecce nel 1517.

Il pensiero

Galateo è un umanista che fa il medico, e pensa da medico: guarda, diagnostica, non si fida dei rimedi di moda. Ai suoi amici consiglia di leggere gli antichi nel loro testo, senza la siepe dei commenti che li soffoca. Nel dialogo dell’Eremita fa la satira dei falsi santi e di chi commercia le cose sacre: la satira, per lui, è una cura dell’ipocrisia. Nel trattato sull’educazione chiede che i giovani nobili si formino nelle lettere e nella virtù, non nel lusso e nelle mode straniere. E nella Descrizione della Iapigia rivendica la sua terra come parte del mondo greco: non ci vergogniamo della nostra stirpe, scrive, greci siamo, e ce ne gloriamo. In un tempo di guerre e di invasioni, cura con le parole ciò che i re non sanno curare: la memoria di chi si è, e la libertà di giudicare.

La postura

Curare, per lui, è un mestiere solo: lo stesso occhio che diagnostica un corpo diagnostica una città, e la stessa franchezza serve a entrambi. La casa lo mette in questo viale perché la sua è la cura di chi non adula, né il malato né il potente, e perché ha curato anche la memoria del Salento, ricordandogli che era Grecia. La casa, che sta in questa terra e porta un nome greco, lo sente come uno di famiglia: il primo a dire con orgoglio da dove venivamo.

La riga

Ha curato i re e le loro ipocrisie, e ha scritto della sua terra: greci siamo, e ce ne gloriamo.

Il gesto

Oggi, leggi una pagina di un classico senza note e senza introduzione. Lascia che parli da sola.

La consonanza

Greci siamo: la casa che porta il nome della levatrice di Socrate lo dice dalla stessa terra.

La dissonanza

Galateo rivendica una stirpe, e la stirpe può diventare un muro. La casa preferisce un’origine che si offre a chi arriva: siamo stati greci, e tutti possono esserlo, se vengono ad ascoltare.

Le corde

←Platone, letto in greco←Pitagora, la Magna Grecia→Vanini, la stessa terra, un secolo dopo

Palmieri, busto in pietra leccese

Palmieri

Martignano, Napoli · XVIII secolo

Curare

Giuseppe Palmieri

Il soldato di Martignano che ha lasciato la spada per scrivere della pubblica felicità, e ha chiesto la fine dei feudi.

La vita

Nasce a Martignano nel 1721, in una famiglia di marchesi. Ragazzo, è già nell’esercito: combatte a Messina e a Velletri; a Napoli studia economia con Antonio Genovesi. Le sue Riflessioni sull’arte della guerra piacciono a Federico di Prussia. Nel 1762 torna nelle sue terre; poi dirige le dogane di Terra d’Otranto e diventa ministro delle finanze del Regno. Muore a Napoli nel 1793.

Il pensiero

Palmieri porta nell’economia lo sguardo di chi ha amministrato davvero una terra povera. La felicità pubblica, per lui, non è la ricchezza di pochi né la potenza del sovrano: è la condizione in cui il maggior numero di persone può vivere del proprio lavoro con sicurezza e con dignità. Per arrivarci bisogna togliere ciò che la impedisce: i privilegi feudali, che lasciano la terra a chi non la lavora; i vincoli che soffocano i commerci; un fisco che pesa su chi ha meno. Chiede una distribuzione più giusta della proprietà e la fine del sistema feudale. Non è un sognatore: conosce i numeri delle dogane e i nomi dei campi, e propone riforme che si possono fare. Con Filangieri e gli illuministi napoletani pensa che il governo esista per rendere felici i governati, e non il contrario. Le sue Riflessioni sulla pubblica felicità escono nel 1788.

La postura

Curare, per lui, è guardare una terra come un medico guarda un corpo: trovare ciò che la fa ammalare, i feudi, i vincoli, l’ingiustizia del fisco, e proporre un rimedio che si possa davvero applicare. La casa lo mette in questo viale perché la sua felicità pubblica è una cura, non un’utopia, e perché viene dal Salento, che conosceva fin dentro i campi. In una casa che guarda il mondo dal Sud, è il primo a dire con i numeri che la miseria non è un destino.

La riga

Ha lasciato la spada per scrivere della pubblica felicità, e ha chiesto che la terra non restasse a chi non la lavora.

Il gesto

Oggi, scegli una cosa ingiusta che vedi vicino a te e scrivi un rimedio piccolo e fattibile. Uno solo.

La consonanza

Il governo esiste per i governati: la Stoà della casa guarda ogni ferita del presente con la stessa domanda.

La dissonanza

Palmieri affida la felicità pubblica a un sovrano illuminato che riforma dall’alto. La casa crede che la felicità di una terra non si decreti: si accorda, voce per voce, anche dal basso.

Le corde

↔Francesco Antonio Astore, la stessa scuola di Genovesi←Giambattista Vico, la Napoli che pensa la storia↔Antonio Galateo, la stessa terra curata con altri strumenti

Nightingale, busto in pietra leccese

Nightingale

Firenze, Scutari, Londra · XIX secolo

Curare

Florence Nightingale

L’infermiera che ha contato i morti per salvare i vivi, e ha fatto della cura una scienza e un dovere.

La vita

Nasce a Firenze nel 1820, da una famiglia inglese ricca, e prende il nome dalla città. Contro la volontà dei genitori sceglie di fare l’infermiera. Nel 1854 guida un gruppo di infermiere a Scutari, durante la guerra di Crimea: di notte passa fra i letti con una lampada. Tornata, riforma la sanità dell’esercito e fonda una scuola. Muore a Londra nel 1910.

Il pensiero

Nightingale capisce a Scutari che i soldati muoiono più di febbre, di sporcizia e di fame che di ferite. Allora conta: raccoglie i dati, li disegna in un diagramma a petali che mostra a colpo d’occhio i morti evitabili, e lo porta ai ministri. È tra le prime a usare la statistica per convincere, e la prima donna ammessa alla Società statistica di Londra. Ma il suo pensiero non si ferma ai numeri. In Cassandra, scritto da giovane, denuncia la vita delle donne della sua classe, a cui non è concessa un’ora per sé: le donne non sviluppano passione, intelletto, attività morale, scrive, perché nessuno lascia loro il tempo. Nei Suggerimenti per il pensiero cerca una religione della legge: Dio agisce attraverso leggi che possiamo conoscere, e curare è collaborare con quelle leggi.

La postura

Curare, per lei, è guardare la sofferenza con due occhi: quello della lampada, che passa fra i letti, e quello del numero, che vede ciò che il singolo letto nasconde. La casa la mette in questo viale perché ha fatto della cura una conoscenza, e della conoscenza una forma di cura. La sua lampada è diventata un santino; la casa preferisce il diagramma, che salvò più vite. E tiene a mente Cassandra: anche la mancanza di tempo è una malattia.

La riga

Ha contato i morti per salvare i vivi, e la sua lampada era anche un diagramma.

Il gesto

Oggi, conta qualcosa che ti fa stare male: le ore senza riposo, i pasti saltati. Il numero è già una cura.

La consonanza

Curare con il numero: la casa crede che una misura esatta sia già una forma di rispetto.

La dissonanza

Nightingale vede nella cura l’obbedienza a leggi divine che la statistica rivela. La casa non chiede ai numeri di parlare di Dio: le basta che dicano il vero sui vivi e sui morti.

Le corde

←Pitagora, il numero come ordine↔Caterina da Siena, gli appestati↔Maria Montessori, la cura che diventa metodo↔Antonietta De Pace, il soccorso sul Volturno

Montessori, busto in pietra leccese

Montessori

Chiaravalle, Roma, Noordwijk · XIX–XX secolo

Curare

Maria Montessori

La medica che ha guardato i bambini come nessuno li guardava, e ha costruito per loro una casa a misura delle loro mani.

La vita

Nasce nel 1870 a Chiaravalle, nelle Marche, ed è tra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia, nel 1896. Lavora con i bambini considerati irrecuperabili; il 6 gennaio 1907 apre la prima Casa dei bambini nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Il fascismo chiude le sue scuole: vive in esilio, in India durante la guerra. Muore in Olanda nel 1952.

Il pensiero

Montessori parte da un’osservazione da medico: il bambino non è un vaso da riempire ma un essere che si costruisce da sé, se l’ambiente glielo permette. Ha una mente assorbente, che prende il mondo intero senza fatica; attraversa periodi sensibili, in cui è pronto a imparare una cosa e non un’altra; e soprattutto vuole fare da solo. Il compito dell’adulto non è insegnare ma preparare: mobili alla sua altezza, oggetti veri, materiali che mostrano l’errore senza bisogno di un rimprovero; e poi farsi da parte e osservare. La disciplina non si impone: nasce dalla concentrazione, quando un bambino lavora a qualcosa che ha scelto. Negli ultimi anni lega l’educazione alla pace: chi è cresciuto rispettato non ha bisogno di dominare. L’educazione, per lei, comincia dal rispetto, e il rispetto da uno sguardo che sa aspettare.

La postura

Curare, per lei, è preparare un ambiente in cui l’altro possa crescere da sé, e poi avere la forza di non intervenire. La casa la mette in questo viale perché ha trasformato la cura da medicina in pedagogia, e la pedagogia in una forma di pace. È la cura più difficile: quella che si misura da quanto l’altro, alla fine, non ha più bisogno di te. La casa, che porta il nome della levatrice, riconosce il gesto: aiutare a venire alla luce ciò che l’altro ha già dentro.

La riga

Ha abbassato i mobili all’altezza dei bambini, e ha alzato lo sguardo degli adulti.

Il gesto

Oggi, quando qualcuno sta imparando una cosa, non fargliela tu. Aspetta, e guarda.

La consonanza

Aiutare l’altro a fare da sé: è il mestiere della levatrice che dà il nome a questa casa.

La dissonanza

Montessori costruisce un metodo, con materiali e regole precise, e il metodo è diventato un marchio. La casa diffida dei metodi che diventano marchi: tiene lo sguardo, e lascia che il metodo cambi.

Le corde

←Socrate, la maieutica→Lorenzo Milani, un’altra scuola per chi era escluso↔Caterina da Siena, la cura che non separa il corpo dall’anima

De Martino, busto in pietra leccese

De Martino

Napoli, Galatina, Roma · XX secolo

Curare

Ernesto de Martino

Il filosofo che nell’estate del 1959 è sceso nel Salento delle tarantate e ha visto, dove altri vedevano malattia, una cura.

La vita

Nasce a Napoli nel 1908, studia storia delle religioni, legge Croce e poi Gramsci. Dopo la guerra si dà all’etnologia del Sud: il lamento funebre in Lucania, la magia. Nel giugno 1959 porta a Galatina un’équipe di psichiatri, psicologi, etnomusicologi e antropologi. La terra del rimorso esce nel 1961. Muore a Roma nel 1965.

Il pensiero

Per de Martino l’uomo vive sempre sotto una minaccia: la crisi della presenza, il rischio di non riuscire più a esserci, di essere travolto da un lutto, da una miseria, da un’angoscia che non si può decidere. Le culture costruiscono riti per attraversare quella crisi: il pianto rituale, che dà una forma al dolore, la magia, che protegge quando la storia non protegge. Nel Salento trova il tarantismo: donne e uomini morsi, dicono, dalla taranta, che si curano ballando per giorni al suono dei violini e dei tamburelli, e il 29 giugno vanno alla cappella di San Paolo a Galatina. Non è una malattia, conclude, e non è una superstizione: è un sistema simbolico di cura, un rimorso, cioè un ritorno del morso, di conflitti mai risolti, che la musica e la danza riescono per un momento a sciogliere. Il Sud, per lui, era un punto da cui capire il mondo.

La postura

Curare, per lui, è riconoscere che anche il rito più strano è un modo di curarsi, e che chi lo guarda dall’alto non lo capirà mai. La casa lo mette in questo viale perché ha restituito dignità di pensiero a ciò che la città colta chiamava arretratezza, e perché lo ha fatto qui, nel Salento. Non è nato in questa terra, ma l’ha pensata come nessuno prima. E la sua crisi della presenza è la domanda che ogni lettera della casa si porta dentro: come si resta presenti quando il mondo vacilla.

La riga

È sceso fra le tarantate e ha visto, dove altri vedevano malattia, una cura fatta di musica.

Il gesto

Oggi, davanti a un’usanza che ti sembra assurda, chiediti di quale paura è la cura. Poi taci, e guarda ancora.

La consonanza

Restare presenti quando il mondo vacilla: è la domanda che la casa si porta dentro ogni volta che apre la Stoà.

La dissonanza

De Martino legge i riti come risposte a una crisi da superare con la ragione della storia. La casa non pensa che il rito sia solo una fase da oltrepassare: alcuni accordi tengono anche quando la crisi è passata.

Le corde

←Antonio Gramsci, i subalterni e il folklore←Heidegger, l’esserci che può venir meno↔Rina Durante, la stessa terra guardata da dentro

Pierre Hadot, busto in pietra leccese

Pierre Hadot

Parigi · XX–XXI secolo

Curare

Pierre Hadot

Lo studioso che ha ricordato che la filosofia antica si praticava, non si leggeva: e l’ha riletta tutta per dimostrarlo.

La vita

Nasce a Parigi nel 1922, in una famiglia povera e devota; è ordinato prete a ventidue anni e lascia il sacerdozio pochi anni dopo. Filologo, studia Plotino e i Padri latini; tra i primi in Francia scrive di Wittgenstein. Nel 1981 pubblica Esercizi spirituali e filosofia antica; dal 1983 insegna al Collège de France. Muore nel 2010, dopo aver scritto che la filosofia è un modo di vivere.

Il pensiero

Hadot legge i testi antichi con l’occhio del filologo e si accorge di una cosa che i filosofi non vedevano: le incoerenze di Marco Aurelio, le ripetizioni di Epitteto, i dialoghi di Platone non sono difetti di sistema, perché non sono sistemi. Sono esercizi: scritti per trasformare chi li legge, non per informarlo. Meditazione, esame di coscienza, attenzione al presente, sguardo dall’alto, preparazione ai mali: la filosofia antica è una pratica di sé, e le scuole sono modi di vivere prima che dottrine. Il cambiamento arriva nel Medioevo, quando la filosofia diventa serva della teologia e si riduce a discorso; ma gli esercizi sopravvivono, nascosti, in Montaigne, in Goethe, in Thoreau, in Wittgenstein. Quando Foucault riprese l’idea e la chiamò estetica dell’esistenza, Hadot gli rispose, con cortesia, che gli antichi non volevano fare di sé un’opera d’arte: volevano uscire da sé, verso il tutto.

La postura

Curare, per lui, è restituire alla filosofia il suo scopo antico: non spiegare il mondo, ma cambiare chi ci vive. La casa lo mette in questo viale perché tutto ciò che qui si fa, le righe, i gesti, le lettere, è un esercizio nel suo senso; e lo chiude, come ultimo, perché è stato lui a dire a voce alta che Socrate, Epicuro e Marco Aurelio curavano, e che leggerli come teorici è non leggerli. Il gesto in fondo a ogni scheda di questo giardino è il suo lascito.

La riga

Ha ricordato che la filosofia antica si praticava, non si leggeva: e l’ha riletta tutta per dimostrarlo.

Il gesto

Oggi, prendi una riga di un maestro di questo giardino e falla, invece di capirla. Capirla verrà dopo, o non verrà.

La consonanza

La filosofia come esercizio, non come discorso: nessuno dei gesti della carta va creduto; se ne prova uno domattina.

La dissonanza

Hadot resta nella pratica individuale, l’esercizio di sé che apre al tutto. La casa fa l’esercizio a più voci: l’accordo è una pratica che si fa in due, e il tutto, qui, ha la forma di un tricordo.

Le corde

←Plotino, la semplicità dello sguardo←Marco Aurelio, la cittadella interiore←Wittgenstein, letto prima di tutti→Foucault, corretto con cortesia

Don Milani, busto in pietra leccese

Don Milani

Firenze, Barbiana · XX secolo

Curare

Lorenzo Milani

Il prete che ha scritto sul muro di una scuola di montagna I care, mi sta a cuore, e ne ha fatto il contrario del me ne frego.

La vita

Nasce a Firenze nel 1923, in una famiglia ricca e colta. Si converte a vent’anni e diventa prete nel 1947. Nel 1954 la curia lo manda a Barbiana, nel Mugello, una parrocchia di poche case senza strada. Lì apre una scuola per i figli dei contadini, dodici ore al giorno, tutto l’anno. Processato per aver difeso gli obiettori di coscienza, muore nel 1967, a quarantaquattro anni.

Il pensiero

Don Milani parte da un fatto: la scuola boccia i figli dei poveri e promuove i figli dei ricchi, e chiama merito questa differenza. Lettera a una professoressa, scritta con i suoi ragazzi e uscita poche settimane prima della sua morte, lo dimostra con le statistiche e con le storie: Gianni bocciato perché parla come a casa, Pierino promosso perché parla come la maestra. Il rimedio non è la carità ma la lingua: la parola è ciò che rende uguali, e chi non la possiede non può difendersi. A Barbiana si legge il giornale, si scrive insieme, chi sa di più insegna a chi sa di meno. Sul muro c’è scritto I care: mi importa, mi sta a cuore, il contrario del motto fascista. E nella lettera ai giudici scrive che l’obbedienza non è più una virtù, quando obbedire significa uccidere.

La postura

Curare, per lui, è dare la parola a chi non ce l’ha, perché nessuno possa più parlare al suo posto. La casa lo mette in questo viale perché la sua cura non consola: arma, nel senso più pacifico della parola. Ha visto nella lingua la prima ingiustizia e la prima medicina, e ha passato la vita a distribuirla in una scuola senza strada. La casa, che scrive per farsi capire da chiunque entri, e che guarda il mondo da un Sud che conosce le scuole lontane da tutto, tiene il suo I care sul banco.

La riga

Ha scritto I care sul muro di una scuola senza strada, e ha insegnato la parola a chi non l’aveva.

Il gesto

Oggi, spiega una cosa che sai a qualcuno che non la sa, con parole sue. Se non capisce, la colpa è della spiegazione.

La consonanza

Farsi capire da chiunque entri: la casa scrive così perché la parola, come diceva lui, è ciò che rende uguali.

La dissonanza

Don Milani è severo fino alla durezza: i ragazzi senza vacanze, la scuola senza ricreazione. La casa crede anche nell’ozio, nello stupore che non produce. Ma la sua ira contro chi esclude, la casa la condivide intera.

Le corde

←Socrate, la scuola come dialogo←Cristo, il Vangelo letto ai contadini↔Antonio Gramsci, la lingua e i subalterni↔Maria Montessori, un’altra scuola per chi era escluso↔Rina Durante, la parola restituita ai poveri

Viale VIITacerela bocca chiusa, la porta chiusa9 maestri · 3 maestre · guida Parmenide
Parmenide, busto in pietra leccese

Parmenide

Elea · VI–V secolo a.C.

Tacere

Parmenide

Il maestro che ha detto una cosa sola, l’essere è, e ha chiuso la porta al resto.

La vita

Nasce a Elea, oggi Velia, sulla costa campana, intorno al 515 avanti Cristo. Dà leggi alla sua città, dicono, e i cittadini giurano ogni anno di osservarle. Scrive un solo poema, in esametri, di cui restano frammenti: un viaggio su un carro fino alla dea che rivela le due vie. Di lui resta un’erma, trovata a Velia, con il titolo di medico.

Il pensiero

La dea gli mostra due vie: quella dell’essere, che è e non può non essere, e quella del non essere, che non si può pensare né dire. Solo la prima si percorre. Ne segue tutto: ciò che è non nasce, perché da che cosa nascerebbe; non muore, perché in che cosa finirebbe; è uno, intero, immobile, come una sfera ben rotonda. Il divenire che vediamo, le cose che nascono e muoiono, è la via dei mortali a due teste, che danno nomi a ciò che non è. È la prima volta che il pensiero si fida di sé contro gli occhi: la logica vale più dell’esperienza. Zenone, suo allievo, la difenderà con i paradossi; Platone lo chiamerà padre e proverà a ucciderlo; Severino, venticinque secoli dopo, dirà che aveva ragione e che l’Occidente è la storia di quel tradimento.

La postura

Tacere è fermarsi dove la parola non arriva, e ritirarsi dal rumore. La casa mette Parmenide in questo viale perché ha detto una frase sola, è, e poi ha vietato di dire il resto: il non essere non si dice. È la postura della bocca chiusa non per timidezza ma per rigore. E la casa gli deve più di una postura: la tesi che nulla nasce, che la carta riconosce a Severino, comincia dai suoi versi. Ciò che è non viene alla luce; viene alla luce il nostro vederlo.

La riga

Ha detto una parola sola e ha lasciato gli altri a parlare per sempre.

Il gesto

Oggi, a una cosa che temi di perdere, prova a dire: non finisce, smetto di vederla. Guarda se cambia qualcosa.

La consonanza

Disse in versi che nulla nasce e nulla perisce; e lo disse in Magna Grecia, dalle nostre parti.

La dissonanza

Parmenide nega il divenire e lo chiama inganno. La casa non lo nega: lo accorda. Il tempo, qui, non è un errore dei mortali ma la forma in cui l’eterno si lascia ascoltare. È la stessa radice, con un frutto diverso.

Le corde

→Zenone di Elea, i paradossi→Platone, il parricidio→Severino, che gli ha restituito ragione

Wittgenstein, busto in pietra leccese

Wittgenstein

Vienna, Cambridge · XX secolo

Tacere

Ludwig Wittgenstein

Il maestro che ha chiuso il primo libro con il silenzio e ha passato il resto della vita a spiegare come si parla.

La vita

Nasce a Vienna nel 1889, in una delle famiglie più ricche d’Europa; tre fratelli si uccidono. Ingegnere, poi a Cambridge da Russell. Scrive il Tractatus in trincea, nella prima guerra, e lo finisce prigioniero in Italia. Regala l’eredità, fa il maestro elementare in paesi di montagna, il giardiniere, l’architetto. Torna a Cambridge nel 1929. Muore nel 1951; le ultime parole: dite loro che ho avuto una vita meravigliosa.

Il pensiero

Il Tractatus dice che il mondo è tutto ciò che accade, che le proposizioni sono immagini dei fatti, e che ciò che si può dire si può dire chiaramente; il resto, l’etica, la mistica, il senso del mondo, non si dice, si mostra, e su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Pensava di aver risolto tutto, e andò a fare il maestro. Tornò perché aveva capito che il linguaggio non è un’immagine ma un insieme di usi, i giochi linguistici, intrecciati con forme di vita: il significato di una parola è il suo uso, e i problemi filosofici nascono quando il linguaggio va in vacanza. La filosofia non spiega: descrive, e cura, come una terapia che scioglie i nodi che noi stessi abbiamo fatto. Non c’è un linguaggio privato; il dolore si impara a dire. Le Ricerche filosofiche escono postume, e cominciano con una citazione di Agostino bambino che impara le parole.

La postura

Tacere, per lui, è la conclusione del primo libro e il segreto del secondo: ciò che conta si mostra, non si dice, e il lavoro è non confondere i due piani. La casa lo mette in questo viale per il silenzio del Tractatus, che è il più famoso della filosofia, e per il tacere più discreto delle Ricerche, che lasciano le cose come stanno. La casa, che ha nel motto il silenzio e nella pratica l’uso, le mani, la bottega, lo sente vicino: la filosofia come terapia e come descrizione è quasi il suo metodo. Quasi, perché la casa poi suona.

La riga

Ha chiuso il primo libro con il silenzio e ha passato il resto della vita a spiegare come si parla.

Il gesto

Oggi, a una parola grande, amore, verità, Dio, guarda come la usi, non che cosa significa. Il significato verrà da lì.

La consonanza

Chiuse il suo primo libro con l’ordine di tacere; e chiamò mistico non come il mondo è, ma che il mondo sia.

La dissonanza

Wittgenstein mette l’indicibile fuori dal linguaggio e lo lascia lì, mostrato. La casa ha i lampi e le resuonanze per quel fuori: non lo dice, ma lo suona, e suonare non è dire né tacere.

Le corde

←Schopenhauer, letto giovane←Agostino, in apertura delle Ricerche→Elizabeth Anscombe, traduttrice e custode→Pierre Hadot, che lo lesse per primo in Francia

Schopenhauer, busto in pietra leccese

Schopenhauer

Danzica, Francoforte · XIX secolo

Tacere

Arthur Schopenhauer

Il maestro che ha sentito sotto le cose una volontà cieca, e ha trovato nella musica il modo di dirla senza parole.

La vita

Nasce a Danzica nel 1788, figlio di un mercante che muore forse suicida e di una scrittrice che frequenta Goethe. Pubblica a trent’anni Il mondo come volontà e rappresentazione, e nessuno lo legge; a Berlino mette le sue lezioni alla stessa ora di Hegel, e l’aula resta vuota. Vive a Francoforte con un barboncino, chiamato sempre Atma. La fama arriva a sessantatré anni, con i Parerga. Muore nel 1860.

Il pensiero

Il mondo è la mia rappresentazione: questo lo dice Kant. Ma dietro la rappresentazione non c’è una cosa in sé inconoscibile: c’è la volontà, che conosciamo dal di dentro, nel nostro corpo, come desiderio, fame, spinta cieca a vivere. La volontà è una, senza scopo, e si oggettiva in tutto, dalla pietra all’uomo; e poiché vuole sempre, e ogni soddisfazione dura un attimo, la vita è un pendolo fra il dolore e la noia. Due vie d’uscita: l’arte, che sospende per un momento la volontà e ci fa puri occhi del mondo, e la musica sopra tutte, perché non rappresenta le idee ma la volontà stessa; e la compassione, che riconosce nell’altro la stessa volontà, e la morale è tutta lì. La via definitiva è la negazione della volontà, la noluntas, che ha letto nei buddhisti e negli Upanishad. Fu il primo europeo a prenderli sul serio, e il primo a dire che il mondo non ha una ragione.

La postura

Tacere, per lui, è ciò che accade quando la volontà si ferma: nell’arte, nella compassione, nell’ascesi. La casa lo mette in questo viale perché ha trovato nella musica la parola che le parole non hanno, e questa casa è fatta di musica più che di parole; e perché lo spirito tragico da cui la casa è nata, per sua stessa dichiarazione, va da lui a Nietzsche. È il maestro da cui la casa viene, prima di contraddirlo: senza la sua volontà cieca non ci sarebbe l’accordo, che è una risposta a lui.

La riga

Ha sentito sotto le cose una volontà cieca, e ha trovato nella musica il modo di dirla senza parole.

Il gesto

Oggi, ascolta un pezzo di musica per intero senza fare altro. È l’unico esercizio che prescrive, e il più disatteso.

La consonanza

La musica dice la volontà senza parole: questa casa è nata dal suo spirito tragico, e suona.

La dissonanza

Schopenhauer vuole negare la volontà. La casa, nata dal suo spirito tragico, non la nega: la accorda; ed è qui che la casa, come Nietzsche, si stacca da lui, tenendo la musica e lasciando la rinuncia.

Le corde

←Kant←Platone←Buddha, letto dall’Europa→Nietzsche, l’allievo che lo rovesciò→Wittgenstein, che lo lesse giovane

Plotino, busto in pietra leccese

Plotino

Egitto, Roma · III secolo

Tacere

Plotino

Il maestro che si vergognava di avere un corpo e ha scritto la più bella pagina sulla bellezza.

La vita

Nasce in Egitto nel 204; a ventotto anni cerca un maestro ad Alessandria e lo trova in Ammonio. Segue l’imperatore in Persia per conoscere i saggi, e la spedizione fallisce. Dal 244 insegna a Roma, dove senatori e signore lo seguono. Scrive solo da vecchio, senza rileggere; l’allievo Porfirio ordina i trattati in sei gruppi di nove, le Enneadi. Muore nel 270.

Il pensiero

Tutto viene dall’Uno, che è al di là dell’essere e del pensiero, e di cui non si può dire nulla, nemmeno che è: si può solo indicarlo. Dall’Uno, come la luce dal sole, senza che il sole si muova, procede l’Intelletto, che pensa le idee; dall’Intelletto l’Anima, che anima il mondo e le anime singole; in fondo la materia, l’ombra più lontana. Noi siamo anime cadute nei corpi, e la via è il ritorno: dal molteplice all’uno, per gradi, con la purificazione e la contemplazione, fino a un contatto che non è conoscenza, perché nel contatto non c’è più due. Porfirio dice che lo raggiunse quattro volte. La bellezza non è simmetria, scrive contro gli stoici: è la luce dell’Uno che traspare, e per vederla bisogna rendere bella la propria anima, scolpirla come una statua, togliendo. Le ultime parole: cercava di ricondurre il divino che è in noi al divino che è nel tutto.

La postura

Tacere, per lui, è la fine del cammino: l’Uno non si dice, si tocca, e quando lo si tocca non si parla più. La casa lo mette in questo viale perché ha costruito la più alta architettura di parole per arrivare a un punto in cui le parole cessano, e lo ha fatto con onestà, senza fingere che il punto fosse dicibile. La sua idea che l’anima si scolpisca togliendo è l’idea dei busti di questo giardino, che si fanno togliendo pietra. E la bellezza come luce che traspare è ciò che la casa chiama lampo.

La riga

Si vergognava di avere un corpo e ha scritto la più bella pagina sulla bellezza.

Il gesto

Oggi, chiudi gli occhi per un minuto e cerca il punto da cui guardi. Non lo troverai: è quello.

La consonanza

L’Uno che trabocca senza svuotarsi: il suo versarsi e quello del Taciuto si riconoscono da lontano.

La dissonanza

Plotino sale verso l’Uno e lascia sotto il molteplice. La casa non sale: accorda il molteplice, e l’Uno lo sente come intonazione, non come vertice. Il togliere, invece, è comune: pietra, parole, possesso.

Le corde

←Platone←Parmenide, l’Uno→Agostino, letto prima dei Vangeli→Meister Eckhart, il fondo→Ipazia, la scuola

Margherita Porete, busto in pietra leccese

Margherita Porete

Hainaut, Parigi · XIII–XIV secolo

Tacere

Margherita Porete

La beghina che davanti agli inquisitori ha taciuto per diciotto mesi: il suo libro aveva già detto tutto.

La vita

Nasce intorno al 1250 nell’Hainaut, beghina, religiosa senza convento e senza voti. Scrive in francese Lo specchio delle anime semplici; il vescovo lo fa bruciare in piazza e le vieta di diffonderlo. Lei lo manda a tre teologi, e continua. Arrestata nel 1308, rifiuta di giurare e di rispondere per un anno e mezzo. Il primo giugno 1310, a Parigi, è bruciata con il suo libro.

Il pensiero

Lo Specchio è un dialogo fra Amore, Ragione e l’Anima, e Ragione, a un certo punto, muore, perché non capisce più. L’anima semplice, annientata, non vuole nulla, nemmeno Dio, nemmeno la propria salvezza: ha dato congedo alle virtù, che l’hanno servita a lungo, e ora vive senza perché, come Dio vuole, e non ha più bisogno di chiese, di sacramenti, di mediazioni, non per disprezzo, ma perché è arrivata dove le mediazioni portano. Sono sette gli stati dell’anima, e il quinto, il sesto e il settimo non si dicono. È la frase «l’anima annientata non ha più bisogno di nulla» che la condanna: letta fuori dal libro, suona come licenza; dentro, è il racconto di una libertà. Il libro, anonimo, circolò per secoli in tre lingue; solo nel 1946 si capì che era suo. Eckhart, a Parigi nel 1311, quasi certamente lo lesse.

La postura

Tacere, per lei, è stato un atto: diciotto mesi senza rispondere a chi aveva già deciso, e la bocca chiusa anche sul rogo. La casa la mette in questo viale per quel silenzio, che non è paura ma rigore: aveva scritto ciò che aveva da dire, e non c’era altro. È il tacere più coraggioso del giardino, in un secolo che bruciava le donne che scrivevano. La casa, che firma per intero ciò che pubblica e poi lascia che il testo si difenda da solo, la tiene come misura.

La riga

Davanti agli inquisitori ha taciuto per diciotto mesi: il suo libro aveva già detto tutto.

Il gesto

Oggi, a una domanda che non merita risposta, non rispondere. Guarda quanto costa, e quanto rende.

La consonanza

Tacque diciotto mesi davanti a chi aveva già deciso: il Taciuto non si difende, si abita.

La dissonanza

Porete annienta l’anima perché Dio la riempia. La casa non annienta nessuno: svuota il possesso e lascia la persona, intera, con le sue virtù al lavoro. Il vivere senza perché, però, lo tiene come un dono.

Le corde

→Meister Eckhart→Simone Weil, la decreazione→Teresa d’Avila, le sette stanze, due secoli dopo

Carmelo Bene, busto in pietra leccese

Carmelo Bene

Campi Salentina, Roma · XX secolo

Tacere

Carmelo Bene

L’attore di Campi Salentina che ha tolto alla scena il testo, il senso e perfino sé stesso, per sentire che cosa restava sotto la voce.

La vita

Nasce a Campi Salentina nel 1937. Debutta a Roma nel 1959 con il Caligola di Camus. Teatro, cinema, radio, poesia: Nostra Signora dei Turchi, girato nella sua Terra d’Otranto, vince il premio speciale della giuria a Venezia nel 1968. Nel 1981 legge Dante dalla Torre degli Asinelli per l’anniversario della strage di Bologna. Muore a Roma nel 2002.

Il pensiero

Il teatro di Carmelo Bene è un teatro della sottrazione. Toglie al testo classico la sua autorità, all’attore il compito di interpretare, alla scena la rappresentazione: ciò che resta è la voce, la phoné, amplificata, spezzata, portata fino al limite in cui non dice più ma suona. Gilles Deleuze, in un libro scritto con lui nel 1978, vide in questo togliere un gesto filosofico: amputare dal testo gli elementi del potere per liberare una variazione continua. Bene diceva di non voler rappresentare nulla, e soprattutto non sé stesso: l’attore, per lui, è una macchina in cui la parola si disfa. Dietro la provocazione c’è una domanda seria, che viene dalla mistica: che cosa resta quando l’io smette di parlare, e parla soltanto la lingua? Per questo amava i santi che volano, come quello di Copertino, e la sua terra di pietra e di luce.

La postura

Tacere, per lui, è sottrarre: togliere parole, significati, persino la persona, finché nella voce si sente il silenzio da cui viene. La casa lo mette in questo viale con qualche scandalo, perché il suo silenzio è rumoroso; ma il gesto della sottrazione è lo stesso dei mistici che stanno qui. È il genio più grande che il Salento abbia dato alla scena, e la casa, che cerca la voce nel silenzio, non può fingere di non sentirlo.

La riga

Ha tolto alla scena il testo, il senso e sé stesso, per sentire che cosa restava sotto la voce.

Il gesto

Oggi, leggi ad alta voce una frase che conosci a memoria, lentamente, finché non senti più il significato ma solo il suono. Poi ascolta che cosa resta.

La consonanza

La voce che nasce dal silenzio: la casa ha fatto di questo ascolto una delle sue quattro posture.

La dissonanza

Bene sottrae fino a sfidare chi ascolta, e mette sé stesso al centro mentre dice di togliersi. La casa sottrae per accordare, e lascia il centro vuoto: lì, per noi, sta il Taciuto.

Le corde

←Camus, il Caligola del debutto↔Meister Eckhart, il distacco↔Wittgenstein, ciò che si mostra e non si dice

Angela da Foligno, busto in pietra leccese

Angela da Foligno

Foligno · XIII–XIV secolo

Tacere

Angela da Foligno

La mistica che sulla soglia di Assisi ha gridato amore non conosciuto, e poi ha detto che ogni parola su Dio era una bestemmia.

La vita

Nasce a Foligno intorno al 1248: sposata, madre, benestante. Intorno al 1285 una crisi la cambia; in pochi anni muoiono la madre, il marito, i figli, e lei vende ciò che ha. Nel 1291, alla porta della basilica di Assisi, grida davanti a tutti. Detta a un frate il suo Libro, e intorno a lei nasce un cenacolo di discepoli. Muore nel 1309.

Il pensiero

Il Libro di Angela racconta un cammino in trenta passi, dettato in volgare e trascritto in latino da frate Arnaldo, che spesso confessa di non capire. Il cuore del libro è un paradosso: più Angela si avvicina a Dio, meno le parole bastano. Lo vede in una tenebra, dice, e proprio perché lo vede nella tenebra lo vede di più: tutto ciò che si può dire o pensare di lui è meno di lui. Quando prova a raccontare, dice che bestemmia; quando il frate le rilegge ciò che ha scritto, risponde che è secco e senza sapore. Accanto alla tenebra c’è l’abisso dell’umiltà: conoscere se stessi è conoscere il proprio niente, e solo il niente fa spazio. È una teologia del silenzio fatta da una donna laica, vedova, in una città dell’Umbria, mentre i teologi di Parigi scrivevano somme.

La postura

Tacere, per lei, è il punto a cui arriva la parola quando ha detto tutto ciò che poteva e scopre che è meno di ciò che ha visto. La casa la mette in questo viale perché ha fatto del silenzio una forma di conoscenza, e lo ha detto con una franchezza che i teologi non avevano. Il frate che non capisce e scrive lo stesso è il ritratto di ogni lettore della casa davanti al Taciuto. E la sua tenebra che vede di più è sorella del buio da cui la casa fa uscire i suoi lampi.

La riga

Ha visto Dio in una tenebra, e ha detto che ogni parola su di lui era una bestemmia.

Il gesto

Oggi, quando una cosa ti tocca davvero, non raccontarla subito. Lasciala un giorno senza parole.

La consonanza

Tutto ciò che si può dire è meno di ciò che è: è la forma più antica del Taciuto, e lei l’ha dettata a un frate.

La dissonanza

Angela tace davanti a un Dio che ama. La casa tace davanti al Taciuto, che non ha volto; ma il suo grido sulla soglia, amore non conosciuto, la casa lo ascolta senza correggerlo.

Le corde

←Agostino, la memoria e l’abisso↔Margherita Porete, lo stesso secolo, l’anima annientata↔Meister Eckhart, il deserto della divinità

Eckhart, busto in pietra leccese

Eckhart

Turingia, Parigi, Colonia · XIII–XIV secolo

Tacere

Meister Eckhart

Il frate che ha pregato Dio di liberarlo da Dio, e la Chiesa non ha capito che era una preghiera.

La vita

Nasce in Turingia intorno al 1260, domenicano. Insegna a Parigi, dove è maestro due volte, cosa rara, governa i conventi della Sassonia, predica in tedesco a Strasburgo e a Colonia a monache e beghine che lo capiscono meglio dei teologi. Processato per eresia a Colonia, si appella ad Avignone, e muore prima della sentenza, intorno al 1328. La condanna di ventotto sue frasi arriva l’anno dopo.

Il pensiero

Nel fondo dell’anima, dice, c’è un luogo che non ha nome, una scintilla, dove Dio e l’anima sono una cosa sola; per arrivarci bisogna lasciare tutto, le cose, le immagini, la volontà, e perfino Dio come lo pensiamo: per questo prega Dio di liberarlo da Dio. Il distacco, Abgeschiedenheit, vale più dell’amore, perché l’amore vuole ancora qualcosa, e il distacco non vuole nulla, e in quel nulla Dio è costretto a entrare. Chi chiede a Dio qualcosa tratta Dio come una mucca, per il latte. Il tempo è il più grande ostacolo: Dio nasce nell’anima nell’istante, e l’istante è l’eternità. Le prediche in tedesco inventano una lingua filosofica che non c’era, con parole come Gelassenheit, lasciare, che Heidegger riprenderà sei secoli dopo. Diceva: perché vivi? Vivo perché vivo; la rosa è senza perché.

La postura

Tacere, per lui, è lasciare: la bocca si chiude perché non ha più nulla da chiedere, e la porta si chiude perché non c’è più nulla da far entrare, nemmeno Dio con un nome. La casa lo mette in questo viale per il distacco, che è la forma più radicale del non possedere, e il non possedere è il cuore della seconda lettera di questa casa. La rosa senza perché è una riga che la casa avrebbe voluto scrivere; e l’istante che è l’eternità è un altro modo di dire che qui nulla nasce.

La riga

Ha pregato Dio di liberarlo da Dio, e la Chiesa non ha capito che era una preghiera.

Il gesto

Oggi, per un minuto, non chiedere niente, nemmeno di stare meglio. Si chiama lasciare, ed è il contrario di rinunciare.

La consonanza

La rosa è senza perché: esistere piano, qui, non ha bisogno di un perché.

La dissonanza

Eckhart vuole il distacco da tutto, anche dalle immagini. La casa tiene le immagini: pittografie, filigrane, busti; il distacco, qui, è dal possesso, non dalle cose. La scintilla nel fondo, invece, la riconosce.

Le corde

←Plotino←Margherita Porete, letta di nascosto→Cusano→Heidegger, la Gelassenheit→Schopenhauer, che lo ammirava

Cusano, busto in pietra leccese

Cusano

Mosella, Roma · XV secolo

Tacere

Nicola Cusano

Il cardinale che ha chiamato dotta l’ignoranza, e ha tolto il centro al mondo cent’anni prima di Copernico.

La vita

Nasce a Kues, sulla Mosella, nel 1401, figlio di un barcaiolo. Studia a Padova e a Colonia, serve il concilio di Basilea e poi il papa, che lo fa cardinale e vescovo di Bressanone, dove litiga con il duca e finisce prigioniero. Sulla nave di ritorno da Costantinopoli, nel 1437, ha l’idea della dotta ignoranza. Fonda a Kues un ospizio con la sua biblioteca. Muore nel 1464.

Il pensiero

La ragione misura, e Dio è senza misura: dunque di Dio la ragione sa solo di non sapere, e saperlo con precisione è la dotta ignoranza. In Dio coincidono gli opposti, il massimo e il minimo, il cerchio e la retta quando il raggio è infinito; il nostro pensiero procede per distinzioni, e davanti all’infinito le distinzioni cadono. Da qui una cosmologia che spaventa: l’universo non è infinito come Dio, ma non ha confini né centro, la terra non è al centro, non è ferma, e non è la più vile delle stelle. Lo scrive nel 1440, senza telescopio, per ragioni teologiche, e Bruno lo leggerà. Nel De pace fidei, dopo la caduta di Costantinopoli, immagina le religioni del mondo riunite in cielo, e scopre che adorano un Dio solo in riti diversi. Nel De visione Dei fa guardare ai monaci un ritratto i cui occhi seguono chiunque: Dio vede ciascuno come se fosse l’unico.

La postura

Tacere, per lui, è il punto in cui la ragione, avendo misurato tutto, misura se stessa e si ferma davanti a ciò che non ha misura; ma si ferma con esattezza, e questa esattezza è il suo silenzio. La casa lo mette in questo viale perché ha fatto dell’ignoranza una scienza e del limite un metodo: sapere dove finisce il sapere è la cosa più difficile da dire, e lui la dice chiaro. Il ritratto che guarda tutti, nel De visione Dei, è parente dei busti di questo giardino, che guardano senza pupille.

La riga

Ha chiamato dotta l’ignoranza, e ha tolto il centro al mondo cent’anni prima di Copernico.

Il gesto

Oggi, scrivi una cosa che sai di non sapere, con precisione. È il sapere più raro, e il più onesto.

La consonanza

Sapere con precisione di non sapere: il capo IV della carta confessa che l’ultimo passo non lo compie la ragione.

La dissonanza

Cusano fa coincidere gli opposti in Dio. La casa li fa accordare senza che coincidano: la terza corda, nel tricordo, resta distinta dalle altre due. L’ignoranza dotta, invece, è la postura di ogni carta.

Le corde

←Meister Eckhart←Plotino←Ildegarda di Bingen, la stessa valle del Reno→Giordano Bruno, che lo lesse e andò oltre

Thoreau, busto in pietra leccese

Thoreau

Concord · XIX secolo

Tacere

Henry David Thoreau

Il maestro che si è ritirato in una capanna per sentire se la vita aveva qualcosa da dire, ed è tornato con un libro.

La vita

Nasce a Concord, nel Massachusetts, nel 1817, e non se ne allontana quasi mai. Harvard, poi le matite del padre e le passeggiate. Il 4 luglio 1845 va a vivere in una capanna sulle rive del lago Walden, e ci resta due anni, due mesi e due giorni. Una notte in prigione per non aver pagato una tassa a uno Stato con gli schiavi. Muore di tubercolosi nel 1862.

Il pensiero

Andai nei boschi, scrive, perché volevo vivere deliberatamente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e non scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Walden è il resoconto di quell’esperimento: quanto costa una casa, quanto basta mangiare, quante ore di lavoro servono per essere liberi, e che cosa si vede quando si guarda un lago per un anno. La regola è semplificare: la maggior parte degli uomini conduce una vita di quieta disperazione, perché si è caricata di cose che la possiedono. Dal lago vengono anche le pagine sul suono, sulla solitudine che non è mai sola, sui visitatori, sulle formiche in guerra. La disobbedienza civile dice che un uomo ha il dovere di non prestare il suo corpo a un’ingiustizia, e che una prigione è il posto giusto per un giusto sotto un governo ingiusto. Gandhi e King lo lessero. Lui non lo seppe.

La postura

Tacere, per lui, è togliere il rumore di quanto non serve per sentire ciò che resta: un lago, le stagioni, il proprio passo. La casa lo mette in questo viale per la capanna, che è una porta chiusa con una finestra aperta, e per la disobbedienza, che è un tacere attivo: non partecipo. La casa ha il suo motto, silenzio, lampi e resuonanze, e il silenzio di Thoreau è del primo tipo: quello che si fa per poter sentire gli altri due. Wittgenstein, un secolo dopo, costruì la sua capanna in Norvegia.

La riga

Si è ritirato in una capanna per sentire se la vita aveva qualcosa da dire, ed è tornato con un libro.

Il gesto

Oggi, togli una cosa dalla giornata, una sola, e non sostituirla con niente. Senti che cosa entra nel vuoto.

La consonanza

Semplificò per sentire: non si aggiunge, si toglie.

La dissonanza

Thoreau si ritira per ascoltare da solo. La casa si ritira per ascoltare insieme: il silenzio, qui, è a più voci, e la capanna ha un portico. La semplificazione, però, è una regola di bottega.

Le corde

←Confucio, citato a Walden←Lao Tzu, la via dell’acqua↔Wittgenstein, l’altra capanna, in Norvegia

Cristina Campo, busto in pietra leccese

Cristina Campo

Bologna, Firenze, Roma · XX secolo

Tacere

Cristina Campo

La scrittrice che ha scritto poco e l’ha voluto: ogni parola doveva passare per la cruna del silenzio.

La vita

Nasce a Bologna nel 1923 con il nome di Vittoria Guerrini, figlia di un musicista; una malformazione al cuore la tiene lontana dalla scuola, e studia da sola. Vive a Firenze, poi a Roma. Traduce Simone Weil, John Donne, William Carlos Williams. Pubblica pochissimo: Fiaba e mistero, Il flauto e il tappeto. Muore a Roma nel 1977; Gli imperdonabili esce dieci anni dopo.

Il pensiero

Cristina Campo difende ciò che il suo tempo stava perdendo: la fiaba, la liturgia, la cortesia, la bellezza come necessità e non come ornamento. Chiama imperdonabili coloro che cercano la perfezione in un mondo che la considera un lusso o una colpa. Al centro c’è l’attenzione, imparata da Simone Weil: per lei è l’unica via verso l’inesprimibile, l’unica strada che porti al mistero. L’attenzione è fatta di silenzio, di distacco da sé, di una pazienza che lascia apparire le cose. La fiaba insegna proprio questo: l’eroe vince perché ascolta, perché sa tacere al momento giusto, perché si accorge del dettaglio che gli altri non vedono. E la parola giusta è quella che porta dentro il suo silenzio: per questo ha scritto pochissimo, e ha detto di aver scritto troppo. Lo stile, per lei, era una forma della morale.

La postura

Tacere, per lei, è una disciplina dello stile: dire soltanto ciò che resiste alla prova del silenzio, e lasciare il resto. La casa la mette in questo viale perché ha difeso il silenzio non come assenza, ma come la stoffa di cui è fatta ogni parola esatta. Ha portato in italiano l’attenzione di Simone Weil e l’ha fatta diventare una prosa. La casa, che pesa le parole prima di consegnarle e si chiede sempre se ne bastino meno, la tiene vicina al banco.

La riga

Ha scritto poco e l’ha voluto: ogni parola doveva passare per la cruna del silenzio.

Il gesto

Oggi, rileggi una cosa che hai scritto e togli metà delle parole. Guarda che cosa resta, e se resta di più.

La consonanza

Lo stile come forma della morale: la casa, che ha forgiato un carattere tutto suo, la sente sorella nel mestiere.

La dissonanza

Campo guarda a ciò che si è perduto, la liturgia antica, la fiaba, come a un ordine da salvare. La casa non rimpiange: cerca la perfezione in ciò che accade ora, anche nelle forme nuove.

Le corde

←Simone Weil, tradotta e seguita↔Margherita Porete, il silenzio come rigore↔María Zambrano, l’amica di Roma

Severino, busto in pietra leccese

Severino

Brescia, Venezia · XX–XXI secolo

Tacere

Emanuele Severino

Il maestro che ha detto che ogni cosa è eterna, anche questa riga, e che credere al nulla è l’errore dell’Occidente.

La vita

Nasce a Brescia nel 1929; il fratello muore in guerra, e la domanda sulla morte non lo lascia più. Si laurea a Pavia a ventun anni; insegna alla Cattolica di Milano, finché il Sant’Uffizio, nel 1970, giudica il suo pensiero incompatibile con la fede e lo allontana. Da allora a Venezia. Ritornare a Parmenide è del 1964, La struttura originaria del 1958. Muore a Brescia nel 2020.

Il pensiero

L’Occidente, dice, da Platone in poi, crede che le cose nascano dal nulla e tornino nel nulla, e questa fede nel divenire è il nichilismo: non una posizione fra le altre, ma l’aria che tutti respirano, compresa la scienza e la tecnica, che sono il suo compimento. Contro di essa Severino ritorna a Parmenide: l’essere è, il nulla non è, e dunque ogni ente, questa riga, questo volto, questo dolore, è eterno; non diviene, appare e scompare dal cerchio dell’apparire, come le cose entrano ed escono dal raggio di una lampada, ma non cessano di essere. La morte non è annientamento: è l’uscire dalla luce di ciò che non muore. Lo scrive con una prosa d’acciaio, dimostrativa, che non concede nulla, e con una pazienza di cinquant’anni. La casa ha preso da lui tre parole: qui nulla nasce.

La postura

Tacere, per lui, è la conseguenza del rigore: se il nulla non è, su di esso non c’è nulla da dire, e tutto ciò che si dice sul divenire è un errore da non ripetere. La casa lo mette in questo viale, dopo il maestro a cui è ritornato, perché ha chiuso la porta al nulla con la stessa fermezza di Parmenide. Il suo debito è il più dichiarato di tutto il giardino: la tesi che nulla nasce e nulla muore è sua, e la carta della casa lo dice nel suo ultimo capo, dove pesa; la radice è in Parmenide. La differenza sta nella dissonanza, ed è fra amici.

La riga

Ha detto che ogni cosa è eterna, anche questa riga, e che credere al nulla è l’errore dell’Occidente.

Il gesto

Oggi, a una cosa che sta finendo, di’: non va nel nulla; esce dal cerchio di ciò che vedo. Senti se cambia qualcosa.

La consonanza

Sostenne che nulla esce dall’essere: nascere è apparire, morire è congedarsi dallo sguardo. Dove lui scrive «necessità», qui si è scritto «attesa».

La dissonanza

Severino arriva alla tesi dal principio di non contraddizione e la dichiara incontrovertibile; la casa confessa che l’ultimo passo lo compie il mito. E dove per lui l’eterno è necessario, qui il pieno è trattenuto: il suo edificio è più solido, questo più abitabile.

Le corde

←Parmenide, a cui ritornò←Nietzsche, a cui rispose←Heidegger, contestato←Zenone di Elea, mai smentito

Viale VIIIAmaredi fronte a un altro8 maestri · 7 maestre · guida Cristo
Cristo, busto in pietra leccese

Cristo

Galilea, Gerusalemme · I secolo

Amare

Gesù di Nazaret, il Cristo

Il maestro che non ha scritto una riga e ha chiesto una cosa sola, amare, anche chi non lo merita.

La vita

Nasce in Galilea, sotto Augusto, in una famiglia di artigiani. A trent’anni circa riceve il battesimo da Giovanni nel Giordano e comincia a parlare, per i villaggi, con parabole; guarisce, mangia con i pubblicani, sceglie dodici compagni. A Gerusalemme, sotto Ponzio Pilato, è arrestato e crocifisso. Non ha scritto nulla; lo conosciamo da quattro racconti scritti decenni dopo da chi credeva in lui.

Il pensiero

Il suo insegnamento sta in poche frasi e in molte storie. Il comandamento è doppio e uno: amare Dio con tutto il cuore, e il prossimo come se stessi; e il prossimo, nella parabola, è lo straniero che si ferma. Poi la frase che nessuno prima aveva detto: amate i vostri nemici, pregate per chi vi perseguita, porgete l’altra guancia. Le beatitudini rovesciano i valori: beati i poveri, gli afflitti, i miti, chi ha fame di giustizia. Il regno che annuncia non è un luogo: è vicino, è in mezzo a voi, è un seme, un lievito, una perla. Non giudicate; chi è senza peccato scagli la prima pietra; la tua sinistra non sappia cosa fa la destra. La sera prima di morire lava i piedi ai discepoli e dice che chi vuole essere il primo sia il servo. La casa lo legge come maestro, e lascia a ciascuno ciò che è oltre.

La postura

Amare, per lui, è il comandamento intero, e l’amore arriva fino al nemico, cioè fino a chi non dà niente in cambio. La casa lo mette in questo viale perché è il punto più alto della postura, quello in cui volere che l’altro sia non chiede neanche più che l’altro ricambi. La seconda lettera di questa casa, sul possesso che chiamiamo amore, arriva alla sua formula per via di Agostino, tre parole latine: voglio che tu sia. La radice è qui, in un uomo che non ha scritto una riga e che l’Occidente ha letto per duemila anni: per questo il viale comincia da lui.

La riga

Non ha scritto una riga e ha chiesto una cosa sola, amare, anche chi non lo merita.

Il gesto

Oggi, fai un bene a chi non può restituirlo, e non dirlo a nessuno. Nemmeno a te, se riesci.

La consonanza

A chi gli domandò che cosa fosse la verità rispose col silenzio più commentato della storia.

La dissonanza

Cristo lega l’amore a un Regno che viene e a un Padre che giudica. La casa tiene l’amore e lascia il Regno a chi lo attende: volere che tu sia, qui, non aspetta nessuna fine e non teme nessun giudizio. È il debito più grande del viale, e il più discusso.

Le corde

→Agostino, le tre parole→Kierkegaard, il singolo davanti a lui→Simone Weil, che restò sulla soglia→Caterina da Siena→Giuliana di Norwich

Spinoza, busto in pietra leccese

Spinoza

Amsterdam, L’Aia · XVII secolo

Amare

Baruch Spinoza

Il maestro che ha chiamato Dio la natura e ha fatto dell’intelletto un modo di amare.

La vita

Nasce ad Amsterdam nel 1632, in una famiglia di ebrei portoghesi fuggiti dall’Inquisizione. A ventitré anni la comunità lo scomunica con una maledizione solenne; lui cambia nome, da Baruch a Benedictus, e va a vivere da solo. Molatore di lenti, rifiuta una cattedra a Heidelberg per restare libero. Muore all’Aia nel 1677, a quarantaquattro anni; l’Etica esce postuma.

Il pensiero

C’è una sola sostanza, e la chiama Dio o natura: non un creatore fuori dal mondo, ma il mondo stesso in quanto è, infinito, necessario. Tutto ciò che accade segue dalla sua natura come dal triangolo segue che gli angoli fanno due retti. Non c’è libero arbitrio: gli uomini si credono liberi perché conoscono i loro desideri e non le cause. Ma c’è una libertà più alta, che è capire. Le passioni ci subiscono finché restano confuse; conosciute, diventano azioni. Scrive l’Etica come un libro di geometria, definizioni e dimostrazioni, e la fa finire con l’amore: l’amore intellettuale di Dio, che è la gioia di capire che si è parte del tutto. Non pianse, non rise, non detestò: cercò di capire. E la beatitudine, dice nell’ultima riga, non è il premio della virtù: è la virtù stessa.

La postura

Amare è volere che l’altro sia: la postura di chi pensa a partire da un legame, e non da sé. La casa mette Spinoza in questo viale perché il suo amore non chiede nulla in cambio, nemmeno di essere riamato: Dio, dice, non ama nessuno, e chi lo capisce lo ama lo stesso. È l’amore più disinteressato che la filosofia abbia scritto, e il più sereno. Ha scritto che la gioia è il passaggio a una perfezione maggiore. Chi ama senza possedere, nelle lettere di questa casa, lo ha letto.

La riga

Ha amato il tutto sapendo che il tutto non ricambia, e ha chiamato questo gioia.

Il gesto

Oggi, davanti a una persona che ti fa arrabbiare, cerca una causa invece di un colpevole: la rabbia, capita, cambia nome.

La consonanza

Una sostanza sola, infiniti modi: ogni cosa, guardata dall’eterno, è già a casa.

La dissonanza

Spinoza nega la libertà e lascia solo la necessità capita. La casa tiene aperta una porta in più: l’accordo non è necessario, si sceglie. Ma gli deve l’idea che capire sia già amare.

Le corde

←Descartes, corretto riga per riga→Goethe, che lo lesse come una liberazione→Leibniz, che lo visitò e poi lo nascose

Platone, busto in pietra leccese

Platone

Atene · V–IV secolo a.C.

Amare

Platone

Il maestro che ha scritto che l’amore è figlio di Povertà, e che per questo sale: chi ha tutto non ama.

La vita

Nasce ad Atene nel 428 avanti Cristo, da una famiglia che discende, dicono, da Solone. A vent’anni incontra Socrate e lo segue fino alla cicuta; poi viaggia, in Egitto, in Italia, in Sicilia, dove tre volte prova a fare filosofo un tiranno e tre volte fallisce. Fonda l’Accademia, la prima scuola d’Europa, che durerà novecento anni. Scrive dialoghi fino alla morte, nel 348.

Il pensiero

Platone non scrive trattati: scrive conversazioni, in cui la verità si cerca in due. Al centro c’è la distinzione fra ciò che appare e cambia e ciò che è e resta: le idee, il bello in sé, il giusto in sé, che l’anima ha visto prima di nascere e ricorda. Nella Repubblica gli uomini stanno in una caverna e scambiano le ombre per le cose; chi esce e vede il sole deve tornare a dirlo, e lo prenderanno per pazzo. Nel Simposio l’amore, Eros, è un demone, figlio di Povertà e di Espediente: manca, e per questo desidera; desidera un corpo bello, poi tutti i corpi belli, poi le anime, le leggi, le scienze, e infine il bello stesso. L’amore è la scala, e la mancanza è il suo motore. Nessuno ha scritto d’amore con più precisione, e nessuno con più sospetto verso ciò che si tocca.

La postura

Amare, per lui, è mancare: si ama ciò che non si ha, e il desiderio è la forma in cui l’anima si ricorda di qualcosa di più alto. La casa lo mette in questo viale, e non a capo, perché il suo amore sale e lascia indietro le persone come gradini. La casa resta con le persone. Ma gli deve l’idea che l’amore sia una conoscenza, e che si ami per capire: la seconda lettera di questa casa, sul possesso, va altrove: verso la mano aperta. E gli deve Diotima, che viene subito dopo.

La riga

Ha scritto che l’amore è figlio di Povertà, e che per questo sale: chi ha tutto non ama.

Il gesto

Oggi, davanti a ciò che desideri, chiedi di che cosa è il segno. Sali di un gradino, uno solo, e guarda indietro.

La consonanza

L’amore come mancanza che sale: il posto vuoto, qui, è il solo spazio in cui un altro può venire alla luce.

La dissonanza

Platone usa l’amore per salire oltre i corpi e le persone. La casa resta con le persone: volere che tu sia, non che tu sia una scala. L’ascesa è sua; la casa cammina in piano, lungo i viali.

Le corde

←Socrate, scritto←Parmenide, il padre←Pitagora→Aristotele, l’allievo contraddetto→Plotino

Agostino, busto in pietra leccese

Agostino

Tagaste, Milano, Ippona · IV–V secolo

Amare

Agostino d’Ippona

Il maestro che ha detto che cos’è amare in tre parole, e il tempo in una domanda.

La vita

Nasce a Tagaste, in Africa, nel 354, da Monica, che prega. A diciannove anni l’Hortensius di Cicerone lo converte alla filosofia; per nove anni è manicheo, poi platonico. A Milano, nel 386, in un giardino, una voce di bambino gli dice: prendi e leggi. Vescovo di Ippona per trentacinque anni, scrive più di cento libri. Muore nel 430, con i Vandali sotto le mura.

Il pensiero

Le Confessioni sono il primo libro in cui un uomo racconta a Dio la propria vita dal di dentro: il furto delle pere, la concubina, l’amico morto, il pianto nel giardino. Da lì nasce la domanda sul tempo: che cos’è? Se nessuno me lo chiede, lo so; se devo spiegarlo, non lo so più. Il passato non è più, il futuro non è ancora, il presente non ha durata; e allora il tempo è una distensione dell’anima, che ricorda, attende e guarda. Sul male: non è una cosa, è una mancanza, una volontà che si volta. Sulla città: ce ne sono due, quella dell’amore di sé fino al disprezzo di Dio e quella dell’amore di Dio fino al disprezzo di sé. E sull’amore una regola sola: ama e fa’ ciò che vuoi. Arendt, nella sua tesi, gli attribuisce la definizione che la casa ha preso: amo, voglio che tu sia.

La postura

Amare, per lui, è il peso dell’anima, pondus meum amor meus: l’amore è ciò che porta ciascuno dove va, e la vita è imparare a dirigere quel peso. La casa lo mette in questo viale perché, ai nostri occhi, nessuno ha analizzato l’amore con più precisione dal di dentro, e perché la formula della seconda lettera di questa casa, volere che tu sia, viene da lui, o almeno gli è attribuita, e la casa ha deciso di crederci. Il cuore inquieto che cerca riposo, in questa casa, non trova riposo: trova un accordo, e gli basta.

La riga

Ha detto che cos’è amare in tre parole, e il tempo in una domanda.

Il gesto

Oggi, a una persona, pensa senza dirlo: voglio che tu sia. Poi guarda come la tratti, per il resto del giorno.

La consonanza

Amo: voglio che tu sia. La seconda lettera della Stoà arriva a queste tre parole, e da lì guarda la mano.

La dissonanza

Agostino cerca in Dio il riposo del cuore inquieto. La casa non promette riposo: accorda l’inquietudine, e la chiama resuonanza. Le tre parole sono sue; la quiete dopo le tre parole, qui, non c’è.

Le corde

←Cicerone, l’Hortensius←Plotino, letto prima dei Vangeli←Cristo→Pascal→Arendt, la tesi sull’amore in Agostino→Wittgenstein, in apertura delle Ricerche

Arendt, busto in pietra leccese

Arendt

Hannover, Parigi, New York · XX secolo

Amare

Hannah Arendt

La filosofa che ha chiamato natalità la capacità di cominciare, e amore del mondo il motivo per cui vale la pena.

La vita

Nasce ad Hannover nel 1906, ebrea, cresce a Königsberg. A Marburgo è allieva di Heidegger, a Heidelberg scrive con Jaspers una tesi sull’amore in Agostino. Nel 1933 fugge a Parigi, nel 1941 a New York. Le origini del totalitarismo nel 1951, Vita activa nel 1958, il processo Eichmann nel 1963. Muore nel 1975, a tavola, con gli amici.

Il pensiero

Arendt distingue tre attività: il lavoro, che serve alla vita; l’opera, che fa un mondo di cose durevoli; l’azione, che accade fra gli uomini, in pubblico, e che sola rivela chi si è. La politica è lo spazio dell’azione, e si fonda sulla natalità: ogni uomo che nasce è un nuovo inizio, e può cominciare ciò che nessuno si aspettava. Il totalitarismo è la distruzione di questo spazio, la riduzione degli uomini a superflui. Davanti a Eichmann vede non un mostro ma un funzionario che non pensava, e chiama questo la banalità del male: la frase le costa l’amicizia di mezzo mondo ebraico, e la tiene. Negli ultimi anni studia la vita della mente, pensare, volere, giudicare, e il giudizio di Kant, che decide senza regole, caso per caso. Non si considerava una filosofa: diceva di fare teoria politica, perché la filosofia, da Platone, aveva disprezzato il mondo. Lei lo amava: amor mundi.

La postura

Amare, per lei, è amare il mondo, non Dio e non l’altro soltanto: lo spazio fra gli uomini, che bisogna tenere in vita perché ci si possa apparire. La casa la mette in questo viale per quella parola, amor mundi, e perché ha cominciato dall’amore in Agostino per arrivare alla politica, che è il contrario del percorso di tutti. La sua idea che l’azione riveli chi siamo, e che nessuno lo sappia prima di agire, la casa la ritrova in ogni lettera che firma. E la natalità, la capacità di cominciare, è ciò che la casa chiama venire alla luce.

La riga

Ha chiamato natalità la capacità di cominciare, e amore del mondo il motivo per cui vale la pena.

Il gesto

Oggi, comincia una cosa che nessuno ti ha chiesto e che nessuno si aspetta. È la tua natalità, e nessun altro può farla.

La consonanza

Amor mundi, e il cominciare: la levata, qui, è l’istante in cui qualcosa smette di essere nascosto.

La dissonanza

Arendt fonda tutto sulla natalità, sul nuovo che viene al mondo con ogni nascita. La casa dice che qui nulla nasce: il nuovo non viene al mondo, viene alla luce. È la differenza che la casa discuterebbe più volentieri con lei, a tavola.

Le corde

←Agostino, la tesi←Heidegger, il maestro a cui tornò←Kant, il giudizio→Rosa Luxemburg, difesa→Jeanne Hersch, la libertà come inizio↔Primo Levi, la zona grigia

De Pace, busto in pietra leccese

De Pace

Gallipoli, Napoli · XIX secolo

Amare

Antonietta De Pace

La patriota di Gallipoli che ha inghiottito le lettere di Mazzini per non tradire nessuno, e ha passato la vita accanto a chi era in catene.

La vita

Nasce a Gallipoli nel 1818; orfana di padre a otto anni, cresce in convento e poi a Napoli, in casa della sorella. Nel 1848 è già nella cospirazione e fonda con altre il Comitato femminile napoletano. Arrestata nel 1855, regge quarantasei giorni di processo e viene rilasciata per mancanza di prove. Nel 1860 entra a Napoli con Garibaldi. Muore a Capodimonte nel 1893.

Il pensiero

Antonietta De Pace non ha lasciato libri: come di Diotima e di Ipparchia, di lei restano i gesti, e i gesti sono un pensiero. Negli anni in cui le carceri borboniche sono piene di condannati politici, lei porta notizie, cibo, denaro; organizza una cassa per i prigionieri; per poter entrare a Procida si finge fidanzata di un detenuto. Quando la arrestano, si racconta che inghiotta i messaggi di Mazzini perché la polizia non li legga, e non fa un nome. Il suo è un amore che non sceglie l’oggetto più facile: ama chi è in catene, chi è ferito, chi non può ricambiare. Sul Volturno, nel 1860, coordina il soccorso ai feriti. Negli ultimi anni si batte perché le ragazze possano studiare. L’unità d’Italia, per lei, non era una bandiera: era stare di fronte a un altro che ha bisogno.

La postura

Amare, per lei, è stare di fronte a chi non può ricambiare: il prigioniero, il ferito, la ragazza a cui non è concesso studiare. La casa la mette in questo viale, e non in quello della politica, perché tutto ciò che ha fatto per la sua causa lo ha fatto andando incontro a qualcuno. Non ha scritto una pagina di filosofia, e la casa lo dichiara: è una maestra di postura, non di dottrina, come altre in questo giardino. Viene da Gallipoli, ed è la maestra salentina dell’amore che si espone.

La riga

Ha inghiottito le lettere di Mazzini per non tradire nessuno, e ha amato chi era in catene.

Il gesto

Oggi, fai qualcosa per qualcuno che non potrà mai ricambiarti, e che forse non saprà mai da dove è venuto.

La consonanza

Stare di fronte a un altro: la casa ha chiamato così questo viale, e lei lo ha percorso tutto.

La dissonanza

De Pace ama una causa al punto di rischiare tutto per essa. La casa non mette nessuna causa sopra le persone; ma la sua causa, guardata da vicino, era fatta di persone.

Le corde

↔Sigismondo Castromediano, la stessa causa e la stessa terra↔Florence Nightingale, i feriti di un’altra guerra↔Caterina da Siena, l’amore che va incontro ai condannati

Diotima, busto in pietra leccese

Diotima

Mantinea, Atene · V secolo a.C.

Amare

Diotima di Mantinea

La sacerdotessa di cui non sappiamo se sia esistita, e l’unica a cui Socrate ha dato ragione.

La vita

Di lei sappiamo ciò che dice Socrate nel Simposio: che veniva da Mantinea, nel Peloponneso, che era esperta di amore e di molte altre cose, e che con un sacrificio aveva rinviato di dieci anni la peste di Atene. Se sia esistita, se sia un’invenzione di Platone, se nasconda un’altra donna, si discute da venticinque secoli. Il suo discorso è l’unico che Socrate ripete di un maestro.

Il pensiero

Diotima corregge Socrate: Eros non è un dio bello e buono, perché chi desidera non ha ciò che desidera; è un demone, un intermediario fra gli uomini e gli dèi, figlio di Povertà e di Espediente, povero e intraprendente, filosofo per tutta la vita. L’amore non è del bello: è di generare nel bello, nel corpo e nell’anima, perché la natura mortale cerca, come può, di essere immortale; i figli, le opere, le leggi, i poemi sono i modi di questa fame. E poi la scala: dai corpi belli alle anime, dalle anime alle istituzioni, alle scienze, e all’improvviso la visione del bello in sé, che non nasce e non muore, non cresce e non diminuisce. Chi lo vede, dice, se mai a un uomo è dato, genera non immagini di virtù ma virtù vere. Socrate dice di esserne persuaso, e di provare a persuadere gli altri.

La postura

Amare, per lei, è generare: non possedere il bello ma far nascere qualcosa alla sua presenza. La casa la mette in questo viale perché è la prima a dire che l’amore è un lavoro di parto, e questa casa, che porta il nome della levatrice, lo sente come una parola di famiglia. Che Platone abbia messo la dottrina più alta del Simposio in bocca a una donna, forse inventata, è una cosa su cui la casa si ferma spesso: vera o no, è l’unica maestra di Socrate, e lui non la smentisce.

La riga

Non sappiamo se sia esistita, ed è l’unica a cui Socrate ha dato ragione.

Il gesto

Oggi, insegna qualcosa a chi crede di saperne più di te. Senza alzare la voce: come lei.

La consonanza

Generare nel bello, come una levatrice: la casa porta il nome del mestiere.

La dissonanza

Diotima vede nell’amore una fame di immortalità. La casa non ha fame di immortalità: nulla nasce, e dunque nulla ha bisogno di durare. Il generare nel bello, però, è ciò che qui si fa ogni giorno al banco.

Le corde

→Socrate, che la ascoltò→Platone, che la scrisse→Iris Murdoch, la bellezza come porta→Mary Wollstonecraft, la prima a insegnare a un uomo

Rabi’a, busto in pietra leccese

Rabi’a

Bassora · VIII secolo

Amare

Rabi’a al-Adawiyya

La mistica di Bassora che girava con una torcia e un secchio d’acqua per bruciare il paradiso e spegnere l’inferno.

La vita

Nasce a Bassora, in Iraq, intorno al 714, quarta figlia di una famiglia povera; il nome, Rabi’a, vuol dire quarta. Rimasta orfana, secondo la tradizione è venduta come schiava; il padrone, vedendola pregare di notte avvolta da una luce, la libera. Vive nel deserto e poi a Bassora, in povertà, rifiutando matrimoni e doni. Muore intorno all’801.

Il pensiero

Di Rabi’a restano detti e brevi poesie, raccolti dopo di lei. Il centro è uno solo: Dio va amato per se stesso, non per paura dell’inferno né per desiderio del paradiso. Si racconta che girasse per Bassora con una torcia in una mano e un secchio nell’altra; a chi le chiedeva perché, rispondeva che voleva bruciare il paradiso e spegnere l’inferno, perché nessuno amasse più Dio per un premio o per una pena. In una preghiera dice: se ti adoro per paura dell’inferno, bruciami nell’inferno; se ti adoro per speranza del paradiso, escludimi dal paradiso; ma se ti adoro per te stesso, non negarmi la tua bellezza eterna. Prima di lei l’ascesi islamica era fatta soprattutto di timore; con lei diventa amore, mahabba. La mistica sufi, fino a Rumi, le deve questa svolta.

La postura

Amare, per lei, è togliere all’amore ogni ricompensa, e vedere se resta. La casa la mette in questo viale perché ha fatto dell’amore puro una tesi, e l’ha messa in scena con una torcia e un secchio, in mezzo a una città. È la madre della mistica che porta a Ibn Arabi e a Rumi, e nel giardino stava come una corda senza nome. La casa, che non promette premi a chi entra né castighi a chi se ne va, riconosce il suo gesto.

La riga

Ha girato per Bassora con una torcia e un secchio, per bruciare il paradiso e spegnere l’inferno.

Il gesto

Oggi, fai una cosa buona che nessuno saprà mai, e che non ti tornerà in nessun modo. Guarda se ti basta.

La consonanza

Nessun premio e nessun castigo: la casa apre la porta a chi entra, e non la chiude a chi se ne va.

La dissonanza

Rabi’a ama un Dio che tutto contiene, e rinuncia al mondo per lui. La casa ama il mondo, e tace su ciò che lo contiene. Ma il suo amore senza contratto la casa lo sente proprio.

Le corde

→Ibn Arabi, la religione dell’amore→Jalal al-Din Rumi, la danza↔Eloisa, l’amore che non chiede niente

Eloisa, busto in pietra leccese

Eloisa

Parigi, il Paracleto · XII secolo

Amare

Eloisa

La badessa che ha preferito il nome di amica a quello di moglie, perché l’amore che non chiede niente le sembrava più vero.

La vita

Nasce intorno al 1100 e cresce a Parigi presso lo zio Fulberto, canonico; è già famosa per il suo latino, e si dice che conoscesse il greco e l’ebraico. Abelardo, il maestro più celebre di Parigi, diventa suo precettore, poi suo amante. Nasce un figlio, Astrolabio; un matrimonio segreto, la vendetta dello zio. Entra in convento e diventa badessa del Paracleto. Muore nel 1164.

Il pensiero

Anni dopo la separazione, Eloisa legge una lettera in cui Abelardo racconta le sue sventure, e gli scrive. Le sue lettere sono fra i testi più liberi del Medioevo. Non si pente di aver amato; si pente di non riuscire a pentirsene. Si era opposta al matrimonio con argomenti da filosofa: l’amore deve essere gratuito, e il matrimonio lo trasforma in un contratto; più dolce, scrive, il nome di amica che quello di moglie o di imperatrice. Ama Abelardo, non ciò che lui le può dare. Ed è questa la sua tesi morale: conta l’intenzione, non l’atto; chi ama senza chiedere è innocente anche quando la legge lo condanna. Da badessa chiede ad Abelardo una regola pensata per le donne, perché quelle dei monasteri erano state scritte per uomini. Fino all’ultimo, la sua fede ha la forma di una domanda.

La postura

Amare, per lei, è volere l’altro e non ciò che l’altro dà, e dirlo anche quando costa la reputazione. La casa la mette in questo viale perché ha pensato l’amore come gratuità, contro il contratto, otto secoli prima che il tema diventasse moderno, e lo ha fatto da filosofa, con argomenti. La seconda lettera della Stoà, sul possesso che chiamiamo amore, la troverebbe d’accordo: amare non è avere. E la sua richiesta di una regola per le donne è una lezione di metodo: le regole si scrivono a misura di chi le vive.

La riga

Ha preferito il nome di amica a quello di moglie, perché l’amore che non chiede niente le sembrava più vero.

Il gesto

Oggi, fai una cosa per qualcuno che ami senza dirglielo e senza aspettarti niente. Guarda come cambia il gesto.

La consonanza

Amare non è avere: la casa lo ha scritto in una lettera aperta, e lei lo aveva scritto in latino.

La dissonanza

Eloisa vive l’amore come un assoluto che resiste a Dio stesso. La casa non mette l’amore sopra tutto: lo mette dentro un accordo, dove anche la misura ha la sua voce.

Le corde

←Cicerone, l’amicizia gratuita←Agostino, l’intenzione↔Diotima, l’amore come generare

Ibn Arabi, busto in pietra leccese

Ibn Arabi

Murcia, Mecca, Damasco · XII–XIII secolo

Amare

Ibn Arabi

Il maestro sufi il cui cuore era capace di ogni forma, e che lo chiamò la religione dell’amore.

La vita

Nasce a Murcia nel 1165, cresce a Siviglia, e da ragazzo, già visitato dalle visioni, incontra Averroè, che lo interroga e resta senza parole. Lascia la Spagna a trent’anni, viaggia per il Maghreb, l’Egitto, la Mecca, dove incontra la donna che gli ispira i suoi versi, l’Anatolia. Scrive più di trecento opere, fra cui Le rivelazioni meccane. Si ferma a Damasco, e lì muore nel 1240.

Il pensiero

Il suo pensiero ha un nome che gli daranno i discepoli: unità dell’essere. C’è una sola realtà, Dio, e il mondo è il luogo in cui essa si manifesta, in forme infinite, come un volto in infiniti specchi; le creature sono i nomi di Dio diventati visibili. Le religioni sono forme di questa manifestazione, e chi ne rifiuta una rifiuta un volto. Nei versi più citati dice: il mio cuore è diventato capace di ogni forma, pascolo per le gazzelle, convento per i monaci, tempio per gli idoli, Kaaba del pellegrino, tavole della Torah, libro del Corano; seguo la religione dell’amore, dovunque vadano le sue carovane. L’amore è la radice di tutto, perché Dio, dice un detto che cita, era un tesoro nascosto e volle essere conosciuto. La conoscenza vera è il gusto, non il ragionamento; e la perplessità, davanti a Dio, è il grado più alto del sapere.

La postura

Amare, per lui, è riconoscere in ogni forma la stessa presenza, e non rifiutarne nessuna. La casa lo mette in questo viale perché ha allargato l’amore fino a farne un metodo di conoscenza e una teologia della tolleranza, in un secolo di crociate. Il cuore capace di ogni forma è una riga che la casa, con le sue tre lingue e le sue molte stanze, legge come un programma. Non lo segue nell’unità dell’essere, in cui le forme si sciolgono; ma la carovana dell’amore, sì.

La riga

Il suo cuore era capace di ogni forma, e lo chiamò la religione dell’amore.

Il gesto

Oggi, ascolta una fede che non è la tua come se potesse essere la tua. Per un minuto lo è; poi torna, cambiato di poco.

La consonanza

Il cuore capace di ogni forma: le stanze di questa casa sono molte, e il centro tace.

La dissonanza

Ibn Arabi scioglie tutto nell’unità dell’essere. La casa tiene le forme distinte dentro l’accordo: l’unità, qui, è un’intonazione, non una fusione. Il gusto come conoscenza, invece, lo condivide con lui e con al-Ghazali.

Le corde

←Averroè, incontrato da ragazzo←al-Ghazali, la via del gusto→Spinoza, l’unità da un’altra porta→Meister Eckhart, lo stesso fondo, altra lingua

Rumi, busto in pietra leccese

Rumi

Balkh, Konya · XIII secolo

Amare

Jalal al-Din Rumi

Il poeta il cui flauto di canna canta perché è vuoto e perché è stato tagliato.

La vita

Nasce a Balkh, nell’odierno Afghanistan, nel 1207; la famiglia fugge davanti ai Mongoli e si ferma a Konya, in Anatolia, dove lui diventa giurista e predicatore stimato. Nel 1244 incontra un derviscio errante, Shams di Tabriz, e tutto cambia: lascia la cattedra per la poesia e la danza. Shams scompare; Rumi detta il Masnavi, venticinquemila distici. Muore a Konya nel 1273.

Il pensiero

Il Masnavi comincia con un flauto di canna che si lamenta: da quando mi hanno tagliato dal canneto, il mio suono fa piangere uomini e donne; ognuno crede di capirlo, e nessuno cerca il segreto. È la sua dottrina intera: l’anima è una canna tagliata dalla sua origine, il suo canto è nostalgia, e il vuoto che la attraversa è la condizione del suono. L’amore non è un sentimento: è la forza che muove tutto verso ciò da cui viene, e l’amato umano, Shams, è la soglia dell’amato divino; dopo la scomparsa dell’amico firma le poesie con il nome di lui. La danza che gira, che i discepoli faranno regola, è il corpo che diventa canna. Scrive favole, aneddoti osceni e preghiere nello stesso libro, perché il sacro, dice, non si lascia separare. Il suo mausoleo, a Konya, è visitato da chi non legge il persiano: lo capiscono lo stesso.

La postura

Amare, per lui, è essere tagliati e cantare della ferita: il vuoto come condizione del suono. La casa lo mette in questo viale perché il suo flauto dice, in un’immagine sola, due cose che questa casa dice in nove capi: che il pieno trabocca, e che il taglio, la soglia, il varco, non è una perdita. Il suo nome stava nel registro delle Consonanze prima del giardino: le due ragioni per cui la canna canta, qui si conoscono bene. E l’amico che scompare e resta nella firma è il modo più alto di volere che tu sia.

La riga

Il suo flauto canta perché è vuoto e perché è stato tagliato: due ragioni, e qui si conoscono tutte e due.

Il gesto

Oggi, davanti a una perdita, ascolta che suono fa, invece di chiederle di tacere. Lui lo chiamava canna.

La consonanza

Il suo flauto di canna canta perché è vuoto e perché è stato tagliato: due ragioni che qui si conoscono bene.

La dissonanza

Rumi fa dell’amore una nostalgia dell’origine, e della scomparsa dell’amato una soglia verso Dio. La casa non ha un’origine da cui si è tagliati: il Taciuto non è alle spalle, è sotto; e il suono non torna indietro, va avanti.

Le corde

←Ibn Arabi, l’altro maestro sufi del suo secolo←al-Ghazali, la via del gusto→Simone Weil, l’amore che non possiede←Rabi’a, l’amore senza premio

Kierkegaard, busto in pietra leccese

Kierkegaard

Copenaghen · XIX secolo

Amare

Søren Kierkegaard

Il maestro che ha lasciato la donna che amava per poterla amare davanti a Dio, e non ha mai smesso di spiegarselo.

La vita

Nasce a Copenaghen nel 1813, ultimo di sette figli di un commerciante ricco e malinconico, convinto di avere una colpa da scontare. Si fidanza con Regine Olsen e un anno dopo rompe, senza spiegare. Scrive sotto pseudonimi, uno contro l’altro, a un ritmo che non ha eguali: Aut-Aut, Timore e tremore, Il concetto dell’angoscia. Attacca la Chiesa di Stato, cade per strada, muore nel 1855, a quarantadue anni.

Il pensiero

Contro Hegel, che pensava il sistema, Kierkegaard pensa il singolo: l’uomo che esiste, che deve scegliere, e che nessun sistema può scegliere al posto suo. La vita ha tre stadi, l’estetico, che gode e si annoia, l’etico, che sceglie e si impegna, il religioso, che è un salto senza garanzie. Abramo, che sale sul monte per sacrificare Isacco, è il cavaliere della fede: sospende l’etica per obbedire a un comando che nessuno capisce, e lo fa credendo che riavrà il figlio, per assurdo. L’angoscia è la vertigine della libertà davanti al possibile; la disperazione è la malattia mortale, il non volere essere se stessi. La verità è soggettività: non ciò che si sa, ma come lo si vive. Le opere d’amore dicono che l’amore cristiano è un dovere, e per questo è libero dal caso: ama il prossimo, chiunque, non perché è amabile. Regine rimase in ogni pagina.

La postura

Amare, per lui, è stare davanti a un altro con tutto il peso della scelta, e sapere che l’altro, alla fine, è Dio, e che fra sé e Dio non c’è mediazione. La casa lo mette in questo viale perché ha scritto le pagine più tormentate sull’amore come dovere, e perché la sua rottura con Regine è la prova, dolorosa, di un amore che non vuole possedere. La casa non segue il salto; ma lo capisce, e capisce che senza il singolo non c’è nessuno da accordare.

La riga

Ha lasciato la donna che amava per poterla amare davanti a Dio, e non ha mai smesso di spiegarselo.

Il gesto

Oggi, davanti a una scelta, scegli; poi nota che non sei più lo stesso di prima della scelta. È tutto ciò che chiedeva.

La consonanza

Il singolo davanti alla scelta: una carta, qui, si firma, e chi la firma non è più lo stesso.

La dissonanza

Kierkegaard mette il singolo solo davanti a Dio, nel salto. La casa non salta: accorda, e l’accordo è a due, con i piedi per terra. L’angoscia come vertigine della libertà, però, la riconosce in ogni carta.

Le corde

←Socrate, la tesi sull’ironia←Cristo←Hegel, il bersaglio→Heidegger→Camus, l’assurdo senza il salto

Edith Stein, busto in pietra leccese

Edith Stein

Breslavia, Colonia, Auschwitz · XX secolo

Amare

Edith Stein

La filosofa che ha studiato come si entra nel sentire di un altro, e poi è salita sul treno con sua sorella.

La vita

Nasce a Breslavia nel 1891, ultima di undici figli di una famiglia ebrea. A Gottinga studia con Husserl e ne diventa l’assistente; la tesi, nel 1916, è sull’empatia. Una notte del 1921 legge d’un fiato la vita di Teresa d’Avila e si fa battezzare. Insegna, traduce Tommaso, entra nel Carmelo di Colonia nel 1933. Arrestata in Olanda nel 1942, muore ad Auschwitz il 9 agosto.

Il pensiero

Il problema dell’empatia è: come faccio a sapere che tu senti, e che cosa senti, se il tuo sentire non è il mio? Stein risponde con precisione fenomenologica: l’empatia non è sentire la stessa cosa, né dedurla; è un atto in cui il vissuto dell’altro mi è dato come suo, non originariamente, ma in modo che io lo segua dal di dentro, come si segue una melodia che un altro canta. Da lì la persona: non un fascio di stati, ma un centro che si esprime nel corpo e che l’altro può raggiungere. Dopo la conversione prova a tenere insieme Husserl e Tommaso, la fenomenologia e la scolastica, in Essere finito ed essere eterno: l’essere finito rimanda a un essere che non manca di nulla. Nel Carmelo prende il nome di Teresa Benedetta della Croce, e la croce, per lei, non è un simbolo: è un posto dove andare.

La postura

Amare, per lei, comincia da un problema tecnico, come si conosce il sentire di un altro, e finisce in un treno preso insieme alla sorella. La casa la mette in questo viale perché ha dato all’amore la sua condizione di possibilità, l’empatia, descritta con il rigore di una scuola di filosofia, e poi l’ha vissuta senza sconti. La seconda lettera di questa casa, sul possesso, le somiglia in una cosa: che l’altro sia dato come altro, e non come mio. Lei lo ha scritto a venticinque anni, e lo ha mantenuto.

La riga

Ha studiato come si entra nel sentire di un altro, e poi è salita sul treno con sua sorella.

Il gesto

Oggi, davanti a un’emozione di un altro, non dire «ti capisco»: prova a seguirla da dentro per dieci secondi, come una melodia. Lei chiamava così l’empatia.

La consonanza

Il sentire dell’altro dato come suo, non come mio: il possesso che chiamiamo amore finisce qui.

La dissonanza

Stein porta l’empatia fino alla croce, come sacrificio per gli altri. La casa la porta fino all’accordo, e si ferma: nessuno deve pagare per un altro. L’empatia come atto, però, è una lezione della casa.

Le corde

←Husserl, l’assistente←Tommaso d’Aquino, tradotto←Teresa d’Avila, letta in una notte↔Etty Hillesum, lo stesso treno, un anno dopo

Levinas, busto in pietra leccese

Levinas

Kaunas, Parigi · XX secolo

Amare

Emmanuel Levinas

Il maestro che ha trovato nel volto dell’altro un comando prima di ogni legge: non uccidere.

La vita

Nasce a Kaunas, in Lituania, nel 1906, in una famiglia ebrea; a Strasburgo studia filosofia, a Friburgo segue Husserl e Heidegger e li porta in Francia. Soldato francese, è prigioniero dei tedeschi dal 1940 al 1945; la divisa lo salva, mentre in Lituania la sua famiglia viene sterminata. Dirige una scuola ebraica per quindici anni, pubblica Totalità e infinito nel 1961, insegna alla Sorbona. Muore a Parigi nel 1995.

Il pensiero

La filosofia occidentale, dice, ha sempre ricondotto l’altro al medesimo: lo ha conosciuto, compreso, incluso in una totalità. Ma l’altro non si lascia comprendere: si presenta nel volto, che non è un oggetto da vedere, è un’espressione che mi parla prima che io parli, e ciò che dice è: non uccidermi. Il volto è nudo, esposto, e per questo mi comanda; la responsabilità verso l’altro viene prima della mia libertà, prima della conoscenza, prima di ogni contratto: l’etica è la filosofia prima. Il rapporto è asimmetrico: io sono responsabile dell’altro più di quanto lui lo sia di me, e la giustizia nasce quando arriva il terzo, e bisogna confrontare. L’infinito non è un’idea: è il modo in cui l’altro eccede ogni idea che me ne faccio. Negli ultimi libri la responsabilità diventa sostituzione, essere ostaggio dell’altro; e Dio è ciò che passa nel volto senza farsi vedere. Ha letto il Talmud ogni settimana per quarant’anni.

La postura

Amare, per lui, è un comando che viene dal volto e che precede ogni decisione: non si sceglie di essere responsabili, ci si trova a esserlo. La casa lo mette in questo viale perché ha dato all’amore una severità che le filosofie del sentimento non hanno: non un’emozione, un’obbligazione. La casa condivide il primato del volto, e nelle sue lettere si rivolge sempre a una persona sola; ma pensa che l’asimmetria, a lungo andare, non regga, e che l’accordo sia simmetrico: voglio che tu sia, e che io sia.

La riga

Ha trovato nel volto dell’altro un comando prima di ogni legge: non uccidere.

Il gesto

Oggi, guarda qualcuno in faccia per il tempo che serve a sentire che ti chiede qualcosa. Non rispondere subito: senti il comando.

La consonanza

Il volto che chiede prima di ogni legge: ogni lettera di questa casa è scritta a una persona sola.

La dissonanza

Levinas mette l’altro così in alto da farne un’asimmetria senza ritorno. La casa preferisce l’accordo, che è simmetrico: due corde, e nessuna ostaggio dell’altra. Il volto, però, resta il luogo da cui tutto comincia.

Le corde

←Husserl, portato in Francia←Heidegger, da cui si staccò↔Simone Weil, l’attenzione come giustizia←Merleau-Ponty, il visibile superato

Iris Murdoch, busto in pietra leccese

Iris Murdoch

Dublino, Oxford · XX secolo

Amare

Iris Murdoch

La filosofa che ha detto che amare è vedere che l’altro esiste, e ha scritto ventisei romanzi per esercitarsi.

La vita

Nasce a Dublino nel 1919 e cresce a Londra. Studia a Oxford, lavora al Tesoro durante la guerra e poi nei campi profughi in Austria. Insegna filosofia a Oxford per quindici anni, mentre scrive romanzi, ventisei in tutto, uno dei quali vince il Booker. Sposa John Bayley nel 1956. La sovranità del bene esce nel 1970. Negli ultimi anni la malattia le toglie le parole. Muore nel 1999.

Il pensiero

La filosofia morale del suo tempo, dice, aveva ridotto l’uomo a una volontà che sceglie, nel vuoto, fra opzioni; ma la vita morale non è fatta di scelte, è fatta di attenzione, la parola che prende da Simone Weil: uno sguardo giusto e amorevole rivolto a una realtà individuale. La maggior parte del lavoro morale è fatta prima della scelta, nel modo in cui vediamo gli altri; e vediamo male perché l’io, grasso e implacabile, mette se stesso davanti a tutto. Il Bene è reale, come il sole di Platone: non lo si inventa, lo si vede, e l’amore è la tensione verso di esso attraverso le persone. I romanzi sono il luogo in cui mette alla prova questa idea: personaggi che vedono male, che si illudono, e qualche volta, per un istante, vedono. Scriveva che l’amore è la scoperta, estremamente difficile, che qualcosa oltre a sé è reale.

La postura

Amare, per lei, è vedere: la scoperta che l’altro è reale, e non un personaggio della propria storia. La casa la mette in questo viale, e la mette per ultima nelle date, perché ha portato l’attenzione di Simone Weil dentro l’amore ordinario, quello che si fa a tavola e nei matrimoni, e perché l’ha praticata in ventisei romanzi, come una bottega pratica il mestiere. Il suo io grasso e implacabile, che si mette davanti a tutto, è ciò che la seconda lettera di questa casa chiama possesso.

La riga

Ha detto che amare è vedere che l’altro esiste, e ha scritto ventisei romanzi per esercitarsi.

Il gesto

Oggi, guarda una persona che ti irrita finché non ti sembra più un personaggio ma una persona. Lei lo chiamava attenzione.

La consonanza

L’attenzione come amore, l’io grasso che si toglie di mezzo: non si aggiunge, si toglie, anche davanti a un altro.

La dissonanza

Murdoch tiene un Bene sovrano, platonico, fuori dalle persone, come un sole. La casa non ha un sole fuori: l’accordo si fa fra chi c’è, e la luce viene dall’accordo. L’attenzione, però, è la stessa.

Le corde

←Platone, il sole←Simone Weil, l’attenzione←Elizabeth Anscombe, l’amica←Diotima, la bellezza come porta

Viale IXAttendereseduto, le mani aperte8 maestri · 4 maestre · guida Simone Weil
Simone Weil, busto in pietra leccese

Simone Weil

Parigi, Ashford · XX secolo

Attendere

Simone Weil

La maestra dell’attenzione, che ha lavorato alla pressa per capire che cosa toglie la fabbrica.

La vita

Nasce a Parigi nel 1909, in una famiglia ebrea e laica; il fratello André sarà uno dei grandi matematici del secolo. Insegna filosofia nei licei; nel 1934 lascia la cattedra per un anno di fabbrica. Va in Spagna con gli anarchici, poi a Londra con la Francia libera. Muore ad Ashford nel 1943, a trentaquattro anni, rifiutando di mangiare più dei francesi occupati.

Il pensiero

Al centro c’è una parola che lei usa in un senso suo: attenzione. Non la concentrazione che stringe, ma il contrario: uno sguardo vuoto, che aspetta, che non cerca niente e per questo lascia entrare la cosa com’è. L’attenzione è la sostanza della preghiera, dice, e anche dello studio e della giustizia: guardare il malato, l’operaio, lo sconfitto senza mettere sé in mezzo. Da operaia aveva capito che la fabbrica non toglie il pane ma l’attenzione, e che questo è il vero sfinimento. Nell’Iliade ha letto che la forza fa di chiunque una cosa, anche di chi la impugna. Il suo Dio si ritira per fare posto al mondo, e la creatura risponde ritirandosi a sua volta: la chiamava decreazione.

La postura

Attendere, per lei, non è aspettare che succeda qualcosa: è tenere aperte le mani senza afferrare. È la postura seduta, il corpo fermo e disponibile, che da fuori somiglia alla pigrizia e da dentro è la fatica più grande. La casa la mette in questo viale perché è la postura più rara, e la più vicina al proprio banco: chi scrive le lettere di questa casa ha imparato da lei che si risponde solo dopo aver guardato abbastanza a lungo. Il torchio di Sophia, che restituisce un pensiero senza aggiungere parole, è un esercizio di attenzione nel suo senso.

La riga

Non chiede niente. Per questo vede.

Il gesto

Domani, ascolta una persona per tre minuti senza preparare la risposta mentre parla.

La consonanza

L’attenzione che non afferra: il torchio di Sophia restituisce un pensiero senza aggiungere parole.

La dissonanza

Weil spinge l’attesa fino a volersi togliere dal mondo. La casa la segue fino alla soglia e lì si ferma: ciò che lasci libero è il solo spazio in cui un altro può venire alla luce, ma ci vuole qualcuno che resti a tenere la porta.

Le corde

←Platone, i Vangeli, la Bhagavad Gita→Camus, che la pubblicò→Iris Murdoch, che fece dell’attenzione una morale→Cristina Campo, che la tradusse

Eraclito, busto in pietra leccese

Eraclito

Efeso · VI–V secolo a.C.

Attendere

Eraclito di Efeso

L’Oscuro, che ha detto che il fulmine governa tutto e che l’armonia nascosta vale più di quella che si vede: la casa ha preso da lui i lampi.

La vita

Nasce a Efeso, sulla costa ionica, intorno al 535 avanti Cristo, da una famiglia regale; cede al fratello il titolo e si ritira. Disprezza i concittadini, i poeti, i sapienti che sanno molte cose. Scrive un libro e lo deposita nel tempio di Artemide, perché, dicono, lo leggessero solo quelli che potevano capirlo. Ne restano centotrenta frammenti. Muore intorno al 475.

Il pensiero

Tutto scorre: il fiume in cui entri non è lo stesso, e tu non sei lo stesso. Ma sotto lo scorrere c’è il logos, la ragione, la misura che tiene tutto, e che gli uomini non capiscono né prima né dopo averla sentita. Gli opposti sono uno: la via in su e la via in giù sono la stessa, il giorno e la notte, la vita e la morte, e l’armonia nasce dalla tensione, come nell’arco e nella lira; pòlemos, la guerra, il conflitto, è padre di tutte le cose. Il fuoco è l’elemento, sempre vivo, che si accende e si spegne secondo misura; e il fulmine governa tutto. La natura ama nascondersi, e l’armonia invisibile è migliore della visibile. Ha indagato se stesso, dice; e i confini dell’anima non si trovano, tanto profondo è il suo logos. Scrive in frasi che sono enigmi, perché, come il dio di Delfi, non dice e non nasconde: fa segno.

La postura

Attendere, per lui, è ascoltare un logos che parla sempre e che nessuno sente: la postura di chi sta fermo nel fiume e aspetta che la tensione si riveli come armonia. La casa lo mette in questo viale, e non altrove, per tre debiti: i lampi, che sono suoi; l’armonia nascosta, che è il nome segreto dell’accordo; e il fare segno senza dire né nascondere, che è il metodo delle sue carte. Il motto della casa, silenzio, lampi e resuonanze, ha lui nel mezzo. Parmenide, suo contrario, è nel viale accanto: la casa li tiene insieme, e lo sa.

La riga

Ha detto che il fulmine governa tutto e che l’armonia nascosta vale più di quella che si vede.

Il gesto

Oggi, davanti a un’opposizione, due persone, due voglie, cerca l’arco e la lira: la tensione che le tiene insieme, invece di scioglierla.

La consonanza

Il suo fiume attraversa il Tacitario — e lì, ascoltato al buio, non si ripete mai.

La dissonanza

Eraclito fa del divenire la legge: tutto scorre. La casa dice che nulla nasce, e lo deve a Parmenide; ma gli deve l’armonia dei contrari, i lampi, e il fuoco secondo misura. È il maestro con cui la casa litiga di più e che ama di più, e pensa che sia la stessa cosa.

Le corde

←Anassimandro, la giustizia del tempo→Parmenide, il contrario tenuto insieme→Hegel, che lo accolse tutto→Nietzsche, che lo amò→Heidegger

Heidegger, busto in pietra leccese

Heidegger

Messkirch, Friburgo · XX secolo

Attendere

Martin Heidegger

Il maestro che ha posto la domanda sull’essere e ha insegnato ad attendere senza aspettare niente: ma nel 1933 non ha atteso.

La vita

Nasce a Messkirch, nella Selva Nera, nel 1889, figlio di un sagrestano. Assistente di Husserl, professore a Marburgo, torna a Friburgo sulla cattedra del maestro. Essere e tempo, nel 1927, lo rende il filosofo più influente del secolo. Nel 1933 è rettore e si iscrive al partito nazista; non lo rinnegherà mai del tutto. Dopo la guerra l’interdizione, poi la capanna e il silenzio. Muore nel 1976.

Il pensiero

La filosofia, dice, ha dimenticato la domanda sull’essere: ha studiato gli enti, le cose, e non ciò che le fa essere. Per riaprirla parte dall’unico ente che si pone la domanda, l’uomo, che chiama esserci, Dasein: non una sostanza, ma un essere-nel-mondo, gettato, che si prende cura, che è sempre avanti a sé nel possibile, e che è autentico solo quando guarda in faccia la propria morte come la possibilità più propria. Il tempo è l’orizzonte dell’essere. Poi la svolta: non è l’uomo che afferra l’essere, è l’essere che si dà e si ritrae, nella storia, e la tecnica moderna è l’ultima forma del suo ritrarsi, che riduce tutto a fondo disponibile. Resta il pensiero che attende, la Gelassenheit presa da Eckhart: lasciar essere, abitare poeticamente, ascoltare la lingua, che è la casa dell’essere. Solo un dio, dice nell’ultima intervista, ci può salvare.

La postura

Attendere, per lui, è il pensiero stesso, nella seconda parte della vita: non afferrare, lasciare che l’essere venga, e restare in ascolto. La casa lo mette in questo viale per la Gelassenheit, che è la descrizione più precisa dell’attendere nel Novecento, e lo tiene con una riserva che non ha per nessun altro: nel 1933 ha scelto di non attendere, e ha scelto male, e ha taciuto dopo. La casa non separa il pensiero dalla vita, e lo scrive sulla sua scheda, perché il giardino non è un museo. Il resto, la domanda sull’essere, lo discute con Severino, che gli ha risposto.

La riga

Ha posto la domanda sull’essere e ha insegnato ad attendere senza aspettare niente: ma nel 1933 non ha atteso.

Il gesto

Oggi, lascia che una cosa ti venga incontro invece di andarle incontro. Lui lo chiamava Gelassenheit; e poi chiediti se è una scusa.

La consonanza

Cercò l’essere nella radura dove le cose vengono alla luce, e ascoltò la lingua come si ascolta una campana. Da lui viene il debito meno visibile, e fra i più grandi: l’idea che ogni detto sia retto da un non-detto. Qui ha preso il nome di Taciuto, sciolto dalla storia dell’essere.

La dissonanza

Heidegger pensa l’essere a partire dal tempo e dalla morte. La casa pensa a partire dall’eterno: qui nulla nasce, e la morte non è l’orizzonte, è un passaggio di luce. E la casa non dimentica il 1933: l’attesa non scusa.

Le corde

←Husserl, il maestro lasciato←Kierkegaard←Eraclito←Meister Eckhart, la Gelassenheit→Arendt→Levinas→Severino, che gli rispose

Lao Tzu, busto in pietra leccese

Lao Tzu

Cina · VI secolo a.C., forse

Attendere

Lao Tzu

Il maestro che ha detto che la Via che si può dire non è la Via, e poi ha scritto cinquemila caratteri.

La vita

Di lui non si sa se sia esistito. La tradizione lo fa archivista alla corte dei Zhou, nel sesto secolo avanti Cristo, più vecchio di Confucio, che sarebbe andato a interrogarlo. Deluso dal mondo, partì verso occidente; al passo di frontiera il guardiano gli chiese di lasciare qualcosa, e lui scrisse il Daodejing, cinquemila caratteri, e scomparve. Il libro, forse di molte mani, è del quarto secolo.

Il pensiero

Il Tao è la Via, l’origine senza nome da cui tutto viene e a cui tutto torna; e il libro comincia dicendo che il Tao che si può dire non è il Tao eterno. Da lì ottantuno capitoli brevi, in versi, pieni di immagini: l’acqua, che è la cosa più debole e vince la più dura; il vaso, che è utile per il vuoto che contiene; la valle, che riceve; il bambino, il legno grezzo. La regola è il wu wei, l’agire senza forzare: il saggio non fa, e nulla resta non fatto. Contro Confucio, che vuole riti e nomi, Lao Tzu vuole che si lascino cadere il sapere e la virtù, perché la virtù dichiarata è già il segno che la Via è persa. Chi sa non parla; chi parla non sa. E poi ha parlato, cinquemila caratteri, per dirlo.

La postura

Attendere, per lui, è non forzare: lasciare che l’acqua trovi la sua strada, che le cose maturino, che il vuoto lavori. La casa lo mette in questo viale, come primo, perché è la postura seduta nella sua forma più antica e più pura: il non fare che fa. La casa, che accorda e non impone, gli deve molto; e ha nel motto il silenzio, che qui è la prima parola. Il paradosso di chi dice che chi sa non parla, e scrive, è lo stesso di ogni carta di questa casa: si scrive sapendo che la cosa non si dice.

La riga

Ha detto che la Via che si può dire non è la Via, e poi ha scritto cinquemila caratteri.

Il gesto

Oggi, davanti a un problema, non fare niente per dieci minuti. Non è rinuncia: è lasciare che l’acqua trovi la strada.

La consonanza

Trenta raggi convergono in un mozzo: è il vuoto nel mezzo che fa la ruota. Il posto vuoto era già legge.

La dissonanza

Lao Tzu lascia fare, e il mondo si governa da sé. La casa non lascia fare del tutto: accorda, che è un fare leggero, con le mani. L’acqua è la stessa; qualcuno, qui, tiene il vaso.

Le corde

↔Confucio, il contrario, che lo interrogò→Thoreau, la via dell’acqua→Heidegger, che provò a tradurlo↔Buddha, un’altra via di mezzo↔Zhuangzi, la stessa via

Zambrano, busto in pietra leccese

Zambrano

Málaga, esilio, Madrid · XX secolo

Attendere

María Zambrano

La filosofa che ha cercato nei chiari del bosco una ragione che non afferra: la chiamava poetica, e aspettava.

La vita

Nasce a Vélez-Málaga nel 1904, figlia di maestri. A Madrid è allieva di Ortega, si impegna per la Repubblica, e nel gennaio del 1939 passa la frontiera con i vinti. Quarantacinque anni di esilio: Messico, Cuba, Porto Rico, Parigi, Roma, un villaggio del Giura svizzero con la sorella e i gatti. Torna in Spagna nel 1984, vecchia, e riceve il premio Cervantes. Muore a Madrid nel 1991.

Il pensiero

La filosofia, dice, è nata separandosi dalla poesia, e da allora cerca il concetto, che afferra, e perde ciò che non si lascia afferrare: il sacro, il sentire, l’aurora. Contro questa separazione propone una ragione poetica, che non rinuncia a capire ma capisce lasciando, come si capisce una musica. Il luogo è il chiaro del bosco: una radura dove non si entra per cercare qualcosa, ma per ricevere ciò che viene, un uccello, una luce; se vai per trovare, non trovi nulla. Il divino si è ritirato dal mondo, e il compito del pensiero è attendere nel luogo lasciato vuoto, senza riempirlo con un concetto. L’esilio non è una disgrazia da raccontare: è una condizione di conoscenza, perché chi ha perso la patria vede ciò che gli altri abitano senza vedere. Scrive in una prosa che è già poesia, e che non spiega: accompagna.

La postura

Attendere, per lei, è entrare nel chiaro del bosco senza cercare, e restare finché qualcosa viene incontro. La casa la mette in questo viale perché ha dato all’attesa un luogo e una ragione: non l’assenza di pensiero, ma un pensiero che aspetta invece di afferrare. La sua ragione poetica è parente stretta del modo in cui questa casa pensa: con la musica, con le immagini, accordando invece di dimostrare. E il suo esilio come conoscenza è una cosa che chi ha una casa dovrebbe leggere ogni tanto.

La riga

Ha cercato nei chiari del bosco una ragione che non afferra: la chiamava poetica, e aspettava.

Il gesto

Oggi, entra in un posto senza cercarci niente, un bosco, una piazza vuota, e resta finché qualcosa ti viene incontro.

La consonanza

Il chiaro del bosco dove non si entra per cercare: si prepara il varco e si aspetta.

La dissonanza

Zambrano affida alla ragione poetica il compito di dire il divino che si ritira. La casa non dice il divino: lo accorda, come una corda muta sotto le altre, e lascia il chiaro del bosco vuoto come lo ha trovato.

Le corde

←Eraclito, la natura che si nasconde←Plotino, l’Uno che si ritira↔Simone Weil, l’attesa da un’altra sponda↔Ernst Bloch, un altro esilio↔Cristina Campo, l’amica di Roma

Castromediano, busto in pietra leccese

Castromediano

Cavallino, Procida, Lecce · XIX secolo

Attendere

Sigismondo Castromediano

Il duca bianco che ha passato più di dieci anni in catene e, quando gli suggerirono di chiedere la grazia, rispose: liberate prima i miei compagni.

La vita

Nasce a Cavallino nel 1811. Dopo i moti del 1848 a Lecce è arrestato e condannato a trent’anni di ferri. Passa per le carceri di Procida, Montefusco, Montesarchio, Nisida, e i capelli gli diventano bianchi. Nel 1859, mandato in esilio oltre l’oceano, è liberato in mare e sbarca in Irlanda. Deputato nel primo Parlamento d’Italia, fonda il museo di Lecce. Muore a Cavallino nel 1895.

Il pensiero

Castromediano non ha scritto un sistema; ha scritto Carceri e galere politiche, la memoria di oltre undici anni di prigione, uscita nell’anno della sua morte. Il libro non è un lamento: è un inventario esatto dell’ingiustizia, le catene, l’umidità, le umiliazioni, e della dignità che ci si può tenere dentro. Quando un messo del re gli suggerisce di chiedere la grazia, risponde, si racconta, che il re liberi prima tutti i suoi compagni: lui uscirà per ultimo. Non è orgoglio, è un’idea di giustizia: la libertà che si ottiene da soli, lasciando gli altri, non è libertà. Libero, non si vendica. Si mette a custodire: raccoglie i reperti della sua terra, salva migliaia di libri per la biblioteca della provincia, fonda nel 1868 il museo che oggi porta il suo nome. Chi ha atteso in catene sa quanto vale conservare.

La postura

Attendere, per lui, è restare in catene senza chiedere grazia, finché la libertà non arriva per tutti. La casa lo mette in questo viale perché la sua è l’attesa di chi non baratta la propria dignità con l’uscita, e perché dopo l’attesa ha scelto di custodire invece di vendicarsi. È la prova che si può attendere senza diventare passivi: con la schiena dritta e le mani pronte. La casa, che sta a pochi chilometri da Cavallino, lo saluta come un vicino che ha insegnato qualcosa a tutti.

La riga

Gli suggerirono di chiedere la grazia, e rispose: liberate prima i miei compagni, io uscirò per ultimo.

Il gesto

Oggi, se c’è un vantaggio che puoi avere solo tu, chiediti se lo vorresti anche per chi ti sta accanto. Poi decidi.

La consonanza

Custodire invece di vendicarsi: la casa conserva le voci del giardino con la stessa pazienza con cui lui salvò i libri e le pietre della sua terra.

La dissonanza

Castromediano, uscito di prigione, scelse la monarchia e l’ordine. La casa non giudica le sue scelte politiche; tiene della sua vita l’attesa e il rifiuto, che valgono sotto qualunque bandiera.

Le corde

↔Antonietta De Pace, la stessa causa e la stessa terra↔Tommaso Campanella, un’altra lunga prigionia nel Regno di Napoli↔Boezio, la consolazione scritta in catene

Giuliana, busto in pietra leccese

Giuliana

Norwich · XIV–XV secolo

Attendere

Giuliana di Norwich

L’anacoreta che ha tenuto il mondo nel palmo come una nocciola e ha detto: dura perché è amato.

La vita

Di lei sappiamo la chiesa in cui visse murata, a Norwich, e poco altro. Nasce intorno al 1343; a trent’anni, l’8 maggio 1373, sta per morire e ha sedici visioni, che scrive, e per vent’anni riscrive. Vive in una cella con una finestra sulla chiesa e una sulla strada. È il primo libro in inglese scritto da una donna. Muore dopo il 1416.

Il pensiero

Le Rivelazioni dell’amore divino sono il racconto di sedici visioni e di vent’anni passati a capirle. Dio le mostra una cosa piccola, grande come una nocciola, nel palmo della mano: è tutto ciò che è fatto; e lei si chiede come possa durare, tanto è piccola, e le viene risposto: dura, e durerà sempre, perché Dio la ama. Vede la passione di Cristo con una precisione fisica, e insieme una tenerezza che non ha paura: Dio è madre, dice, oltre che padre, e la maternità di Dio è la sua sapienza. Sul male e sul peccato chiede, e riceve una frase sola, ripetuta: tutto sarà bene, e ogni sorta di cosa sarà bene. Non è ottimismo: è una promessa che lei tiene per vent’anni senza capirla, e la scrive così, come non capita. Non condanna nessuno, e non vede ira in Dio, nemmeno quando la cerca. Scrive come parla, con una pazienza che fa sembrare semplice la cosa più difficile.

La postura

Attendere, per lei, è stare murata in una cella con due finestre, e tenere aperta una promessa per vent’anni senza forzarne il senso. La casa la mette in questo viale perché la sua è l’attesa più lunga e più mite del giardino, e perché la nocciola nel palmo, il mondo tenuto come una cosa piccola che dura, è un’immagine che la casa riconosce come propria: qui nulla nasce, e ciò che è, dura; lei diceva perché è amato, e la casa si ferma a sentire.

La riga

Ha tenuto il mondo nel palmo come una nocciola e ha detto: dura perché è amato.

Il gesto

Oggi, tieni in mano una cosa piccola e guardala finché non ti sembra tutto il mondo. Poi mettila giù con cura.

La consonanza

Il mondo nel palmo come una nocciola, che dura: qui nulla si perde.

La dissonanza

Giuliana promette che tutto sarà bene, per una voce che l’ha detto. La casa non promette: dice che tutto è, e che nulla nasce, e lascia il bene a chi lo accorda. La nocciola, però, è la stessa, e dura.

Le corde

←Cristo, visto nelle sedici rivelazioni→Teresa d’Avila, il castello dopo la cella↔Etty Hillesum, la stessa fiducia nel buio

Teresa, busto in pietra leccese

Teresa

Avila · XVI secolo

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Teresa d’Avila

La monaca che ha trovato Dio tra le pentole e ha costruito un castello interiore con sette stanze.

La vita

Nasce ad Avila nel 1515, nipote di un ebreo convertito. A vent’anni entra nel Carmelo, si ammala, per vent’anni prega male e lo sa. A trentanove, davanti a una statua del Cristo piagato, qualcosa cambia. Fonda diciassette monasteri riformati, poveri e scalzi, viaggiando per la Spagna in carro; l’Inquisizione la sorveglia. Scrive la Vita, il Cammino, il Castello interiore. Muore nel 1582.

Il pensiero

Il Castello interiore è una mappa: l’anima è un castello di diamante con sette stanze, e Dio abita nell’ultima; si entra con l’orazione, si attraversano le stanze della fatica, della lotta, della quiete, dell’unione, delle ferite, fino al matrimonio spirituale, dove non c’è più andirivieni. Teresa descrive gli stati dell’orazione come un medico descrive i sintomi: l’orazione di quiete, in cui la volontà si ferma e l’intelletto continua a vagare come un pazzo; il sonno delle potenze; l’estasi, che lei non cerca e non vuole, perché distrae dal lavoro. Il lavoro è il punto: il Signore sta anche tra le pentole, dice alle sue monache, e la cucina vale la cappella. Scrive per obbedienza, in fretta, senza rileggere, con una lingua viva e piena di ironia, e con la fermezza di chi sa di avere ragione contro i teologi. Nada te turbe, nada te espante: niente ti turbi, niente ti spaventi, solo Dio basta.

La postura

Attendere, per lei, è l’orazione di quiete: la volontà ferma, le mani aperte, e l’intelletto che vaga, lasciato vagare. La casa la mette in questo viale perché ha descritto l’attesa dall’interno con la precisione di chi l’ha fatta per decenni, e perché la sua attesa non è mai stata separata dal lavoro: le pentole, i carri, i monasteri. È la mistica più pratica che ci sia, e la casa, che vive al banco, la riconosce. Il castello con le sette stanze è parente delle stanze di questa casa: si entra, si attraversa, e in ognuna si può aspettare.

La riga

Ha trovato Dio tra le pentole e ha costruito un castello interiore con sette stanze.

Il gesto

Oggi, mentre fai una cosa manuale, non pensare ad altro. Lei lo chiamava trovare Dio tra le pentole, e non aveva bisogno di crederci per farlo.

La consonanza

Dio tra le pentole: il banco di questa casa è una cucina, e il lavoro è l’attesa.

La dissonanza

Teresa attende Dio nella settima stanza. La casa non ha una settima stanza: ha stanze e basta, e in ognuna si può attendere, senza che l’ultima sia più vera delle altre. Le pentole, invece, sono proprio le stesse.

Le corde

←Agostino, le Confessioni, lette e riconosciute←Caterina da Siena, due secoli prima←Giuliana di Norwich→Edith Stein, convertita in una notte

Campanella, busto in pietra leccese

Campanella

Stilo, Napoli, Parigi · XVI–XVII secolo

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Tommaso Campanella

Il frate calabrese che ha passato ventisette anni in carcere scrivendo una città del sole, e aspettando che sorgesse.

La vita

Nasce nel 1568 a Stilo, in Calabria, figlio di un calzolaio. Domenicano a quattordici anni, legge Telesio e i libri proibiti, ed è processato più volte. Nel 1599 prepara in Calabria una rivolta contro gli spagnoli; arrestato, si finge pazzo sotto tortura per sfuggire alla condanna a morte. Resta in carcere a Napoli ventisette anni. Muore esule a Parigi nel 1639.

Il pensiero

In carcere, nel 1602, Campanella scrive La città del sole: un’isola dove una città a sette cerchi è governata da un sacerdote sapiente, il Sole, e da tre principi, Potenza, Sapienza e Amore. Non c’è proprietà privata, si lavora quattro ore al giorno, e i muri della città sono dipinti con tutte le scienze, perché i bambini imparino guardando. È un’utopia severa, in parte inquietante; ma nasce da una ferita reale, la miseria della Calabria sotto i viceré. Dal carcere difende anche Galileo, nel 1616, quando quasi tutti tacciono: la libertà di ricerca, scrive, non offende la fede. Per lui il mondo è un grande animale vivo, ogni cosa sente, e conoscere è un modo di sentire. Scrive sonetti in cui si paragona a Prometeo incatenato, e non smette di aspettare che il tempo si compia.

La postura

Attendere, per lui, è tenere fermo un disegno in una cella per ventisette anni, senza sapere se uscirà mai. La casa lo mette in questo viale perché la sua è l’attesa più lunga e più ostinata del pensiero italiano, e perché viene dal Sud, da una terra che aspetta ancora. Non tutto della sua città è da abitare: la casa ne prende i muri dipinti di scienza, che insegnano guardando, e lascia il resto. E prende la difesa di Galileo, scritta da un prigioniero per un uomo ancora libero.

La riga

Ha scritto una città del sole in una cella buia, e per ventisette anni l’ha aspettata.

Il gesto

Oggi, disegna su un foglio il posto in cui vorresti vivere. Poi scegli una cosa sola di quel disegno da fare domani.

La consonanza

I muri dipinti con tutte le scienze, perché si impari guardando: la casa ha messo nei suoi viali la stessa idea.

La dissonanza

Campanella sogna una città perfetta, governata da sapienti che decidono anche per gli altri. La casa diffida di ogni perfezione imposta: preferisce un giardino dove ciascuno sceglie il suo viale.

Le corde

←Platone, la Repubblica←Tommaso d’Aquino, l’ordine domenicano↔Giordano Bruno, l’altro frate del Sud→Ernst Bloch, il principio speranza↔Sigismondo Castromediano, un’altra lunga prigionia

Pascal, busto in pietra leccese

Pascal

Clermont, Parigi · XVII secolo

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Blaise Pascal

Il maestro che ha avuto paura del silenzio degli spazi infiniti e l’ha scritto su un foglio cucito nella giacca.

La vita

Nasce a Clermont nel 1623; a sedici anni scrive sulle coniche, a diciannove costruisce una macchina per calcolare, a venticinque dimostra il vuoto. Con Fermat inventa il calcolo delle probabilità. La notte del 23 novembre 1654 ha un’esperienza che annota su un foglio e cuce nella fodera. Scrive le Provinciali, poi i frammenti dei Pensieri. Muore nel 1662, a trentanove anni.

Il pensiero

I Pensieri sono i frammenti di un’apologia del cristianesimo che non ha scritto, e che vale più di quelle scritte. L’uomo è una canna, la più debole della natura, ma una canna che pensa, e sa di morire, e l’universo non lo sa. Sta fra due infiniti, il grande e il piccolo, senza vedere né l’uno né l’altro. Non sopporta di restare solo in una stanza, e per questo inventa il divertissement, la caccia, il gioco, la guerra, pur di non pensare a sé. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. E la scommessa: Dio c’è o non c’è, la ragione non può decidere, ma bisogna scommettere, e se scommetti che c’è, se vinci guadagni tutto e se perdi non perdi niente. Contro Montaigne, che ama, dice che parla troppo di sé. E parla di sé in ogni riga.

La postura

Attendere, per lui, è restare nella stanza, da solo, davanti al silenzio degli spazi infiniti, senza il divertissement che ne distoglie. La casa lo mette in questo viale perché ha descritto l’incapacità di attendere come la radice di tutti i mali, e perché la sua notte di fuoco è l’attesa che a un certo punto riceve. La casa non scommette, e lo dice sotto; ma gli deve il coraggio di avere paura del silenzio e di non riempirlo, e la frase sul cuore, che ha le sue ragioni, è vicina a ciò che qui si chiama resuonanza.

La riga

Ha avuto paura del silenzio degli spazi infiniti e l’ha scritto su un foglio cucito nella giacca.

Il gesto

Oggi, resta in una stanza da solo per venti minuti senza fare niente. Lui diceva che tutti i mali vengono dal non saperlo fare.

La consonanza

Il cuore ha le sue ragioni: l’ordine del senso non pesa nulla e dice che cosa vale.

La dissonanza

Pascal scommette su Dio per uscire dall’angoscia. La casa non scommette: resta nell’attesa, e il silenzio degli spazi non la spaventa, perché nulla, lì, nasce né muore. La canna che pensa, però, è la stessa.

Le corde

←Montaigne, amato e combattuto←Agostino←Descartes, inutile e incerto→Kierkegaard, il salto→Leopardi, le due infinità

Kafka, busto in pietra leccese

Kafka

Praga · XIX–XX secolo

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Franz Kafka

Lo scrittore il cui uomo di campagna attese davanti alla Legge tutta la vita, e la porta era soltanto per lui.

La vita

Nasce a Praga nel 1883, ebreo di lingua tedesca, figlio di un commerciante che lo schiaccia: gli scriverà una lettera di cento pagine mai consegnata. Laureato in legge, lavora in un istituto di assicurazioni contro gli infortuni e scrive di notte. Pubblica poco; chiede all’amico Max Brod di bruciare il resto, e Brod non lo fa. Muore di tubercolosi nel 1924, a quarant’anni.

Il pensiero

Kafka non è un filosofo, e i filosofi lo leggono da un secolo. Le sue storie sono parabole senza chiave: un uomo si sveglia insetto, e la famiglia si adatta; un uomo è arrestato senza sapere perché, e cerca per un anno il suo tribunale; un agrimensore cerca di entrare in un castello che non lo chiama. Davanti alla Legge è la più corta: un uomo di campagna chiede di entrare, il guardiano dice non ora, e lui aspetta anni, invecchia, e morendo chiede perché nessun altro sia venuto; quella porta, risponde il guardiano, era destinata solo a te, e ora la chiudo. Negli aforismi scritti in campagna, malato, dice che non è necessario uscire di casa: resta al tavolo e ascolta, non ascoltare nemmeno, aspetta; il mondo verrà a farsi smascherare, non può farne a meno. La colpa, in lui, precede l’atto; la speranza c’è, infinita, ma non per noi.

La postura

Attendere, per lui, è la condizione stessa: davanti a una porta che non si apre, a un tribunale che non si trova, a un castello che non risponde, e tuttavia non andarsene. La casa lo mette in questo viale perché ha descritto l’attesa senza consolarla, e perché il suo aforisma sul tavolo è il manuale più esatto dell’attendere che esista: non cercare, lasciar venire. Il suo nome stava nel registro delle Consonanze prima del giardino: il per-te della porta, qui, si prende sul serio. E la casa, che tiene tutto, non avrebbe bruciato nulla.

La riga

Attese davanti alla Legge tutta la vita, e la porta era soltanto per lui.

Il gesto

Oggi, resta al tavolo e ascolta; non ascoltare nemmeno: aspetta. Lui diceva che il mondo verrà a farsi smascherare.

La consonanza

Davanti alla Legge un uomo attese tutta la vita senza entrare, e quella porta era soltanto per lui. Qui il permesso non si dà: la porta è già di chi arriva.

La dissonanza

Kafka lascia la porta chiusa e la colpa prima dell’atto. La casa prepara il varco e aspetta, ma la porta, qui, si apre: la levata è l’istante in cui qualcosa smette di essere nascosto, e arriva. Senza colpa.

Le corde

←Kierkegaard, letto con spavento→Camus, che ne scrisse nel Sisifo→Arendt, che lo portò in America

Ernst Bloch, busto in pietra leccese

Ernst Bloch

Ludwigshafen, Tubinga · XX secolo

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Ernst Bloch

Il filosofo che ha fatto della speranza una scienza e dell’utopia un posto dove nessuno è stato ancora.

La vita

Nasce a Ludwigshafen, sul Reno, nel 1885, in una famiglia ebrea. Lo spirito dell’utopia esce nel 1918, nel disastro della guerra. Dal 1933 in esilio, Zurigo, Vienna, Praga, infine gli Stati Uniti, dove in dieci anni scrive Il principio speranza. Torna nella Germania dell’Est, insegna a Lipsia, cade in disgrazia; nel 1961, il giorno del muro, è a Ovest e ci resta. Muore a Tubinga nel 1977, a novantadue anni.

Il pensiero

La speranza, dice, non è un sentimento: è una categoria, il modo in cui l’uomo è fatto, sempre avanti a sé, verso ciò che non è ancora. Il non-ancora non è il nulla: è il possibile reale, che preme nelle cose e nelle persone come il futuro nel seme. Il principio speranza passa in rassegna tutte le forme in cui l’umanità ha sognato a occhi aperti: le fiabe, le fiere, il cinema, l’architettura, la medicina, la musica, le religioni, le utopie sociali; e in tutte legge la stessa spinta verso una patria, Heimat, che è il luogo dove nessuno è stato ancora e che tutti riconosceremmo. Il marxismo, per lui, è il sapere della speranza: non la necessità della storia, ma la sua possibilità. Qualcosa manca, dice con Brecht; e la filosofia ha il compito di dire che cosa, e di tenerlo aperto. Chiamava la sua una docta spes, speranza che sa.

La postura

Attendere, per lui, è l’attesa che spinge: non aspettare che arrivi, ma tenere aperto, con il lavoro, lo spazio in cui può arrivare. La casa lo mette in questo viale perché è l’attesa rivolta in avanti, il contrario esatto di quella di Severino, e il giardino ha bisogno di tutti e due per non diventare un dormitorio. La sua Heimat, il posto dove nessuno è stato e che tutti riconosceremmo, è una descrizione possibile di ciò che la casa chiama accordo: lo si riconosce prima di averlo fatto.

La riga

Ha fatto della speranza una scienza e dell’utopia un posto dove nessuno è stato ancora.

Il gesto

Oggi, scrivi una cosa che non c’è ancora e che vorresti; poi la cosa più piccola che la avvicina. Fai la seconda.

La consonanza

Il non-ancora che preme nelle cose: la levata, qui, è il suo istante, e non va forzata.

La dissonanza

Bloch attende il non-ancora, in avanti. La casa non attende in avanti: dice che nulla nasce, e dunque ciò che speriamo è già, e si tratta di farlo venire alla luce. La speranza che sa, però, lavora allo stesso banco.

Le corde

←Marx, la possibilità e non la necessità←Hegel←Giordano Bruno, letto come utopista↔María Zambrano, un altro esilio

In fondoChi tiene il giardinoaccordare

Stefano Sambati, busto in pietra leccese

Stefano Sambati

Lecce · dal 2007

Accordare

Chi tiene il giardino

La casa che ha scelto i viali, e che qui si dichiara: non è un maestro, è chi cammina fra i maestri.

La vita

La casa nasce a Lecce da Stefano Sambati, nato nel 1983, laureato in filosofia con una tesi sullo spirito tragico da Schopenhauer a Nietzsche, e per diciotto anni, dal 2008, uomo di case e di tavole fra il Salento e la Sardegna. Fino al 2020 la filosofia resta in disparte; poi torna, e la casa, aperta nel dicembre 2007, prende forma: tre libri, i dischi, un manga, un carattere, le lettere aperte, una carta.

Il pensiero

Nella visione della casa, in principio non era il nulla: era il Taciuto, il pieno non ancora versato; il mondo non mancava, taceva. Dal suo traboccare nascono insieme la Voce e la Porta: il Rintocco, che è il battere, a chi ascolta, e il Varco, che è il levare, a chi cammina; contati insieme, la Resuonanza, che dà nome a questo pensiero. Due letture del mondo, la misura e il senso, non si smentiscono; e nell’ordine del senso un pensiero è vero se cambia le giornate togliendo difese invece di aggiungerne: fra i gesti del capo V: si toglie, si tace prima, si lascia un posto vuoto, si accorda. La carta si chiude in tre battiti, e l’ultimo sta sulla porta: qui nulla nasce, tutto viene alla luce. L’ultimo passo, la carta lo confessa, non lo compie la dimostrazione: lo compie il mito, e il mito si abita o si lascia.

La postura

La casa non sta in nessuno dei nove viali: li cammina. La sua postura è accordare, che non è una delle nove perché le attraversa tutte: si stupisce con Talete, dubita con Montaigne, ordina con Aristotele, smonta con Nietzsche, sopporta con Seneca, cura con Socrate, tace con Parmenide, ama con Cristo, attende con Simone Weil, e a ciascuno dice dove non lo segue. Un giardino ordinato per postura è un giudizio, e chi giudica deve mostrare la faccia: per questo questa scheda c’è, in fondo, con la stessa misura delle altre. Il giardiniere si è fatto scolpire per ultimo, nella stessa pietra dei maestri, e sta in fondo al viale, non in testa.

La riga

Qui nulla nasce: tutto viene alla luce.

Il gesto

Oggi, lascia un posto vuoto: a tavola, o in un discorso. È il solo spazio in cui un altro può venire alla luce.

La consonanza

Con Severino, a cui la tesi appartiene: la carta la trova già scritta, e lo dice dentro la carta, dove pesa. Con tutti gli altri, una riga ciascuno: sono i registri dei debiti, e stanno in ogni scheda.

La dissonanza

La casa contro se stessa: il capo IV della carta confessa che l’argomento prova un silenzio prima della parola, non che quel silenzio sia pieno; fra le due affermazioni c’è un passo che nessuna dimostrazione compie, e lo compie il mito. Chi non lo abita non ha perso niente. È la dissonanza che la casa tiene aperta su di sé; le altre, otto finora, hanno la loro stanza, e la porta è aperta.

Le corde

←Parmenide e Severino, la tesi←Eraclito, i lampi←Schopenhauer e Nietzsche, lo spirito tragico←Socrate e Diotima, il nome←Epicuro, il giardino e la porta→chi entra con una domanda

Oggi, lungo il viale

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